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Nuova Cartella - La newsletter di Deer Waves · May 18, 2026

Abbiamo bisogno di musica 'trasparente'

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Deer Waves · Nuova Cartella - La newsletter di Deer Waves

La cronaca degli ultimi giorni ci ha regalato un cortocircuito meraviglioso che rispecchia lo stato attuale della musica e di come la viviamo: da una parte c’è Dua Lipa che fa causa a Samsung per 15 milioni di dollari. Il motivo? L’azienda ha stampato la sua faccia sulle scatole dei televisori senza dirle niente. Trasparenza: non pervenuta.

Dall’altra parte c’è Charli xcx, che dopo le pubblicità retribuite per le Samsung Buds, ha deciso di sfasciare tutto. Nel video della sua nuova Rock Music lancia un televisore Samsung dalla finestra per poi annunciare, poche ore dopo, l’ingresso come azionista e brand ambassador in Nothing - azienda tech che produce telefoni e dispositivi letteralmente trasparenti.

Il team di Nothing ha rivelato che Charli era già presente anni fa nel loro primissimo deck di strategia del brand, perché incarna la “creatività ribelle”, non solo dal punto di vista estetico, ma della visione.

Questa collaborazione è tra le più sensate perché intercetta l’ennesimo trend Y2K nostalgico: quello per la plastica trasparente e i circuiti a vista. Sembra di essere tornati a sfogliare un catalogo Nintendo del 2000 o a sbavare davanti a un iMac G3.

Non è solo una moda visiva, è anemoia per un’epoca in cui la tecnologia ci sembrava sì complicata e misteriosa, ma anche amichevole e soprattutto comprensibile: se vedevi la scheda madre di un dispositivo ti illudevi di averne il controllo. È il ritorno di quello che a posteriori è stata definita Gen X Soft Club: quell’estetica un po’ corporate e un po’ sognante, fatta di uffici minimalisti, luci blu neon e una colonna sonora a metà tra trip-hop e ambient house che ti faceva sentire dentro un futuro finalmente a portata di mano.

Oggi il digitale, in particolare la musica, è una scatola nera fatta di algoritmi e AI che ci manipolano senza dirci come — anzi, a volte ce lo dicono pure. E noi vogliamo semplicemente i circuiti a vista per soddisfare il disperato bisogno di onestà e trasparenza — o quantomeno dell’illusione di averla.

Prendete gli Avalanches: sono appena tornati con un pezzone gommoso e digitale intitolato Together, accompagnato da una campagna marketing che simula un vecchio archivio digitale (denominato Takumi Digital Archives) e un videoclip dove un iPod e un floppy disk camminano spensierati. Hanno definito la musica dell’imminente album “geometria corporate” applicata ai sentimenti, un modo per rendere amichevole il passato digitale.

Li sentite i click del mouse e il disco di avvio che si carica nel brano?

Oppure prendete Oklou, artista il cui universo è tutto trasparente: suoni eterei, identità in pieno stile Gen X Soft Club, stage design che mostrano i meccanismi invece di nasconderli. Nella sua recente cover story per Dazed insieme a PinkPantheress (altra pioniera della new nostalgia), ammette senza pudore che le sue melodie non potrebbero esistere senza Auto-Tune — e che è una scelta, non una correzione. Ha messo la voce al servizio della melodia, e non il contrario. Vogliamo vedere gli ingranaggi girare, anche quando si tratta di synth fiabeschi.

Se invece volete sapere come suona l’internet di una persona cresciuta col cavo LAN attaccato al collo, Jane Remover ha pubblicato a sorpresa l’album status update music. Ci trovate dentro decine di sample buttati in un frullatore hyperpop: Britney Spears, Pokémon, Enrique Iglesias e David Guetta. È caotico, a tratti una martellata sui coglioni, ma è una delle robe più autentiche e trasparenti uscite ultimamente.

Ma se c’è qualcuno che ha trasformato questa estetica in una vera e propria religione sono i Magdalena Bay. Con Imaginal Disk del 2024 hanno creato un mondo glossy, trasparente, pieno di bolle e riferimenti al millenium bug. Il disco è un capolavoro di pop barocco-psico-digitale che parla di ‘aggiornamenti di coscienza’. Se volete sapere come suona il futuro quando ha nostalgia del passato non potete perdervelo.

Il sito per il lancio di Imaginal Disk

Ognuno di noi ha una lista di artisti intoccabili a cui perdona tutto perché in passato sono stati la colonna sonora di qualcosa di importante. Gli Strokes, per chi ha avuto una fase indie negli anni 2000, sono i presidenti onorari di questa lista.

Tra aprile e maggio di quest’anno sono usciti due nuovi singoli che anticipano il prossimo disco. Come suonano? Male, malissimo. Non è l’autotune, non è Rick Rubin: è la mancanza totale di identità.

Suonano esattamente come una band che da 20 anni non tira fuori un albumone davvero bello, ma campa di rendita su un immaginario clamoroso, rinvigorito recentemente da qualche brano che l’algoritmo di TikTok ha deciso di premiare. E noi fanboyz/girlz ad autoconvincerci che questa sia la volta buona, che il ritorno agli stessi feels delle origini sia vicino. Li perdoniamo sempre: perdoniamo i synth di Angles, l’inconsistenza di Comedown Machine e il polpettone nostalgico di The New Abnormal.

E il paradosso è che se ci pensate, non ci stanno mentendo. Non ci stanno rubando i soldi. Stanno semplicemente portando a termine il piano che avevano dichiarato fin dall’inizio.

Nel 2001, un giovanissimo Albert Hammond Jr. in un’intervista (da 4:40) diceva trasparentemente:

It would be cool if 20 years down the line from now. […]

People would still be talking about what ‘good music they made’.

That’s much cooler than any cover, or anything.

Ed eccoci qua, mille anni dopo, a parlare esattamente di che bella musica che facevano, e a comprare i biglietti per i live sperando che suonino Reptilia e non i pezzi nuovi. Hanno hackerato il sistema della nostalgia prima ancora che diventasse un trend.

(no, non ho dei biglietti in più)

Tutte le canzoni citate in questo numero sono disponibili nella playlist della newsletter - che trovate anche su TIDAL!

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Read the original on deerwaves.substack.com

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