Neanche nell’Odissea poteva accadere la coincidenza fra il pianto per un morto ucciso 25 anni prima, Carlo Giuliani —> con l’assassinio per soffocamento di un uomo a Bologna, Abderrahim Fakir —> mentre un altro, Mario Roggero, che si è vendicato per un torto subito entrava in carcere —> e, per concludere, lo stesso giorno in cui si commemorava, Paolo Borsellino unanimemente riconosciuto come avversario dei poteri criminali.
Una concentrazione di sofferenze, memoria, strumentalizzazioni che non ha precedenti.
Proviamo ad unire i puntini e capire se questo intreccio omerico dice qualcosa della nostra contemporaneità. Spoiler: sì, racconta un baratro a cui ci stiamo avvicinando.
Carlo Giuliani è stato ucciso da un proiettile dei carabinieri durante le manifestazioni contro il G8 di Genova. La sentenza dice che sì, ok, è stato un proiettile in dotazione ai carabinieri a colpirlo ma che, vedi la sfiga, quel proiettile aveva urtato una pietra che ne aveva deviato la traiettoria. Ho sempre trovato questa spiegazione miracolistica, ma tant’è. Ricapitolando: morto 1 giustizia 0.
A Bologna Abderrahim Fakir è morto in seguito allo schiacciamento a terra di due agenti di polizia che lo hanno trattenuto a faccia in giù. Tutto ripreso da un video, rintracciabile sui social integralmente, dove si notano almeno 3 particolari spaventosi: 1) il signor Abderrahim Fakir implorava di lasciarlo respirare; 2) i paramedici presenti non hanno mosso un dito per aiutarlo; 3) c’era una terza persona, a quanto pare un passante, che aiutava i poliziotti a immobilizzare l’uomo a terra.
Se ci fossero un Questore, un capo della Polizia con il senso delle istituzioni, un minuto dopo i fatti avrebbero mandato una circolare con una sola riga: “la magistratura farà il suo corso, intanto noi diamo ordine immediato a tutti gli agenti di interrompere questi metodi durante i fermi”. Io queste parole non le ho sentite. Voi?
Il terzo avvenimento è la passerella di Salvini al Carcere di Bollate dove settimana scorsa si è consegnato il gioielliere che ha ucciso due rapinatori sparandogli alle spalle. Il flusso di commenti a favore del rapinatore-giustiziere sono un pessimo termometro del clima che si respira.
Infine la cerimonia a Palermo per la strage di via D’Amelio. Ci siamo dovuti sorbire l’ignobile intestazione di Paolo Borsellino non tanto alla “destra” - il magistrato non ha mai fatto mistero di riconoscersi in quella parte politica - ma al Governo Meloni, con Ignazio La Russa che in questo video lo immaginava Ministro della Giustizia.
C’è da far girare la testa, vero?
Uniamo i puntini. Il tifo della destra di governo e della stampa di regime a favore dei poliziotti di Bologna e del gioielliere di Cuneo ci dice che loro piace la vendetta al posto della giustizia, il linguaggio delle armi invece che la sicurezza, che la vita di alcune persone vale meno di altre.
Ma questa è un’idea della destra da sempre, dirà qualcuno. Vero. Ma occorre tener conto del potere moltiplicatore di certe idee ai tempi dei social. L’orrore di una giustizia fai da te corre veloce, diventa grazie agli algoritmi trend topic e certa politica, come la pallina del flipper, la rilancia considerandola vox populi.
Un gioco al rialzo molto pericoloso. Per chi? Innanzitutto per le forze di polizia, che rischiano di doversela vedere con la criminalità e pure con i pistoleri improvvisati.
Mi è tornato in mente un vecchio film di Mario Monicelli con un perfetto Alberto Sordi nella parte: Un borghese piccolo piccolo. Provate a risentire le parole del regista in questa intervista rintracciabile su RaiPlay
E gli altri a rischio da questa involuzione pistolera? Sono i poveri cristi.
Il giornalista Luigi Mastrodonato si è preso la briga di contare gli episodi in cui persone sono morte mentre erano nelle mani delle forze di polizia: i risultati li trovate qui. Mastrodonato è andato indietro fino al 2000 e racconta delle difficoltà a recuperare i dati in assenza di collaborazione istituzionale.
La biografia dei 70 morti registrati parla chiaro: persone fragili, a volte con sofferenze di tipo psicologico o per uso di sostanze, molti di loro erano stranieri.
—> Per ulteriori approfondimenti raccomando l’ottima Donata Columbro che con i dati ci sa fare.
La tenaglia è micidiale: da una parte la profilazione razziale delle polizie, dall’altra parte l’incapacità di gestire situazioni di crisi, non di criminalità. Ma c’è un terzo problema: le forze di sicurezza sono state sbattute in prima linea a gestire questioni che dovrebbero invece essere a carico di un welfare, di una sanità, di servizi sociali: settori dello Stato sempre più impoveriti. Ma per come sono congegnate le forze di polizia, di fatto rimilitarizzate, non possono/provano prendere le distanze, accontentandosi delle briciole che monetizzano i rischi.
Capirsi, dialogare, essere capaci di riconoscere che il nemico è alle spalle sarebbe il primo passo necessario.
[ Ci sarebbe infine da ragionare su come il giornalismo sguazza in questo fango. Ne parleremo in una prossima newsletter.]
N.B. il nemico è alle spalle”, che dà il titolo a questo numero di Rights Now è una citazione del film di Francesco Rosi “Uomini contro”, a sua volta ispirato al libro di Emilio Lussu “Un anno sull’Altipiano”. Ogni riferimento malizioso alla dinamica dell’esecuzione del gioielliere è vostra responsabilità.
Vi è piaciuto il primo podcast sull’inquinamento da PFAS in Veneto raccontato da Margherita Dalla Vecchia per la webradio dell’Università di Verona? A noi molto, e quindi ecco la seconda puntata. Grazie ancora all’autrice e a chi ci ha permesso di proporlo in questa newsletter.
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