Conosci Cocomelon, mostro mio?
Serie animata per la prima (primissima!) infanzia prodotta da Moonbug Entertainment, CoComelon si regge tutta su filastrocche e canzoncine latamente didattiche. Nasce su YouTube e diventa in breve – non senza colpi di scena, raccontava ilPost qualche tempo fa – uno dei canali più visti al mondo; accumula miliardi di visualizzazioni e arriva alla diffusione maxima grazie a Netflix stesso.
Si regge su colori saturi, assenza di spigoli, un montaggio rapido, una serie di loop sia narrativi che visivi: è un format progettato apposta per mantenere alta l’attenzione di un pubblico molto giovane. Ma non è che quando scrivo progettato io stia usando un’iperbole, mostro mio.
È che c’è in agguato il Distractatron, a coprogettare: un dispositivo mostruoso davvero.
Non è parodia, non è il nome di un nemico di Bumblebee e non è manco l’oggetto magico al centro di una provvida distopia: il Distractatron esiste davvero, ed è il dispositivo impiegato durante i content test di CoComelon, in fase di postproduzione, per misurare e poi ottimizzare la capacità di trattenere l’attenzione dei mini-umani.
Funziona così, raccontava un paio d’anni fa l’azienda stessa al New Yorker: ci sono due schermi affiancati. Da una parte il cartone, dall’altra una serie di immagini necessariamente meno catchy, meno acchiappine – una routine adulta, scene di vita quotidiana. Questo, insomma questo secondo device palloso, è il Distractatron.
Quando lo sguardo della cavietta di turno si sposta dal primo al secondo, da CoCo al D, l’equipe prende nota, registra tutto. E a partire da lì interviene sulla puntata: mica per allentare la presa, però. Per stringerla meglio. (Per mangiarci meglio, signora mia.)
L’idea dietro il dispositivo è capire esattamente come operare sul montaggio beat per beat, taglio per taglio, e scongiurare lo scollamento del target, finché l’attenzione non resta davvero appiccicata lì. Ad libitum.
Ora: manteniamo la calma, astenersi tecnofobə. Parafrasando il Nobel per l’Economia Herbert Simon, tra le altre cose psicologo cognitivo, è pur vero che
una ricchezza di informazioni produce una povertà di attenzione.
Solo che oggi quest’intuizione è diventata un modello industriale: si parla di attention economy non a caso, no? Piattaforme, app, formati narrativi in competizione non tanto e non solo per il fottuto storytelling (argh) ma per trattenerti il più a lungo possibile a bordo, ché il tempo che resti in un certo non-luogo virtuale è monetizzabile tramite la combo pubblicità + dati + profilazione. In questo contesto, l’attenzione passa dall’essere una facoltà cognitiva a vero e proprio bene estrattivo. Perché, deduciamo, è tutto molto semplice, per quanto altrettanto scomodo: l’attenzione umana è una risorsa finita, i contenuti che la reclamano sono potenzialmente infiniti. Pump away.
Ormai da anni interfacce, cliffhanger, palette di sfumature e pure le colonne sonore di tantissimi prodotti per l’intrattenimento (CoComelon incluso) puntano dunque a ridurre al minimo ogni interruzione del flusso attrattivo trasformando la distrazione in, boh, un problemino tecnico da risolvere con lo spegni e riaccendi. E il bello (e il creepy-as-fuck) è che funziona: si tratta di architetture costruite per agganciarsi a meccanismi profondissimi del nostro cervello, quelli che regolano curiosità, ricompensa, anticipazione. Scariche dopaminergiche. In questo senso, parlare di attenzione significa parlare di potere: chi decide cosa la cattura, per quanto tempo, a che prezzo, con che conseguenze, eccetera.
E cosa c’è di più mostruoso del potere, signora mia.
“Humans have more dopamine receptors than any other animal by brain weight. It provides energy, aggressiveness, and maybe even optimism. It suited the physical, experiential nature of our ancestors”,
scriveva Steven Lesk in Footprints of Schizophrenia: The Evolutionary Roots of Mental Illness. Ci sta dicendo che, in proporzione, tra tutte le bestie santissime è l’essere umano a possedere in assoluto più recettori di dopamina, e che la spiegazione alla base è evolutiva: senza quest’incredibile molla verso la promessa di una futura ricompensa, senza quest’indicibile quanto ingannevole seduttore, il nostro ottimismo di specie si sarebbe disseccato da tempo (e noi con esso).
Non vale solo per i miniumani CoComelonòfili, però: ne abbiamo già parlato quando stavamo ragionando sui fake ad presenti dentro i giochini da smartphone, per esempio. Vale per chiunque. È difficile arrestare il feed.
La dopamina è un neurotrasmettitore, cioè una di quelle sostanze che – banalizzando come solo una capra mannara come me potrebbe fare – si scapicollano ad avvisare reciprocamente i neuroni che è il caso di agire rispetto agli stimoli esterni. Nello specifico, la dopamina interessa principalmente alcuni meccanismi specifici: il nostro sistema di ricompensa & la motivazione, i movimenti volontari e la regolazione del nostro umore, ma pure il modo in cui impariamo e ricordiamo le cose. Il modo in cui vi prestiamo – già lo sai, mostro mio – attenzione.
Quando scorriamo i reel sui social, per esempio, entriamo in un ciclo che sfrutta proprio il sistema di ricompensa dopaminergico: legandosi la dopamina all’anticipazione e alla scoperta, il cervello ne rilascia di più quando una ricompensa è inaspettata o variabile. (Tipo slot machine col rullo che scorre, esatto.)
Seguendo il modello del reward prediction error messo a fuoco dal neuroscienziato Wolfram Schultz alla fine degli anni Novanta (ma già comincia a scricchiolare, il modello, eh), è come se ogni swipe fosse una piccola scommessa: potrebbe depositarci davanti qualcosa di molto interessante oppure niente di che, ma è proprio la ricompensa intermittente che mantiene alta l’attenzione e spinge a continuare lo… Scrollaggio Selvaggio. I tempi morti non ci sono: il cervello riceve stimoli rapidi e imprevedibili, che rinforzano l’abitudine al loop (“ancora uno e stacco”). Non è una dipendenza in senso clinico, per carità, mostro mio, però è un altro esempio di architettura paranarrativa pensata per massimizzare il sequestro dell’attenzione.
Sulla dopamina-monstre torneremo, lo sai tu che leggi e lo so io che sbrodolo scrivo; per adesso fermiamoci qua, evitiamo l’oversharing compulsivo (o il dumping tout court) e ricordiamoci piuttosto a vicenda che, come disse il più grande filosofo del Novecento ossia lo zio di Peter Parker, da grandi poteri derivano grandi responsabilità.
Chi insegna, chi scrive, chi racconta – ma anche chi di tutto questo vorrebbe fruire in santa pace – deve porsi il problema: è il superpotere massimo, quello.
Anche perché, per paradossale che sia, è di queste settimane la notizia che la Svezia intende ridurre la propria digitalizzazione, almeno nel comparto scolastico: come documenta la BBC, l’iperdiffusione dei device a partire dall’asilo ha mostrato un impatto decisivo sull’analfabetismo di ritorno nel Paese: “a heavy use of digital devices in maths lessons correlated with lower results”, eccetera. Più generalmente,
“There’s been an increased awareness of the disruption that technology is causing in classrooms,” says Dr Sissela Nutley, a neuroscientist affiliated with the Karolinska Institute in Stockholm, who is amongst those who have raised concerns about the use of digital tools.
Nuttley says that pupils can lose concentration through seeing what other children are doing on screens. She also points to a growing body of international research which suggests reading texts on digital devices can make it harder for children to process information, and that heavy screen use can even impact younger pupil’s brain development.
Una trovata populista, come suggerisce qualcuno? Una controsterzata tardiva? Un’ovvietà prevedibilissima, evitabilissima, Black Mirror docet? È presto per dirlo. Soprattutto: non abbiamo alcuna competenza, né superiorità morale, per farlo. Nel frattempo continuiamo, nel nostro microscopico, a ragionarci su. (E a leggere cosa ne pensano su Rivista Studio, anche.)
Di meccanismi dopaminergici, reel e alterazioni nel processo motivazionale, ma anche di storie e in certa misura di apprendimento, abbiamo parlato durante un bell’evento che si è tenuto presso la Feltrinelli di Piazza CLN qualche sera fa:
Affascinanti i contributi di Kenobit, tra le altre cose autore di Assalto alle piattaforme nonché illuminante cantore del Fediverso, e di Luca Ferrara, che con Siamo Un Magazine contribuisce a fare onde preziose. A fare cultura.
Inestimabili gli interventi dal pubblico (le ragazze e i ragazzi di Terremondo & del Centro Interculturale torinese), votati a dar senso e radicamento ai nostri – per certi versi lugubri –ragionamenti sull’attualità digitale.
Prima ancora, la Bologna Children Bookfair è arrivata e se n’è andata, e pare un secolo fa anziché due settimane scarse; dura sempre troppo poco; ma anziché rubacchiare truffaldinamente dopamina, ci serotonizza oltremodo, e con colleghe e colleghi l’impressione è che vorremmo camparci dentro. Analogicamente tumulati dentro le mura dell’Illustrators Wall (qui c’è quello virtuale, in compenso: tuffatici dentro, mostro mio, ché il digitale ha fatto anche cose buone, ahem).
Maggio, forza e coraggio: quando, come, dove?
Venerdì 8 maggio alle 18, al Circolo del nostro cuor, Francesco Gallo e io torniamo a presentare Amalia Ingannasorte e la Macchina Raccogli Càcchina: sarà una vera e propria Merenda Selvaggia, sia per mini- che per maxi-umani, sia bimbə che famiglie intere, con tutti i regaluzzi pazzi e gli effetti speciali del caso. Saremo strafelici di vedervi in sala, con bambinə interiore o esteriore – è uguale.
Poooi.
Martedì 12 maggio, a partire dalle 18.30, Magazzino Sul Po mi scalda il cuoricione. Ospiterà l’evento di coronamento del percorso di sperimentazione identitaria, tematica, delirante che è stato Corpo Vegetale: la serata si chiama Radici e cicatrici, e sarà il banco di prova e celebrazione di un evento più emozionante ancora…
Gli incontri del SalTo26, salottone torinese che anno dopo anno torna a sedurci, meriterebbero un elenco a parte, e infatti eccolo di seguito così ci sto dentro pure io:
venerdì 15 maggio alle 13.50, Pad. 4 Lab Lettura, per le classi superiori condurrò un esorcismo vero: riesumiamo Mr. Caulfield e gli facciamo le pulci / il processo / festa grande, tocca vedere;
sempre venerdì 15 maggio alle 16.30 in Sala Business, con Francesca Di Martino e Luca Starita e ricchi premi e cotillon, presenteremo a un pubblico selezionato la sorpresazza cui stiamo lavorando ormai da po’;
sabato 16 maggio, dalle 18.30 in poi, in due turni, Pad. 4 Lab Scienza, coccoleremo le Giovani Penne che con Francesco Gallo e la squadra di FdB coronano anche quest’anno il loro percorso di scrittura gratuito e affrontano il mostro del primo pubblico facendosi scudo di un’antologia. Tema: La rivoluzione è un fiore selvatico, e ho detto tutto;
domenica 17 maggio alle 15.10, Pad. 4 Lab Voce, c’è la Merenda Selvaggia delle Invenzioni Impossibili: vediamo se servirà anche in questo caso, la Macchina Raccogli Cacchina, o potremo costruire dell’altro ⚙️💩🦇🐢;
sempre domenica 17 maggio alle 18.40, Pad. 4 Lab Scienza, con Valentina Manganaro e Benedetta Petroni celebreremo gli altri percorsi gratuiti di Fronte del Borgo: Figuriamoci e gli Osservatori, prontə come ogni anno a strabiliarci;
lunedì 18 maggio infine, dalle 16.45, Pad. 4 Sala Gialla, premieremo le classi migliori che hanno calcato quest’anno le scene dei Laboratori Selvaggi. Ne vedremo delle belle!
C’è vita oltre il SalTo? Proviamo a immaginarla.
“Leggere, che vergogna!”, il gruppo di lettura che conduco insieme a Giulia Muscatelli, sempre al Circolo, si concluderà sabato 23 maggio con una sorpresa vera e, al solito, zero vergogna.
Domenica 24 maggio con Benedetta Petroni torniamo a far viaggiare le parole e le storie di A Gambe Larghe e di Utero con vista: saremo a Milano, al Festival del Ciclo Mestruale, onorate ed emozionate.
Mercoledì 27 maggio alle 21, poi, con le Malagrazie del cuore sposeremo una causa insolita: virtuosamente c’imbucheremo nel percorso di letture del GdL di Cascina Roccafranca, valorosamente condotto da Stefania Bellitti (viva viva la Libreria Gulliver!), per confrontarci su una Stortura effequ che conosco molto da vicino.
Sabato 30 maggio alle 16 al Circolo, infine, ci aspetta l’ultima Merenda Selvaggia dell’anno scolastico: quella delle Pernacchie di Fine Scuola. Nomen omen. D’aula forse non se ne può più?!
(Ché poi, checché se ne dica, la scuola come concetto astratto effettivamente ha agevolato le famose anche cose buone. Tipo… tipo le festicciole drago-spooky al parchetto, che a dopamina e serotonina analogicamente indotte si quotano benone:)
Ci vedremo in fiera? Ci leggeremo qui sopra? Mi bacchetterai perché ho dimenticato qualcosa?
Va bene tutto, mostro mio. Vale todo. “Accettiamo di diventare cavalli” (mostruosissima cit. per buongustaiə, se la becchi vinci).
Tu intanto scrivimi qualcosa di mostruoso, se ti va. Oppure no, e va benissimo: basta che, al solito, scrivi.
E, volendo,
Intanto, e sempre: GRAZIE.

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