Ciao ✹,
oggi Ellissi torna in versione trina: tre storie interessanti della settimana scelte e analizzate per te.
Parliamo di storture dell’intelligenza artificiale (once again, ma che posso farci?), di giornali italiani e di un tema che sta acquistando risonanza: la possibilità di fare opt-out da Google.
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Buona lettura!
Valerio
L’intelligenza artificiale è una «rivoluzione inevitabile», un «moltiplicatore di produttività», un «boom» da capitalizzare.
Insomma, ai giornali italiani l’AI sembra piacere — e anche parecchio.
È quanto emerge da un interessante report di Hermes Center, realizzato su quasi 600 articoli di giornale pubblicati in Italia da Corriere della Sera, La Repubblica, Il Sole 24 Ore e Il Giornale.
L’ago sembra pendere sempre verso il tecno-ottimismo, fanno notare i ricercatori Fabio Chiusi e Laura Carrer: l’AI viene definita come qualcosa di «inevitabile e inarrestabile» a cui «possiamo e dobbiamo adeguarci senza troppe esitazioni».
La tecnologia viene raccontata attraverso una cornice economica e imprenditoriale, anziché antropologica o sociale: a dominare sono infatti «gli impatti dell’intelligenza artificiale sul mondo dell’impresa e delle startup, sempre e invariabilmente dal punto di vista di chi le gestisce, piuttosto che di chi ci lavora».
Vero, si parla anche dei lati negativi, principalmente quelli occupazionali; questi vengono però descritti soprattutto come «rischi potenziali»; al contrario dei benefici, che invece vengono dipinti come assolutamente «reali».
Di cosa i giornali italiani non parlano abbastanza, invece? Ci sono diversi tabù: del dibattito sulle policy per regolamentare la tecnologia, come l’AI Act europeo, per esempio non c’è traccia.
Si tace spesso anche degli abusi e dei bias causati dall’uso dell’AI nei sistemi di sicurezza nazionale, e mancano quasi completamente le opinioni di esponenti dalla società civile.
Per approfondire > HERMES CENTER
Una volta che i nostri contenuti sono processati da Google, vengono utilizzati non solo per fornirci risposte personalizzate, ma anche per allenare l’AI del motore di ricerca.
Si può dire di no a questo prelievo forzato?
La recente introduzione di alcune nuove funzioni parrebbe offrire un primo argine agli utenti, tuttavia limitato alle attività future e agli elementi che salveremo da oggi in poi.
Il tema, però, si sta scaldando: in UK, l’antitrust britannica ha imposto all’azienda americana di lasciare libertà di scelta alle persone, senza costringerle ad abbandonare la piattaforma.
Intanto, a guardare alla possibilità di “fare opt-out da Google” non sono più solo gli utenti, bensì anche gli editori: USA Today starebbe addirittura pensando di deindicizzarsi da Google, facendo in modo che nessuno dei suoi contenuti appaia più sul motore di ricerca.
Sarebbe una mossa senza precedenti, avviata - secondo il gruppo editoriale - come contromisura all’uso indiscriminato dei contenuti giornalistici nei modelli di intelligenza artificiale, così come protesta verso il declino del traffico web derivante dalla search.
Come sempre in questi casi, si tratta di una leva negoziale. Gli editori sono convinti che Google abbia bisogno di loro, e vorrebbe una mano tesa, possibilmente contenente dei soldi, da parte dell’azienda guidata da Sundar Pichai.
Per approfondire > ADWEEK
Di professione, Rachel Megan è una critica letteraria.
Uno dei suoi libri preferiti del 2025 fu l’horror Shy Girl, dell’autrice e poeta Mia Ballard, cui Megan assegnò 5 stelle.
Qualche mese dopo, tuttavia, la giornalista scoprì - grazie a un’inchiesta del New York Times - che il romanzo era stato scritto al 78% con l’intelligenza artificiale.
Scrivere libri con l’ausilio dell’AI è una pratica sempre più diffusa in tutto il mondo.
In Egitto, dove questo fenomeno ha reso accesissimo il dibattito sul futuro dell’editoria.
In Corea del Sud, dove un singolo editore ha inondato gli scaffali con oltre 9.000 titoli diversi in un solo anno.
E in Cina, il più grande mercato di web novel al mondo, dove le piattaforme stanno correndo ai ripari: per evitare che i bot sommergano i siti di saghe fantasy o romance stanno introducendo blocchi e limiti stringenti sui caratteri o sul ritmo di creazione.
Fino a poco tempo fa pensavamo ai libri scritti dall’AI come a un sottobosco di manuali spam, o di fiabe per bambini pubblicate in self-publishing su Amazon.
Ora, però, qualcosa è cambiato.
I testi generati sinteticamente non solo ingannano gli addetti ai lavori, ma iniziano a vincere premi letterari prestigiosi, sollevando nuovi dubbi e perplessità.
Secondo un recente studio, però, la fiction generata dall’AI si riconosce con estrema facilità. Le strutture narrative sono piatte. Gli aggettivi sono spesso altisonanti. I dialoghi sembrano di plastica.
Shy Girl è un’eccezione, forse dovuta a un pesante lavoro di editing umano a valle del processo di creazione.
Ma non sappiamo per quanto ancora sarà così. Persino il New Yorker si è posto una domanda che non possiamo ignorare del tutto o per sempre: non è che ai lettori, un giorno, i libri artificiali piaceranno davvero?
Per approfondire > THE NEW YORKER, 404 MEDIA
◘ Nella mia cronologia
Cose che ho trovato e visto in giro, salvate per te.
◘ Mario Orfeo lascia la direzione di Repubblica, dopo l’annuncio del suo futuro passaggio a QN di Del Vecchio; al suo posto, ad interim, Stefano Cappellini.
◘ I flyer fatti con ChatGPT stanno per arrivare anche nella tua casella di posta.
◘ La strana app che ti permette di inviare messaggi alla velocità degli uccelli e recapitarli a persone che non conosci.
◘ Alcune città degli Stati Uniti vorrebbero impedire alle persone di crearsi le pistole a casa con le stampanti 3D.
◘ I palestinesi stanno costruendo un archivio digitale della loro storia che non potrà essere bombardato.
◘ Quasi la metà di tutto quello che leggi su LinkedIn e X è stato scritto con l’AI? Un nuovo studio sostiene proprio questa tesi.
◘ «Tutti ‘sti capelloni fanno schifo»: raffinatissimi pareri degli anziani sui giovani raccolti negli anni Ottanta.
◘ E infine, ebbene sì: è arrivato il momento degli energy drink religiosi ispirati a Gesù Cristo.
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