In questo potente 2026 qualcuno lassù si è accorto dei tuoi 96 anni imperturbati, forse ha cominciato a osservarti con un pizzico in più di attenzione e ti ha visto guidare avanti e indietro tra Lombardia e Piemonte premendo più del consentito sull’acceleratore perché “se vado piano mi addormento”, spiegavi. Quando guidavi, e guidavi tanto, stavi quasi sempre zitto anche nei viaggi di famiglia, tranne ogni tanto esclamare una parola secca: falchètto. Io guardavo fuori dal finestrino e in effetti, in cielo, stava passando un rapace. Difficile spiegare la sensazione di sicurezza che mi ha sempre dato quel momento: stavi guidando, super concentrato o con la mente altrove, chissà, ma non ti sfuggiva un piccolo falco che ruotava su un campo. Lo nominavi, io guardavo, lui era lì e tutto sembrava essere al posto giusto nel mondo.
Tornando a oggi, probabilmente chi ti stava osservando dall’alto ha cominciato ad avere dei dubbi sulla tua permanenza terrestre. Silenziosamente abbiamo avuto i primi sospetti quando hai cominciato a lasciarci il volante e alla guida ci siamo alternati noi tre figli, capendoci senza dirci molto, più che altro agendo. Portandoti a fare visite mediche, ascoltando il parere dei dottori e aiutandoti a prendere una decisione importante, operazione o no? Operazione sì, e non credo sarebbe andata molto diversamente comunque: forse ti saresti spaventato anche di più aspettando che succedesse qualcosa di così grave da correre al Pronto Soccorso. Invece siamo arrivati puntuali e tesi all’ospedale il giorno stabilito, da quell’ospedale lontano da casa, poi, sei uscito 3 settimane dopo con un’ambulanza che ti ha riportato a Milano, in clinica, e da lì hai usato 3 giorni per salutarci. Sei riuscito anche ad abbracciare il Seba, il nipote che dalla Liguria è venuto domenica a trovarti e tu che già non eri molto cosciente, nel momento del suo arrivo, però, hai riaperto gli occhi e riacceso quel guizzo di furbizia per chiamarlo vicino a te, abbracciarlo e dirgli “sono contento che tu sia venuto”. Un altro lampo di vita ti ha attraversato quel giorno, hai guardato tutti noi che in quel momento eravamo intorno al tuo letto e hai esclamato: “facciamo un po’ il punto della situazione… perché così a naso mi sembra gravissima”. Ti ho sorriso e ho solo bisbigliato “beh insomma gravissima, diciamo gravina” ma era solo una stupida battuta dettata dall’imbarazzo. Poche ore dopo hai mollato del tutto la guida e ci hai lasciati con questo nuovo vuoto, da esplorare, capire, abitare, riempire.
”Ora, ognuno avrà i suoi vuoti personali, a me dell’età adulta mancheranno quelle visite pomeridiane fatte di chiacchiere e condivisioni sulla vita quotidiana, le paste della domenica, la curiosità sincera verso il mio lavoro, so che ai miei figli già manchi tantissimo e sarà molto dura alla fine di ogni partita non sentirli parlare con te al telefono per i primi commenti a caldo”. Queste parole le ho scritte lunedì 23 marzo, quando te ne sei andato, proseguendo cosi: “è successo questa sera, ci hai anche concesso qualche settimana per abituarci all’idea, perché riuscissimo a lasciarti andare, ma questa sera faccio fatica a spegnere la luce, come se addormentarmi volesse davvero dire che domani mi sveglio e tu non ci sei più. E adesso a chi lo racconto?” mi scopro a chiedermi più volte al giorno.
A chi lo racconto che mi hanno invitato a un mini viaggio stampa proprio sul Renon, il luogo dove ci hai portati da bambini, dove tu andavi da bambino con i tuoi nonni e dove io ho portato i miei figli bambini? Quel magico altopiano fermo nel tempo, dove Freud faceva le sua passeggiate estive che poi raccontava a Jung per lettera e dove l’anno scorso siamo tornati insieme qualche giorno, promettendoci che sarebbe stato così bello tornarci anche quest’anno. Noi tre fratelli con figli e nipoti proveremo a tornarci, ma senza di te che quella sera hai deciso che basta.
A chi lo racconto il mio giro di lavoro al Salone del Mobile, le cose che ho visto al Fuorisalone, quel giro in Toscana con lo scooter e il Parco di Sculture nel Chianti? A chi racconto del mio compagno di classe che si sposa dopo 30 anni di convivenza e del primo matrimonio tra i figli degli amici? A chi racconto la mia settimana, gli impegni di Marco all’università e sul campo da calcio, l’ultima telefonata della sera con Tobia che sì, aveva una voce contenta.
Perché in questi anni, papà, succedeva una o due volte la settimana che mi chiamassi e mi chiedessi “sei a casa?” Io ti rispondevo sì e tu dopo 20 minuti suonavi il campanello. Solo per farti un giro, perché quel pomeriggio non c’erano western interessanti alla tele, perché avevi voglia di sgranchirti le gambe e mettere le mani sulla tua Audi. Io parlavo con un tono di voce alto per paura che tu non sentissi bene e ti raccontavo le mie giornate, cercando episodi che sapevo ti avrebbero interessato e intanto ti offrivo un bicchiere d’acqua o di succo e due mandorle. Ti raccontavo cose che non ti avrebbero preoccupato o innervosito, ma mi accorgo ora che quei momenti erano terapeutici per entrambi: io ti rassicuravo che tutto andava bene, tu mi rassicuravi che stavi bene. E quando non stavi bene trovavi modi e toni comunque rassicuranti per dirlo, cominciando con “in questi giorni non sono proprio al 100%, mi stanco subito, anche a fare la doccia” allora provavo a commentare che anche io ero molto stanca e che ci sono momenti così. Ma non ti bastava, tu sei sempre stato abituato a stare bene e ad attraversare la vita accompagnato dalla tua energia curiosa. Ora ascolto nell’altra stanza Marco che risponde al telefono e mi immagino che dica “ciao nonno” con quella voce calda amorevole. E invece no, dall’altra parte del telefono il nonno non ci sarà più. Ora non ci siete più voi, mamma e papà, a cui raccontare cose normali avendo la certezza del calore dell’ascolto sincero, ma in compenso ho sentito crescere dietro le mie spalle due nuove ali giganti. Devo solo imparare a usarle.
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