Mostro mio, ciao di nuovo. Ci siamo quasi, eh? Manca pochissimo. Retorica e melassa, nevrosi e colesterolo, lucette dorate: Natale. Eppure. Non sei ancora in salvo, lo sai?
Ché ogni dicembre succede.
Sei in coda in libreria, stai comprando le patate, culli al bancone il tuo latte macchiato; sei relativamente in pace col mondo, cali la guardia e all’improvviso WHAM! Whamageddon.
(Giuro che tutti i link che incontrerai qui sono safe: sono le regole del gioco. Anzi, per dirla con chi l’ha inventata: “this is a survival game. Not a Battle Royale. So ... don’t be a dick, mkay?”)
Mostruoso, il Whamageddon, è evidente. Come funge? Ripassiamo.
Funge che Last Christmas parte senza preavviso, t’intasa le orecchie e capisci che hai perso, come ci raccontano qui: ché L’Ultimo Natale non è solo fonte di nevrosi, colesterolo e lucette, ma una vera e propria okkupazione paramilitarizzata del tuo immaginario sonoro.
Buffo perché innocuo, ve’? Le tradizioni, tutte, funzionano (anche) così: per ripetizione, saturazione, automatismi che accettiamo più o meno volentieri al fine non tanto nascosto di esorcizzare la qualunque.
Meno innocua (e più mostruosa!), in compenso, mi pare tutt’altra canzoncina: canzoncina che pure torna puntuale ogni dicembre, travestita da filastrocca rassicurante, e che fa
He sees you when you’re sleeping,
He knows when you’re awake…
E qui forse vale la pena che ci fermiamo un attimo.
Perché se il Whamageddon ci invade le orecchie per burla collettiva, questa canzoncina, l’altra canzoncina, la filastrocca che condanna a essere costantemente sotto l’altrui sguardo e giudizio, tocca qualcosa di molto più profondo, credo.
È un dispositivo narrativo basato sul controllo; prende la forma di vegliardo panciuto, di crona sulla scopa, di elfetto semidomestico. Di demone cornuto e peloso, persino, ma non meno natalizio.
Ed è da qui, credo, che val la pena spalancare il campo sul (rullo di tamburi) temibile MostroNatale.
Qualcuno pensi ai bambini, diceva la signora Flanders. Ci pensano loro
Chi ci pensa?
Melassa poca. Retorica assente – o meglio, distante. Lucette: mostruose. Paura: tantissima. Ma serve ancora, nelle storie per bambinə, la paura?
Spalanchiamo il campo. Allarghiamo la lente, come facciamo o proviamo a fare spesso qui, ché tra mostri ci s’intende.
La domanda più interessante, credo, non è tanto la dicotomia grossolana paura sì / paura no?, quanto piuttosto: quale paura? A quale scopo? In quale cornice?
Come molto altro, è difficile dire che la pedagogia contemporanea ragioni ancora in rigidi termini binari. Senz’altro il meccanismo della paura può rivelarsi disfunzionale o evolutivo; ma non è mai l’emozione a essere il problema, ovvio, quanto invece l’intenzionalità adulta. Il modo in cui la si media, anche.
Per esempio: che roba è Elf on the Shelf, in termini pedagogici? È, scrivevo poco fa, un dispositivo narrativo fondato sul controllo altrui. Quello esterno: l’elfo osserva, giudica, riferisce, analizza, sanziona. (Eventualmente bullizza, magari non t’appiccia casa però ecco po’ esse che ce prova)
Quel che è certo è che non lavora sull’autoregolazione del bambino, ma sul comportarsi bene per evitare conseguenze: un modello di paura verticale, che passa dalla sorveglianza invece che dalla responsabilizzazione e libertà di scelta presupposta.
A prescindere da quando sia stato inventato, parliamoci chiaro: il suo è lo stesso identico meccanismo che governa l’impianto narrativo, solo apparentemente più tradizionale e alt(r)o, di Santa Claus / Babbo Natale. Chiunque li percepisca come inerentemente diversi (per intenderci: quelle posizioni per le quali Elf on the Shelf è la deriva ultramoderna e aliena, consumistica e social friendly, mentre Babbo Natale invece sì che è sani-valori-vintage) sta mentendo. Oppure non ha fatto i compiti.
In entrambi i casi la matrice è la stessa: la narrazione diventa strumento di disciplina più che di immaginazione condivisa, pur se ammantata di lucine colorate.
Perché possiamo serenamente dirci che il modello oggi è criticabile, se non addirittura apertamente criticato? Beh: rafforza l’idea di essere costantemente sotto osservazione e giudizio; consolida il concetto di performatività come condizione dell’amore parentale (“se ti comporti bene, allora sì che…”); genera una forma di ansia da valutazione che somiglia a quella scolastica e sociale. Plus, sposta la paura dal piano meramente simbolico (mostri, boschi, prove da superare, metaforony a piovere) al piano sociale (non essere abbastanza. Perdere stima e affetti e fiducia e coccolezze).
Intendiamoci: siamo grandi fan dei mostri, qui! La paura narrativa non è di per sé negativa. ANZI. L’impianto fiabesco tradizionale lavora proprio con la paura come metafora slash dispositivo principe, perché assolve a una funzione didascalica: col ditino alzato, insegnava a riconoscere il pericolo, a crescere, a gestire il rischio, a ricordare che (come da moraletta creepy-as-fuck con cui si chiudevano le primissime versioni di Cappuccetto Rosso):
bambine, non seguite gli uomini fin dentro i portoni.
Sappiamo per certo, e non da oggi, che chi sta crescendo ha un disperato bisogno di storie che contengano momenti di tensione. Tensione “sicura”, però, per così dire; forme di spavento controllato; sfide, sempre, all’ordine costituito.
Si cresce (anche) attraversando tutto questo e capendo come arrivare dall’altra parte più o meno indenni. Non serve ricorrere a modernismi d’accatto; basta tornare come sempre a zio Gianni (Rodari):
“Per conoscersi, bisogna potersi immaginare. Non si tratta, dunque, di incoraggiare nel bambino vuote fantasticherie (ammesso - e non concesso dallo psicanalista - che possano esistere fantasticherie assolutamente vuote, non indicative di un qualche contenuto), ma di dargli una mano perché possa immaginarsi e immaginare il proprio destino.” (Lunga, lunghissima vita alla Grammatica della fantasia).
La paura utile e coltivabile è simbolica, perché permette alla bambina o al bambino di turno di fare esperienza di competenza (citofonare Circle Of Security): il personaggio ha paura, affronta qualcosa, trova risorse. Si scopre autonomo, alfine; e insieme al personaggio pure chi legge fa lo stesso, proprio grazie al gioco, agli archetipi, al rispecchiamento, all’immaginazione. Fino all’agentività piena.
Un’impostazione normativa e prescrittiva della paura è quella per la quale invece l’emozione si usa per ottenere conformità / obbedienza / compiacenza. Non corrisponde a uno sviluppo evolutivo realmente equilibrato, però, vista l’ansia da prestazione che induce.
E quindi che facciamo? Diamo fuoco all’elfo?!
Ma quando mai.
Ombra e rischio sono validissimi alleati pedagogici, purché il mini-umano di turno abbia una cornice sicura in cui sperimentarli (e sperimentarsi con essi): una serie di letture condivise, una figura adulta e affidabile che accompagna oltre il bosco, uno spazio di rielaborazione… Tradotto: anche solo parlarne, mettere in scena (facciamo che io ero?), disegnare.
Se la paura è collegata a un processo di crescita positiva, non a un senso di minaccia reale o danno futuro, possiamo felicemente rigettare in toto tutte quelle narrazioni che fanno leva sempre e solo sulla paura per controllare il comportamento, umiliare o intimidire, o ancora sostituire la responsabilità adulta con un dispositivo fittizio (as in “Non sono io che ti guardo o ti giudico, sai? È l’elfo, è Babbo Natale, è la Befana. Poi ti porta il carbone, sai…”).
È una palestra emotiva molto efficace, la paura.
Per risignificare la tradizione, invece di cancellarla, si può fare quel che si è sempre fatto: ricontestualizzare.
L’elfo di turno può diventare un personaggio comico, o un complice del gioco, invece che un agente di sorveglianza: tonnellate di (discutibile per altri versi!) content destinato alle famiglie sui social mostrano l’elfo che fa scherzetti, l’elfo che mangia mais e, ahem, produce popcorn dal posteriore, l’elfo che lascia impronte in cucina. La tradizione quindi felicemente si evolve se riesce realmente a spostarsi dall’orwelliano “Ti controllo” a “Giochiamo insieme”. (Senza sharenting, però, possibilmente.)
Il punto (da portare in terapia) non è tanto se e quanto c’ingarelliamo a spaventare minorenni, quindi, ma chiederci: a vantaggio di chi? Della loro crescita, sul serio, o del nostro bisogno di controllo sempiterno? O ancora, della nostra inadeguatezza a comunicare con chi completerà lo sviluppo dei lobi frontali tra i 20 e i 25?
La pedagogia moderna, il buonsenso ma soprattutto la mamma di Bluey e pure il papà ci chiedono di scegliere storie che sostengano l’autostima, la regolazione emotiva e il piacere dell’immaginazione come modalità efficace di arrivare, un domani, a campare da cittadini e cittadine più equilibrati e stabili. Dovrebbe essere l’obiettivo di qualsiasi società.
Nel lavoro didattico accanto a Francesco Gallo, coi gruppi e le scuole, con classi di ogni ordine e grado, nelle Merende Selvagge, nel quotidiano, ci appare chiaro da anni che, quando la paura è simbolica e in contesto sicuro, i mini-umani d’ordinanza ridono, giocano, chiedono di leggere altre pagine ancora. Fanno attenzione. Esorcizzano. Rielaborano.
Dopotutto siamo il genere di brutte persone, Gallo e io, che usano l’incipit di IT di Stephen King anche in terza elementare, come efficace gancio e pretesto per introdurre un discorso sui generi narrativi e sulla letterarietà, sul ritmo, sullo stile. (Solo l’incipit, giuro.)
Se invece la paura è normativa – se la classetta di turno è atterrita dal registro, per dire – te li perdi per via, garantito: lo vediamo di continuo e ce lo hanno testimoniato centinaia di docenti durante i più vari corsi di formazione. (Weird flex, I know.)
Questa differenza basta, da sola, a dire tutto quello che serve, no?
Giochiamo insieme, Georgie? È da un po’ che non succede!
Al solito, da creatura sghemba e mostruosa, ti mollo in omaggio sullo zerbino un innesco di scrittura stagionale:
Compare di notte, tra una stanza e l’altra oppure un anno e l’altro, sotto le Sfeste s’intende, una creatura tutta da inventare. Scrivi il momento esatto in cui il tuo personaggio se ne accorge, e il dialogo (!) che ne consegue. Astenersi perdiRudolph.
Dicembre si porta via le presentazioni, i laboratori, gli eventi e gli eventazzi – tutti. Per le date del nuovo anno, ci aggiorniamo poi! Ma dal fondo del fondo delle Sfeste, se ti va: scrivimi, o scrivi.
Basta che, al solito, scrivi.
E, volendo,
Intanto, e sempre: GRAZIE.

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