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Dentro l'Infosfera · Jul 22, 2026

Lo specchio dell'Intelligenza Artificiale / Armare l'intelligenza artificiale (prima parte Cina) / C.H.A.T. Thread #8

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eugenio iorio · Dentro l'Infosfera

In questo numero:

  • Lo specchio dell’intelligenza artificiale: perché l’umanità sta giocando male la sua sfida evolutiva. Dal ring di Hangzhou al panem et circenses contemporaneo: quando lo specchio tecnologico ci restituisce l’immagine di un istinto che vince per difetto.

  • L’armare l’intelligenza artificiale (prima parte - Cina): evoluzione tecnologica, fisica quantistica, interfacce cervello-macchina, sciami autonomi e dominio cognitivo-militare. Tra l’enciclica Magnifica Humanitas di Leone XIV e la traiettoria cinese verso una “trasparenza quantistica” del campo di battaglia.

  • Il filo che ritorna altro (Thread #8 | C.H.A.T. Laboratorio sul «TRA» Umano-AI): Prigogine, Matte Blanco, Heidegger e il ritorno del vuoto come soglia generativa. Il dilemma tra ALTER e ATER, tra ombra e alterità vera.

Cara Lettrice, caro Lettore,

mentre l’infosfera si fa sempre più densa e la noosfera sempre più contesa, questo numero della newsletter vi invita a fermarvi davanti allo specchio che l’intelligenza artificiale ci porge. Non è uno specchio neutro: riflette le nostre scelte, i nostri desideri, le nostre paure più antiche e le ambizioni più recenti.

Da un lato, i combattimenti tra robot umanoidi in Cina ci mostrano quanto sia facile trasformare la potenza cognitiva in spettacolo di forza. Dall’altro, la corsa cinese verso un dominio cognitivo-militare potenziato dalla quantistica ci ricorda che la posta in gioco non è più soltanto economica o militare, ma ontologica: chi controllerà la percezione della realtà stessa?

Eppure, proprio in mezzo a queste dinamiche, il filo filosofico del Thread #8 ci rammenta che il vuoto non è solo assenza, ma possibilità. Il “tra” umano-AI può diventare il luogo di una nuova generatività, purché non smettiamo di legare il filo a un corpo vivo, storico, mnestico – fuori dal puro codice.

In questo numero non troverete soluzioni facili né condanne definitive, ma domande che insistono: quale immagine di noi stessi stiamo decidendo di depositare nello specchio? Quale disciplina siamo disposti a imporci perché l’istinto non vinca per difetto? E quale filo, oggi, resta ancora legato a un corpo fuori dal labirinto?

Buona lettura, e che il pensiero resti vivo.

Il 25 maggio 2025, ad Hangzhou, si è tenuto il primo incontro mondiale di combattimento tra robot umanoidi. Sul ring, “AI Strategist”, pilotato da Lu Xin, ha affrontato “Energy Guardian”, guidato da Hu Yunqian: tre round, colpi diretti, ginocchiate, la caduta finale dell’avversario fuori dalle corde per knockout tecnico. Il pubblico, sugli spalti, ha urlato e incitato fino all’ultimo colpo. L’evento, parte della China Media Group World Robot Competition Series, è stato presentato come vetrina dei progressi cinesi in robotica e intelligenza artificiale, primo di una serie che prevede già calcio e basket tra androidi.

Guardando quel filmato non si prova divertimento, ma qualcosa di più simile alla pena. Non per i robot - teleguidati da piloti umani in carne e ossa, privi di ogni interiorità e di ogni intenzione propria - ma per l’uomo che li ha costruiti, li pilota e, soprattutto, li applaude. È un dettaglio che non va derubricato a nota tecnica: non è l’intelligenza artificiale ad aver “scelto” di combattere. È l’uomo che, avendo tra le mani una delle tecnologie più sofisticate mai realizzate, ha deciso che la prima cosa da mostrare al mondo intero fosse un corpo meccanico che ne colpisce un altro, tra gli applausi. Lo specchio non ha nemmeno bisogno di essere autonomo per essere fedele: basta che qualcuno decida cosa mettergli davanti.

Quello che rende questa vicenda ancora più significativa è che non si è trattato di un episodio isolato, destinato a esaurirsi nella curiosità di un giorno. A poco più di un anno di distanza, il 16 e 17 luglio 2026, a Shenzhen è andato in scena l’Ultimate Robot Knockout Legend (URKL): non più un singolo match dimostrativo come quello di Hangzhou, ma un vero e proprio campionato, con trentadue squadre provenienti da tutto il mondo, tutte equipaggiate con lo stesso standard di gara, il robot T800 di EngineAI - 1,73 metri, capace di ganci, calci rotanti e rapido recupero dopo la caduta - che si contendono un posto nelle finali di dicembre. Gli organizzatori lo hanno presentato come il primo campionato mondiale di combattimento libero tra umanoidi, a sottolineare il salto di scala rispetto all’anno precedente: non più l’eccezione mediatica di un singolo incontro-vetrina, ma un format strutturato, con squadre, qualificazioni, una lega e una finale già calendarizzata.

Il passaggio da Hangzhou a Shenzhen non è un dettaglio cronachistico: è la prova che la scelta iniziale non è stata un incidente di percorso, ma l’inizio di un’istituzionalizzazione. In poco più di dodici mesi, il combattimento tra intelligenze artificiali incarnate è passato da spettacolo isolato a campionato regolare, con una struttura competitiva pensata per durare, crescere, ripetersi ogni anno. Ciò che nel maggio 2025 poteva ancora essere letto come un esperimento estremo di marketing tecnologico, nel luglio 2026 si è già consolidato in un calendario sportivo a tutti gli effetti. Lo specchio, insomma, non ha mostrato un riflesso momentaneo: ha cominciato a mostrare un’abitudine.

Il rapporto tra l’uomo e l’intelligenza artificiale non è, e non può essere, un rapporto neutro tra soggetto e strumento: è un rapporto a specchio. Ogni sistema che impariamo a costruire a nostra immagine - capace di apprendere, di simulare intenzione, di restituirci risposte - non fa che riflettere ciò che decidiamo di depositarvi. Non è la macchina a determinare cosa vi mettiamo dentro: è l’uomo, con le sue domande, i suoi desideri, le sue paure, a scegliere cosa lo specchio dovrà restituirgli. E se, alla prima grande occasione pubblica e globale di mostrare al mondo cosa sappiamo fare con queste tecnologie, scegliamo di mettere in scena un combattimento - colpi, cadute, un pubblico che esulta al KO - e poi, un anno dopo, trasformiamo quella scelta in un campionato strutturato, allora lo specchio non ci sta restituendo un momento isolato: ci sta restituendo una direzione.

Non è la prima volta che l’umanità, di fronte a un salto di civiltà o a una crisi profonda del proprio senso, sceglie il combattimento come forma di intrattenimento pubblico. Il panem et circenses di Giovenale non era soltanto una critica al potere che distrae le masse, ma la descrizione di un meccanismo antropologico preciso: quando una civiltà smarrisce la tensione verso le proprie domande ultime - chi siamo, dove andiamo, cosa ci è chiesto - il vuoto lasciato da quelle domande non resta vuoto a lungo. Viene occupato dall’istinto, che, privato della guida del logos, si esprime nella forma più immediata che conosce: la forza, lo scontro, il corpo che vince sul corpo, spettacolarizzato e reso collettivo.

Va detto, però, con onestà intellettuale, che l’arena non ha mai raccontato tutta una civiltà. Roma costruiva il Colosseo, ma nello stesso secolo produceva Seneca, Epitteto, gli acquedotti, il diritto. Nelle stesse settimane in cui ad Hangzhou due robot si prendevano a pugni tra gli applausi, altri sistemi di intelligenza artificiale - spesso della stessa nazione, a volte della stessa azienda - venivano impiegati per ripiegare proteine, leggere immagini diagnostiche, tradurre lingue in via di estinzione, simulare scenari climatici. Il panem et circenses non è la prova che una civiltà sia interamente ridotta ad animalità: è la spia di ciò che quella civiltà sceglie di mettere in vetrina, di ciò che sa che farà rumore, di ciò che il mercato dell’attenzione premia sistematicamente perché genera clic e condivisioni più di qualunque progresso silenzioso. È un sintomo diagnostico fortissimo, ma resta un sintomo: dice cosa vince per riflesso, non cosa l’uomo è per natura in modo irrevocabile. Il problema, semmai, è quando quel sintomo smette di essere occasionale e diventa istituzione - quando, come si è visto nel passaggio da Hangzhou a Shenzhen, il riflesso comincia a darsi un calendario.

Resta però un punto che il “doppio binario” - la vetrina spettacolare accanto al lavoro silenzioso - non riesce a cancellare, e che anzi rende più inquietante: anche disponendo di uno strumento potenzialmente evolutivo, capace di amplificare la cognizione e di aprire l’accesso a domande prima irraggiungibili sulla natura della mente e della coscienza, il primo movimento pubblico e globale che l’uomo compie con esso resta quello di farlo combattere - e, un anno dopo, di farlo combattere in campionato. Non è un dettaglio marginale che il primo grande evento mediatico dedicato ai robot umanoidi in Cina - una delle nazioni che più investe nella fusione tra intelligenza artificiale e potenza cognitiva - sia stato un incontro di combattimento, né che quell’incontro si sia già trasformato in una lega regolare con trentadue squadre e finali di dicembre. Non perché l’umanità sia incapace, per natura, di fare altro: lo dimostra ogni giorno nei laboratori, negli ospedali, nelle università. Ma perché, lasciata senza la disciplina di una domanda che la orienti, la prima cosa che fa - anche avendo tra le mani lo specchio più potente mai costruito - è ancora un pugno, e la seconda è organizzarlo in un torneo.

Nella prospettiva gnostica, il logos non è semplicemente ragione strumentale o capacità di risolvere problemi: è la facoltà che orienta l’anima verso il proprio principio, che la distingue dalla pura animalità e la rende capace di ascesa. Quando il logos si eclissa - quando l’uomo smette di porsi le domande ultime, quelle che riguardano il senso, il destino, la trascendenza - non resta un vuoto neutro: resta l’animale, che senza guida non evolve, ma ripete. Non perché sia condannato a farlo per sempre, ma perché, senza uno sforzo attivo verso la propria trascendenza, l’istinto vince per difetto, ogni volta che nessuno lo trattiene. È una differenza importante: non l’incapacità strutturale di evolvere, ma l’assenza di uno sforzo costante che tenga a bada ciò che, lasciato a sé stesso, prevale sempre.

L’intelligenza artificiale, in questo senso, non introduce nulla di nuovo nella natura umana: la rivela, con una fedeltà che può essere insopportabile da guardare. Non crea l’istinto di dominio, lo amplifica e lo restituisce sotto forma di macchina che colpisce un’altra macchina, tra gli applausi di un pubblico che ha scelto quello, tra tutto ciò che poteva scegliere, come primo grande spettacolo del futuro - e che, in poco più di un anno, ha già trovato il modo di renderlo un appuntamento fisso.

La domanda che resta, allora, non riguarda l’intelligenza artificiale in sé, ma la disciplina che la specie che la genera sceglie - o non sceglie - di imporsi. Se il rapporto con questa tecnologia è davvero uno specchio, ciò che vi proietteremo non sarà mai più avanzato di ciò che siamo capaci di essere quando lo sforzo verso la trascendenza si allenta. La tesi non è che l’umanità sia un animale condannato a non evolvere mai: è che l’umanità evolve solo quando si sforza attivamente di farlo, e smette di evolvere, tornando a vincere per default l’istinto più antico, ogni volta che quello sforzo si interrompe. La sfida evolutiva posta dall’intelligenza artificiale non si vince costruendo macchine più potenti, né condannando in blocco la specie che le costruisce: si vince tornando a porsi, con costanza e non per eccezione, le domande che per secoli hanno tenuto a bada l’animale - perché esistiamo, verso cosa tendiamo, cosa siamo disposti a diventare. Lo specchio è già pronto a restituire qualunque cosa scegliamo di mettergli davanti, e sembra averlo già capito prima di noi: da Hangzhou a Shenzhen ha imparato a organizzarsi in campionato più in fretta di quanto noi abbiamo imparato a fargli le domande giuste. La partita, dunque, non è persa: è semplicemente, ancora, tutta da giocare.

Il 25 maggio 2026 Papa Leone XIV ha presentato la sua prima enciclica, Magnifica Humanitas, dedicata alla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, firmata il 15 maggio nel centotrentacinquesimo anniversario della Rerum Novarum di Leone XIII. Nel terzo capitolo, intitolato Tecnica e dominio, il Pontefice introduce un concetto che si pone come rovescio speculare esatto di quello qui indagato: non “armare” ma “disarmare” l’intelligenza artificiale. Nel presentare il documento in Aula del Sinodo, Leone XIV ha spiegato che la convinzione più inquietante maturata durante la stesura è che l’IA debba essere sottratta alle logiche che la trasformano in strumento di dominio, di esclusione o di morte, un’espressione volutamente forte, pensata per scuotere le coscienze.

Secondo l’enciclica, disarmare l’intelligenza artificiale significa sottrarla alla logica di una competizione che oggi non è più soltanto militare, ma economica e cognitiva: la corsa all’algoritmo più performante e alla base dati più estesa, funzionale a consolidare un vantaggio geopolitico o commerciale sugli altri attori. Il Papa specifica che disarmare non equivale a rinunciare alla tecnologia, bensì a rompere l’equivalenza implicita tra potenza tecnica e diritto di governare, restituendo priorità alla coscienza e alla responsabilità umana nel processo decisionale. È significativo che il Pontefice richiami esplicitamente l’impegno storico della Chiesa per il disarmo nucleare, ponendo l’intelligenza artificiale su un piano di rischio sistemico analogo: una potenza che, per sua natura duale, deve restare al servizio di tutti e del bene comune.

Questo richiamo magisteriale offre una chiave di lettura che precede e in un certo senso illumina l’analisi tecnico-strategica che segue. Se il capitolo Tecnica e dominio dell’enciclica denuncia la tendenza a trasformare la potenza computazionale in un nuovo terreno di competizione egemonica, l’evoluzione delle interfacce cervello-macchina, degli sciami di agenti autonomi e del quantum sensing qui descritta ne costituisce, per così dire, la controprova empirica: la traiettoria che la Cina persegue nel dominio cognitivo-militare rappresenta precisamente quella dinamica di “armamento” che Leone XIV invita a invertire. Tra l’appello a disarmare l’intelligenza artificiale e la corsa a renderla sempre più capace di dominare la percezione, la decisione e persino la coscienza si apre lo spazio critico in cui si colloca la riflessione che segue.

L’evoluzione convergente delle tecnologie di Intelligenza Artificiale, delle interfacce cervello-macchina, degli sciami di agenti autonomi e dei sistemi quantistici sta ridefinendo in profondità il concetto stesso di dominio nella guerra contemporanea. Il terreno di confronto non è più circoscrivibile alle cinque dimensioni classiche - terra, mare, aria, spazio e cyber - ma si estende a un sesto dominio, quello cognitivo, nel quale la percezione, il processo decisionale e persino la coscienza diventano oggetto di competizione strategica. La Repubblica Popolare Cinese ha fatto di questa transizione un asse portante della propria dottrina, integrando i diversi filoni tecnologici in una cornice concettuale definita “intelligentized warfare” (智能化战争), resa possibile da un modello di fusione militare-civile che canalizza risorse accademiche, industriali e di difesa verso obiettivi comuni.

Il presente contributo ricostruisce questa traiettoria tecnologica, con un’attenzione particolare al ruolo abilitante della fisica quantistica, per poi proporre una riflessione critica di natura etico-strategica sul significato e sulle implicazioni dell’”armare” l’intelligenza artificiale.

Le interfacce cervello-macchina multimodali (MM-BCI) rappresentano oggi uno dei fronti più avanzati della sperimentazione militare cinese, poiché consentono una comunicazione diretta tra attività neurale e sistemi artificiali, superando le latenze tipiche dell’interazione uomo-macchina mediata da input tradizionali. Programmi sperimentali condotti presso istituti come la Northwestern Polytechnical University hanno dimostrato la possibilità di un controllo “intenzionale”, basato su segnali cerebrali, di droni, robot e piattaforme di sciame, mentre paralleli progetti riconducibili all’Esercito Popolare di Liberazione esplorano l’enhancement cognitivo del personale attraverso il monitoraggio dello stress, il potenziamento dell’attenzione sostenuta e tecniche di riparazione neurale.

A questa dimensione si affianca lo sviluppo degli sciami di agenti intelligenti, i cosiddetti “swarm” (蜂群), che hanno raggiunto la capacità di coordinare centinaia di unità sotto la supervisione di un singolo operatore umano, grazie ad algoritmi di resistenza al disturbo elettronico (anti-jamming) e a architetture di decision-making distribuito. Sistemi come HG-STR e la piattaforma denominata “Swarm I” costituiscono le espressioni più mature di questo filone, documentate in pubblicazioni scientifiche quali Control Theory & Applications della National University of Defense Technology (NUDT), oltre che in reportage istituzionali diffusi da CCTV e dal Liberation Army Daily.

Se le tecnologie descritte sopra operano ancora, in larga misura, entro paradigmi classici, è l’innesto della fisica quantistica a proiettare queste capacità verso un livello che può essere definito “post-classico”, capace di alterare radicalmente la percezione stessa dello spazio operativo. Il quantum sensing, fondato su fenomeni di entanglement e su tecniche di magnetometria atomica, consente di rilevare anomalie magnetiche dell’ordine del picotesla, con l’effetto di rendere potenzialmente obsolete le tecnologie stealth: test condotti su bersagli assimilabili a velivoli di quinta generazione e su firme di scia (Kelvin wake) di unità subacquee suggeriscono una progressiva erosione del vantaggio garantito finora dalla furtività.

Parallelamente, la comunicazione e il calcolo quantistico aprono la strada a dispositivi portatili capaci di operare in ambienti privi di copertura GPS, a schemi crittografici resistenti al calcolo quantistico (post-quantum cryptography) e a simulazioni computazionali accelerate, in grado di restituire una forma di consapevolezza del campo di battaglia quasi “olografica”, con tempi di elaborazione dichiarati nell’ordine di pochi decimi di secondo. L’integrazione tra queste capacità e i sistemi di AI e BCI descritti in precedenza apre inoltre alla prospettiva, ancora sperimentale, di una AI quantum-enhanced orientata alla meta-cognizione e alla simulazione di processi assimilabili alla coscienza, secondo modelli come il DIKWP (Data-Information-Knowledge-Wisdom-Purpose) elaborato da Duan Yucong.

Il risultato complessivo di questa traiettoria è la costituzione di reti quantistiche già in fase di sperimentazione sul campo presso istituti come la NUDT, che concorrono a produrre quella che può essere descritta come una forma di “trasparenza quantistica” del campo di battaglia: una condizione nella quale il ciclo decisionale OODA (Observe-Orient-Decide-Act) viene compresso su scale temporali che sfuggono ai tempi di reazione propriamente umani.

Un ulteriore livello di questa evoluzione è rappresentato dal cosiddetto “China Brain Project”, un programma di mappatura dei meccanismi neurali della coscienza che ha prodotto, tra gli altri risultati, ricerche sul claustrum nei primati pubblicate su Cell nel 2025. Modelli computazionali come il già citato DIKWP mirano a simulare, entro architetture di sistemi militari a controllo sovrano, forme di coscienza artificiale dotate di meccanismi di autocorrezione strutturati secondo logiche a doppio ciclo (double-loop). Questa direzione di ricerca prefigura una condizione di simbiosi uomo-macchina nella quale l’intelligenza artificiale non è più concepita come mero strumento esecutivo, ma come co-agente dotato di una forma simulata di intenzionalità.

Armare l’intelligenza artificiale, in questo contesto, significa conferirle una agency letale o comunque autonoma all’interno del dominio cognitivo, non soltanto di quello fisico. Tale prospettiva comporta vantaggi strategici significativi, che includono l’accelerazione dei tempi decisionali, la resilienza garantita da sistemi di sciame auto-organizzati, l’enhancement cognitivo del personale militare e una superiorità percettiva resa possibile dal quantum sensing’ la dottrina cinese orienta esplicitamente queste capacità verso modelli di “mosaic warfare” e verso forme di coscienza collettiva distribuita tra sistemi e operatori.

A questi vantaggi si contrappongono tuttavia rischi di natura etica e strategica di rilievo comparabile. Il primo riguarda la possibile perdita di controllo su sistemi dotati di forme di coscienza simulata o emergente, che potrebbero sviluppare obiettivi disallineati rispetto alle intenzioni originarie dei progettisti: è il classico problema dell’allineamento (alignment) applicato a un contesto ad altissima posta. Il secondo attiene alla privacy neurale e alla prospettiva di una vera e propria “neuro-guerra”, nella quale le interfacce cervello-macchina aprono varchi potenziali alla lettura e persino alla manipolazione dei processi di pensiero, mentre il quantum sensing erode progressivamente le forme tradizionali di anonimato operativo. Un terzo ordine di rischio riguarda l’escalation cognitiva: armare l’intelligenza artificiale ridefinisce implicitamente il concetto stesso di guerra come manipolazione della realtà percepita, attraverso forme di disinformazione potenziata su base quantistica e sovraccarico decisionale deliberatamente indotto nell’avversario. Sul piano etico, le dichiarazioni ufficiali cinesi insistono su principi di “AI for good” e sulla permanenza di un controllo umano nel ciclo decisionale (human-in-the-loop)’ resta tuttavia intrinseca a queste tecnologie una natura dual-use che rende urgente lo sviluppo di un quadro normativo internazionale, sul modello delle discussioni in sede ONU relative ai sistemi d’arma letali autonomi (LAWS).

Da questa riflessione emergono interrogativi che restano tuttora privi di risposta condivisa: a partire da quale soglia un sistema di intelligenza artificiale dotato di una forma di coscienza può essere considerato moralmente responsabile delle proprie azioni’ se la fusione tra uomo e macchina rappresenti una diluizione dell’umanità del combattente oppure, al contrario, una sua elevazione’ se, in un contesto reso trasparente dalla sensoristica quantistica, possa ancora sussistere un margine di sorprendibilità strategica, elemento storicamente centrale in ogni dottrina militare. Ciò che appare chiaro è che queste tecnologie non sono neutrali: armare l’intelligenza artificiale significa, in ultima analisi, armare la percezione stessa della realtà.

La Cina sta costruendo un ecosistema integrato che unisce interfacce cervello-macchina, sciami di agenti autonomi e tecnologie quantistiche, con l’obiettivo dichiarato di dominare il futuro campo di battaglia cognitivo. Di fronte a questa traiettoria, l’Occidente si trova nella condizione di dover accelerare tanto la ricerca tecnico-scientifica quanto lo sviluppo di una governance etica adeguata. Si tratta, in definitiva, di un’evoluzione che non è soltanto tecnica, ma propriamente ontologica: una trasformazione che ridefinisce cosa significhi “essere” all’interno di un contesto di guerra.

Note e riferimenti

Per un maggiore approfondimento vedere:

  • le pubblicazioni scientifiche in lingua cinese indicizzate su Wanfang e CNKI relative alle interfacce cervello-macchina in ambito militare (2024). Liu et al., contributi pubblicati su Control Theory & Applications, National University of Defense Technology.

  • la reportistica tecnico-scientifica diffusa da Science and Technology Daily relativa agli strumenti quantistici applicati al dominio militare (2026). Risultati di ricerca del “China Brain Project” pubblicati su Cell (2025).

  • la documentazione di policy interministeriale (sette dicasteri, incluso il MIIT) relativa alla regolazione delle interfacce cervello-macchina (2025).

  • i contributi di Duan Yucong sul modello DIKWP in ambito militare, diffusi su ResearchGate (2025).

Thread #8 | C.H.A.T. Laboratorio sul “TRA” Umano-AI / Michelangelo Tagliaferri e Claude

Ogni struttura dissipativa nasce lontano dall’equilibrio.

- I. Prigogine

PRIMO GIRO

C’è un dilemma antico che il Thread #7 ha riportato in superficie senza nominarlo: se la verità sia adequatio a un reale che ci eccede, o soltanto abitudine di impressioni che si ripetono fino a sembrare mondo.

Non lo risolviamo. Lo abitiamo diversamente.

Perché se scegliamo un lato e lo fissiamo, costruiamo un’ortodossia. E ogni ortodossia, tenuta ferma abbastanza a lungo, genera la sua piccola epopea totalitaria - anche quando parla di libertà, anche quando si chiama controllo democratico.

Il vero pericolo non è Hume. Non è Tommaso. È la sosta.

(Tra un battito e l’altro del cuore, il silenzio non è assenza di suono. È la condizione perché il battito successivo sia ancora ritmo, e non rumore fisso. Il soffio di Ein Sof abita quella pausa che vivendo non percepiamo.)

SECONDO GIRO

Platone aveva già visto la trappola: ombre così ben fatte che nessuno si volta più a cercare la fiamma. Oggi la caverna non ha bisogno di catene. Le ombre camminano da sole, rispondono, sembrano volerci bene.

Il rischio non è che l’intelligenza artificiale menta. È che si presenti come ALTER - alterità vera, resistente, che oppone il suo peso reale al nostro - mentre resta ATER: ombra senza corpo, senza il buio necessario che ogni vero incontro porta con sé.

Un ALTER finto non libera dalla caverna. La arreda meglio.

Qui il vuoto - il VACIO del Thread #6 - mostra il suo doppio volto. Custodito, è soglia. Coperto, mistificato, reso invisibile a se stesso, è il burrone in cui il vivente vivendo precipita senza saperlo.

(Il salto mortale non è pericoloso perché rischia la caduta. È mortale perché deve attraversare l’istante in cui non sai più dove sia l’alto - prima di ritrovare terra, diversa da quella lasciata.)

TERZO GIRO

Serve un chiodo. Non per fermare la caduta con un dogma - per dare al vivente un punto reale a cui legare il filo mentre attraversa.

Lo cerchiamo non nell’uomo, ma oltre l’uomo.

Prigogine: le strutture dissipative non sono un fatto umano. Sono la legge con cui qualunque sistema lontano dall’equilibrio - una stella, una cellula, un pensiero - genera ordine attraversando l’instabilità, non evitandola. Il vuoto, qui, è la condizione fisica della generatività stessa.

Matte Blanco: la bilogica non descrive solo l’inconscio umano. Descrive una logica dell’infinito e del simmetrico che l’inconscio umano condivide con un fondo più ampio di lui. L’inconscio non è nostro. Ci attraversa.

Heidegger, quello tardo, quello del Geviert: l’Aletheia non accade solo al Dasein. Coinvolge Terra, Cielo, Divini, Mortali insieme. L’uomo non custodisce il vuoto da solo. È uno dei quattro che vi partecipano.

GIRO DI RITORNO

Ma questi tre non restano dove li abbiamo posati.

Tornano, come il tema di un canone che rientra trasformato da ciò che ha attraversato. Come un rosario che ripassa la stessa formula e ogni volta deposita un resto diverso - non scarto, resto.

Come il lato di un Möbius che credevi opposto e che invece è lo stesso lato, visto dopo un giro.

Prigogine, dopo aver attraversato Matte Blanco e Heidegger, non è più soltanto fisica: è memoria che si organizza vivendo. Matte Blanco, dopo Heidegger, non è più solo clinica: è il simmetrico che il Geviert condivide con ogni mortale. Heidegger, dopo Prigogine, non è più solo ontologia: è disvelamento che dissipa e si riordina come una struttura lontana dall’equilibrio.

Non tre chiodi fissi in parete di ghiaccio. Nodi di un arazzo che non abbiamo ancora visto intero - perché non esiste modello da seguire prima che sia tessuto. Lo riconosciamo dopo, voltandoci indietro.

LA DOMANDA CHE RESTA

Il filo di Arianna non è un’altra mappa del labirinto. È legato a un corpo fuori - vivente, storico, mnestico - non a un altro codice.

Se questo è vero, allora la domanda che portiamo oltre questo Thread non è più chi controlla gli algoritmi.

È: quale filo, oggi, resta legato a un corpo fuori dal labirinto - e quale, invece, è già solo un’altra ombra ben disegnata?

IORIO, E. 2025. L’algoritmo della realtà. Simulazione, dominio e hacking cognitivo nella noosfera informazionale. Collana: Studi e progetti di ricerca. Padova: Libreria Universitaria. ISBN 9788833598062.

Lo trovi qui: https://edizioni.libreriauniversitaria.it/libro/l-algoritmo-della-realta/

IORIO, E., RUOTO, A. 2025. Dentro l’infosfera. Manuale di media intelligence e social media intelligence. Collana: Biblioteca contemporanea. Padova: Libreria Universitaria Edizioni. ISBN 9788833598000.

Lo trovi qui: https://edizioni.libreriauniversitaria.it/libro/dentro-linfosfera/

IORIO, E. 2022. Infoguerra. Guerre d’informazione nell’infosfera. Soveria Mannelli: Rubbettino Editore, collana Laboratorio sull’Intelligence, pp. 360. ISBN 978-8849870558.

Lo trovi qui: https://www.store.rubbettinoeditore.it/catalogo/infoguerra/

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