RSS Amplifier

Davide Etzi - Humanev · Jul 1, 2026

Il progresso che ci stanno vendendo è incompatibile con la democrazia.

0
Sign in to vote or save

Davide Etzi · Davide Etzi - Humanev

In questi giorni l’Europa brucia, e da qualche parte, ai piani alti di un palazzo climatizzato, qualcuno guarda il termometro con un certo distacco e ai piani bassi i lavoratori hanno i climatizzatori spenti e già si parla di feudalesimo.

Ma non è di caldo che voglio parlarti.

Voglio parlarti di un concetto, e soprattutto di qualcosa che accade dentro di te mentre leggi.

Il concetto è che secondo i big della valley, Peter Thiel, nella fattispecie, democrazia e progresso non possono andare più di pari passo.

Non è una mia provocazione, ma una loro convinzione, dichiarata. Thiel lo ha scritto nero su bianco in un suo saggio del 2009.

“Ma perché la democrazia è una tecnologia obsoleta?”

Mi chiedo.

Forse perchè sarà troppo lenta, troppo emotiva, troppo umana?

Ti dico cosa ne penso.

Quando qualcuno ti dice che il progresso è incompatibile con la democrazia, ti sta dicendo una cosa molto subdola, ovvero che la tua voce è un intralcio.

Che il tuo esistere come essere umano, quindi i tuoi dubbi, le tue emozioni, il tuo vivere con le naturali e NORMALISSIME complessità psicologiche, sono inefficienze di sistema da rimuovere.

Ma se ci pensiamo bene, quella stessa frase, detta in mille altre salse, l’hai già sentita altrove.

Nel capo che ci ha detto di non portare problemi ma solo soluzioni. Nell’azienda che ci ha parlato di resilienza mentre un sacco di persone andavano in burnout.

Ma senza andare troppo lontano, anche in una voce interna che ti ripete che se sei in difficoltà è perché non ti sei organizzato/a abbastanza.

Quel tipo di “auto dittatura” ha anche una sede nella nostra testa e spesso la paghiamo con la moneta della nostra autosvalutazione.

Questo è il meccanismo che vedo ogni giorno nel mio studio: interiorizziamo il sistema e diventiamo sorveglianti di noi stessi. È l’anestesia di cui parlo spesso e ne parlerò sempre di più: non c’è bisogno che la libertà venga tolta con la forza, ma semplicemente ce la fanno piano piano sentire ingombrante.

E il sintomo con cui arrivi in terapia: l’ansia, il vuoto, il burnout, l’apatia, non sono difetti da riparare, ma segnali intelligenti, che ti dicono che qualcosa non va.

Il mio lavoro, clinico e di consulenza, inizia sempre da qui: restituire il sintomo a chi lo ha generato.

Non sei rotto tu, non solo, si è proprio rotto il patto sociale.

E poi ci occupiamo di quello che possiamo fare concretamente.

Più leggo e approfondisco e più sembra che il progetto dello sviluppo tecnologico infinito non sia guarire il mondo, ma sopravvivere alla sua fine, comodamente, mentre noi ci convinciamo che non si poteva fare niente.

Ed è per questo che credo noi siamo in un momento storico raro e a suo modo straordinario.

Questa non è un’epoca qualsiasi, perché davanti a noi, come singoli e come umanità, si apre una scelta vera di quelle che decidono la direzione.

E la posta in gioco è una sola: chi decide, e per chi.

Noi, insieme, con tutta la nostra lentezza umana. Oppure una manciata di persone a capo di un big tech, in nome di un’efficienza che lascia fuori dalla porta la maggioranza degli esseri viventi e fuori da se stessa la parte più viva di ciascuno di noi?

Da una parte c’è la strada che chiede coraggio: ritrovare un’integrità, una sanità mentale e spirituale, attraverso una società terapeutica e una vulnerabilità sociale trasformativa.

Sono tutti concetti di cui parlo chiaramente in “Guarire dal capitalismo” e parlano del passaggio che chiamo economia eudemonica: uscire dall’anedonia che il sistema coltiva in noi attraverso l’adattamento edonico, l’anestesia del consumo, e riorientarci sull’eudemonia, la vita buona, non lenta, non inefficiente, non senza profitto, ma BUONA per l’essere umano.

Per una persona significa smettere di misurare il proprio valore in performance e ricominciare a sentirlo nel vivere.

Per un’azienda significa scoprire che un essere umano non spremuto non è meno produttivo, è più presente, più creativo, più capace di restare.

Non accumulare, ma partecipare. Non consumare, ma contribuire.

Perché un essere umano che ha ritrovato il piacere profondo del vivere è un essere umano che non si lascia governare. E chi sta a capo di un’organizzazione di persone questa cosa la sa benissimo.

Dall’altra parte, la linea dominante, quella che scorre senza che nessuno la scelga davvero: una frammentazione che lentamente diventa frantumazione.

È la stessa frammentazione che vivi quando ti senti l’unico a non farcela in un ufficio dove tutti fingono di farcela.

Stiamo costruendo un sistema che non funziona per gli esseri umani reali, e il cui unico scopo resta il dominio, il profitto, lo sfruttamento dell’essere umano.

Quando ti dicono che la democrazia rallenta il progresso, intendono che la tua presenza rallenta il loro profitto.

Ma se la frammentazione è la loro forza, allora la cura non può essere un gesto solitario.

Qui sta il punto che mi sta più a cuore: l’intervento corretto deve essere collettivo. Si guarisce insieme, mai da soli. È quella che chiamo Vulnerabilità Sociale Trasformativa, la VST: riconoscere l’interdipendenza non come debolezza privata di cui vergognarsi, ma come condizione umana universale.

È il momento in cui in un gruppo qualcuno dice ad alta voce che sta facendo fatica, e di colpo tutti gli altri respirano, perché scoprono di non essere soli e di non essere sbagliati.

Il sistema ci vende la resilienza: diventa più forte, adattati meglio, arrangiati da solo.

Ma la resilienza neoliberista è una trappola, perché sposta l’attenzione dalle cause strutturali alle tue forze interne, ti fa sentire in colpa per un dolore che è collettivo e spesso deciso a tavolino.

Ma noi non dovremmo adattarci meglio alle condizioni che ci frantumano, dovremmo trasformarle. E farlo insieme. Non con una sottomissione passiva e neanche con una ribellione autodistruttiva, ma con una terza via: stare nel sistema senza essere del sistema, operare nelle crepe, costruire alternative prefigurative, pratiche concrete che anticipano il mondo che vogliamo.

Sul piano personale è la più sovversiva delle terapie: contemplazione profonda, recupero del tempo non strumentale, rituali di anti-produttività in un mondo che ti vuole sempre ottimizzato, misurabile e disponibile.

È una forma di resistenza che non ha bisogno di barricate.

Nel mio libro la chiamo “tigna socio-liberista”.

Ogni volta che facciamo una cosa senza ottimizzarla, senza documentarla, senza trasformarla in un dato o in un contenuto, stiamo compiendo il gesto più sovversivo che ci resti: esistere senza rendere conto.

È tutt’altro che prigrizia, anzi: è grande impegno, perchè è tempo speso con intenzione. Ed è la più gentile delle disobbedienze.

Non è tempo perso, è tempo nostro, l’unica proprietà che teoricamente non ci potranno pignorare.

Ogni minuto che sottraiamo alla macchina è un minuto in cui torniamo umani, e un essere umano che si sente vivo è precisamente ciò che il sistema non sa come vendere.

È insieme il più piccolo degli atti politici e la più profonda delle cure. Stiamo dicendo, una scelta alla volta, che non siamo in vendita.

E quanto scommetti che se cominciamo a farlo in tanti, quel “no” sussurrato diventa qualcosa che non si può più ignorare?

Fammi sapere cosa ne pensi e condividi queste righe con chi pensi dovrebbe leggerle.

Stiamo svegli, curiosi, inafferrabili.

Davide

Nessun post

Read the original on davideetzi.substack.com

Comments

Nothing yet. Say the first thing.

    Sign in to join the conversation.