Qualche tempo fa ho letto qui su Substack un articolo con questa tesi di fondo: “Gesù era comunista?”.
Certo, non mi aspettavo che l’autore si prendesse realmente sul serio. Mi aspettavo piuttosto un esercizio mentale per trovare dei pattern comunisti in ciò che racconta il Vangelo.
Mi è sembrato curioso, e ho pensato che avrei potuto replicare l’idea di questo autore rispondendo alla domanda: “Gesù era un CEO?”.
Quindi, facciamolo.
Mettiamo subito in chiaro una cosa: sono cattolico e credo in Gesù.
Non voglio scrivere nulla di provocatorio o volto a screditare nessuno. Quello che stai per leggere è solo una riflessione oggettiva su una leadership che ha letteralmente spaccato in due la storia umana.
Andiamo al sodo.
Il grosso della narrativa ci mostra Gesù quasi solo mentre parla alle folle, cura malati, parla alle puttane, moltiplica cose e tanti altri fatti fantasmagorici. Per intenderci, nel triennio che precede la sua morte. Ma per la stragrande maggioranza della sua vita il suo quotidiano è stato molto più “terreno”.
In Matteo (13, 55) Gesù di Nazareth viene definito “figlio del téktón”. Nelle traduzioni moderne viene reso come “falegname”. Tuttavia, come ci ha ricordato Papa Francesco in un’udienza del gennaio 2022, a quei tempi in Palestina il legno veniva usato non solo per gli aratri e i mobili, ma anche per le abitazioni.
Non era un falegname quindi, ma un carpentiere.
La Galilea dell’epoca era un mercato che tirava forte. A 2 ore e 55 minuti a piedi da Nazareth c’era Sefforis, città romana in piena espansione edilizia. È logico pensare che si spostasse lì, dove c’era richiesta di manodopera. Spero anche che si spostasse a cavallo perché sai che rottura camminare ogni volta tre ore per arrivare dal cliente.
Era la vita ruvida del lavoratore autonomo: risolvi problemi pratici, consegni il lavoro, vieni pagato.
Non si può dire quindi che fosse un’attività imprenditoriale a tutti gli effetti.
Fino a una certa, Gesù era presumibilmente un libero professionista.
Tutto cambia però quando, intorno ai trenta, ha deciso di diventare Dio.
Ogni innovatore che lascia un segno parte dalla convinzione che il sistema attuale non funziona e serve un paradigma nuovo.
Gesù ha fatto esattamente questo.
Com’era il panorama spirituale di allora?
Regole rigide, offerte in favore di Dio e controlli millimetrici da parte dei burocrati del tempio. In pratica, salvezza eterna a pagamento.
Quello che ha fatto Gesù è stato rimettere al centro la persona, il perdono e l’accesso diretto a Dio per chiunque. Anche per gli ultimi, i poveri, gli impuri.
Un cambio di rotta così violento non poteva passare inosservato. Era una minaccia diretta per chi gestiva il vecchio monopolio, a tal punto che, diventato fin troppo scomodo, è stato crocifisso.
In un vecchio articolo di questo Substack spiego come partire dagli studenti universitari per istruirli e formare un team “snello” senza grandi risorse economiche.
Gesù non ha fatto qualcosa di molto diverso. Avrebbe potuto fare il solista, ma la prima mossa della sua vita pubblica è stata scovare dodici persone.
Guardiamo i profili scelti: perlopiù pescatori, gente comune. Nessun curriculum istituzionale e caratteri spigolosi. Degli scappati di casa.
Ci ha vissuto insieme, li ha formati sul campo, ha spiegato i concetti chiave dietro le quinte e poi ha iniziato a dare autonomia. Addirittura, ha dato loro l’autorità di cacciare i demoni e la capacità di curare tutte le malattie (Luca 9,1-10,39).
È la regola d’oro di ogni struttura che vuole crescere: non crei un sistema accentratore che crolla se ti prendi un giorno di pausa. Crei un’identità così chiara che il team sa muoversi anche quando non ci sei.
Ora l’aspetto che più mi affascina.
Gesù non parlava con tesi accademiche o linguaggi tecnici per iniziati. Andava di aneddoti terra-terra.
Prendeva scene banali del quotidiano: un tizio che semina, una moneta che cade sotto il mobile, un figlio che scappa di casa, la gestione di una vigna.
Roba visiva, immediata.
Le parabole erano il formato perfetto per restare impresse nella memoria. Permettevano a chiunque, dal bracciante analfabeta al nobile, di portarsi a casa lo stesso identico concetto.
La cosa incredibile è la tenuta nel tempo di questo schema: duemila anni e quelle immagini sono ancora la base culturale di miliardi di persone.
Mi sono sempre chiesto come alcuni imprenditori pretendono di avere successo se non sanno spiegare in due parole cosa fanno. Se la tua idea richiede mezzora di spiegazione, hai un evidente problema di posizionamento.
Il messaggio di Gesù arrivava a tutti, senza bisogno di filtri.
Un semplice sillogismo: amore e perdono → salvezza eterna. Stop.
Semplificare non significa essere superficiali, significa fare la fatica enorme di togliere tutto ciò che non serve finché non resta solo l’essenziale. Se quella visione è uscita dalla Giudea per conquistare il mondo (principalmente l’Occidente), è perché l’infrastruttura dell’idea era progettata fin dall’inizio per essere compresa da chiunque.
Ma soprattutto, era un’idea che raggiungeva le masse. Chiunque poteva praticare ciò che il Vangelo insegnava.
Gesù aveva un’idea semplice e super scalabile.
Il vero valore di un’organizzazione si misura quando chi l’ha inventata fa un passo indietro.
Nel caso di Gesù, un’ascesa al cielo.
Dopo la crocifissione, la risurrezione e la salita al cielo, il team non si è disperso. Gente che prima aveva paura della propria ombra ha preso quel nucleo originario e lo ha propagato ovunque, strutturando un’istituzione capace di sopravvivere millenni.
Nessuno (e dico nessuno) si è tirato indietro nella missione di diffondere ciò che il loro leader gli ha insegnato.
Di seguito, un video verosimile di cosa hanno fatto i dodici apostoli dopo la morte di Gesù, secondo tradizioni cristiane, storiche e bibliche.
Costruire qualcosa che ti sopravvive e continua a camminare sulle sue gambe è la prova del nove di ogni grande leader.
Intendiamoci: un’impresa deve generare fatturato, margini e stare in piedi economicamente. Gesù parlava di distacco totale dal denaro e metteva al centro valori che non si possono mettere sullo stesso piano di gestire un’impresa.
Per questo definirlo un CEO in senso moderno sarebbe una forzatura senza senso e comunque piuttosto anacronistico.
In ogni caso, per scrivere questo articolo, mi sono divertito.

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