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Senza mulini · Jun 13, 2026

#31 La Chiesa che costruisce lo Stato

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Elisa Belotti · Senza mulini

Dopo aver esplorato le comunità cilene e il loro legame con il popolo, torniamo in Asia e ci addentriamo in Papua Nuova Guinea. Qui incontriamo delle chiese cattoliche e protestanti in espansione, che passano dall’essere meta all’essere motore delle missioni. Non senza alcune tensioni.

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Detto questo, iniziamo!

Un tempo la popolazione locale non sapeva come esprimere la propria fede. Dipendeva dai missionari che predicavano. Oggi, invece, sono le persone del posto a raccontare e condividere la loro fede.

L’ospite di questo mese è Victor Roche, prete missionario originario dell’India che ha trascorso oltre quarant’anni in Papua Nuova Guinea, dove è arrivato nel 1981. L’ho conosciuto nel 2024, durante il viaggio apostolico di papa Francesco nel Sud Est asiatico e in Oceania.

Victor Roche è cresciuto in un piccolo villaggio nel Sud dell’India, Palayam, in cui la sua era l’unica famiglia cristiana. Il prete arrivava una volta al mese dalla missione vicina a bordo di un carro trainato da un bue e, a volte, anche Roche saliva su quel carro e si univa alle attività pastorali. Ha poi svolto la formazione religiosa ed è stato ordinato prete nel 1980, unendosi alla Società del Verbo Divino (SVD). L’anno successivo è arrivato come missionario in Papua Nuova Guinea.

Dopo alcuni anni di formazione negli Stati Uniti e a Roma, ha assunto ruoli di coordinamento, diventando direttore nazionale delle Pontificie Opere Missionarie. Inoltre dal 2010 al 2018 è stato segretario generale della Conferenza Episcopale di Papua Nuova Guinea e Isole Salomone. Ha lasciato la Papua Nuova Guinea nel 2025 per fare ritorno in India.

Victor Roche presso il Centro Pastorale Tangugo della diocesi di Wewak, mentre impara il pidgin inglese insieme a due catechisti, 1981

Secondo ARDA, il 47.08% della popolazione è protestante, il 24.56% cattolico e il 18.90% frequenta le chiese non affiliate. Queste sono le tre principali denominazioni religiose. Complessivamente il cristianesimo (94.82%) ha vissuto una rapida crescita nel primo ‘900, quando ha sorpassato i culti locali. A partire dai primi anni 2000, però, sia le chiese protestanti che quelle cattoliche hanno leggermente perso terreno a favore di quelle non affiliate.

Dati elaborati da ARDA

Secondo Roche, il modo in cui si vive il cristianesimo oggi in Papua Nuova Guinea dipende dal percorso storico che le chiese hanno vissuto sul territorio. Le prime missioni cattoliche stabili si insediarono nella seconda metà dell’Ottocento in un territorio caratterizzato da centinaia di lingue, culture e sistemi religiosi differenti. I missionari appena sbarcati dall’Europa si trovarono di fronte a comunità che praticavano forme di spiritualità tradizionale legate agli antenati, agli spiriti e al rapporto con la natura.

L’incontro non fu privo di tensioni. Per le popolazioni locali il cristianesimo rappresentava una religione straniera, proveniente da mondi lontanissimi. Parallelamente, i missionari si muovevano in un contesto che conoscevano a malapena. I primi insediamenti sono sorti lungo la costa e sulle isole del nord del Paese, per poi estendersi gradualmente verso l’interno, e le diverse denominazioni si spartirono il territorio. Le missioni cattoliche si stabilirono a Rabaul, sull’isola di Yule nella zona centrale, e ad Aitape nel Sepik Orientale. Quelle luterane intorno a Lae ed espansero la loro presenza sulla terraferma. Quelle metodiste e anglicane si diressero verso la regione meridionale e le Isole della Nuova Guinea.

L’accoglienza variò da luogo a luogo. In alcune aree i missionari sono stati accolti con curiosità e ricevettero terreni su cui costruire scuole e chiese. In altre furono uccisi perché estranei e incomprensibili.

Dopo la Prima Guerra Mondiale, europei e statunitensi estesero le attività missionarie all’interno della Papua Nuova Guinea. Le comunità avventiste del settimo giorno iniziarono la loro opera nella città portuale di Lae, estendendola alla provincia di Morobe. I missionari cattolici, sotto la guida della Società del Verbo Divino di cui fa parte Roche, estesero la loro opera a Madang, Chimbu e nelle province degli Altipiani Occidentali all’inizio degli anni ‘30.

Victor Roche mentre battezza un bambino a Wirui, nel Sepik Orientale, 1986

Le scuole parrocchiali, per lo più cattoliche, istruirono poi la generazione dei padri fondatori della Papua Nuova Guinea, tra cui gli autori della Costituzione del Paese - indipendente dal 1975 - che si impegna “a custodire e trasmettere a coloro che verranno dopo di noi le nostre nobili tradizioni e i principi cristiani che ora ci appartengono”. L’impronta cristiana è tanto significativa che Paul Harricknen, avvocato e presidente della Catholic Professionals Society della Papua Nuova Guinea, ha affermato durante la celebrazione del 45° anniversario dell’Indipendenza (2020): “La partnership tra Stato e Chiesa è stata la pietra angolare della fondazione della nazione, e deve continuare a crescere. La Chiesa non può essere solo un organismo che offre servizi, ma un partner da consultare su politiche e leggi”.

L’influenza delle chiese in Papua Nuova Guinea, naturalmente, non si limita alla dimensione spirituale. Fin dal loro arrivo nel XIX sec., le organizzazioni missionarie hanno avuto un ruolo centrale nello sviluppo del Paese, fondando scuole, ospedali, strade, ponti e altre infrastrutture essenziali. In molte aree remote, i missionari rappresentarono il primo contatto delle popolazioni locali con un orizzonte più ampio. In numerose comunità, soprattutto nelle regioni più isolate, le chiese vengono percepite spesso come più stabili e affidabili dello Stato, che fatica a garantire servizi e infrastrutture a causa delle limitate risorse disponibili e delle difficoltà geografiche del territorio.

Non sorprende quindi che le istituzioni religiose continuino a svolgere un ruolo fondamentale nell’erogazione dei servizi. Grazie al loro status di organizzazioni senza scopo di lucro e al sostegno ricevuto dal governo, gestiscono oltre il 60% delle strutture sanitarie e scolastiche pubbliche del Paese.

Victor Roche nella parrocchia fluviale di Ambunti, sul fiume Sepik, 1981

Anche i collegamenti con le zone più difficili da raggiungere passano spesso attraverso realtà legate al mondo cristiano. Dal 1951, ad esempio, l’organizzazione cristiana Mission Aviation Fellowship garantisce i trasporti aerei verso comunità prive di collegamenti stradali, soprattutto negli altopiani interni, trasferendo persone, medicinali, materiale scolastico e materiali da costruzione in alcune delle aree più isolate del Paese.

Se in passato la trasmissione del messaggio cristiano dipendeva quasi esclusivamente dai missionari europei, oggi sono soprattutto le persone del luogo a guidare le comunità, predicare e assumere ruoli di responsabilità. Secondo Roche, questa trasformazione rappresenta uno dei cambiamenti più significativi degli ultimi quarant’anni: la Chiesa locale non è più solo territorio di arrivo delle missioni, ma luogo di partenze. Anche grazie all’inculturazione.

Negli anni ‘60 e ‘70 molte missioni cristiane guardarono con sospetto le pratiche spirituali tradizionali della Papua Nuova Guinea. Riti, credenze e forme di culto locale venivano spesso considerati incompatibili con il cristianesimo, quando non addirittura associati a forze demoniache. Questo atteggiamento portò in diversi casi all’abbandono o alla marginalizzazione di elementi culturali radicati nelle comunità.

Con il tempo, però, si sviluppò un approccio differente, integrando alcuni aspetti delle culture locali nella vita ecclesiale attraverso un processo di inculturazione. L’obiettivo era permettere al cristianesimo di esprimersi attraverso linguaggi, simboli e sensibilità proprie delle popolazioni della Papua Nuova Guinea, anziché sostituirle. Questo contribuì a una diffusione particolarmente capillare della fede cristiana.

Un’opera di Nanias Maira, della popolazione nativa Kwoma, dal titolo Ner Wiynmaiy. Rappresenta i tre Magi in adorazione di Gesù bambino, incorniciato dalla stella di Betlemme. Dipinta su corteccia di palma da sago, 2011

L’incontro tra cristianesimo e credenze tradizionali non ha cancellato del tutto le visioni spirituali preesistenti e ancora oggi molte persone continuano a professare la fede cristiana mantenendo al tempo stesso convinzioni legate alle pratiche indigene. Questo sincretismo convive, però, con un diffuso sospetto - dai tratti anche violenti - verso la stregoneria, che prende il nome di SARV (Sorcery Accusation-Related Violence).

Si accusano così delle persone fragili - spesso donne vedove - di praticare la stregoneria o di essere posseduto da un’entità maligna, ricorrendo alla violenza per eliminare la minaccia percepita. La SARV, un tempo associata soprattutto alle regioni degli altopiani, si sta diffondendo anche nelle aree urbane e né le chiese né le istituzioni pubbliche sembrano aver trovato finora strumenti efficaci per contrastarle. E su questo torneremo nel prossimo numero.

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Per oggi ci fermiamo qui. Nel prossimo numero leggerai della stregoneria in Papua Nuova Guinea e del suo rapporto con le chiese.

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