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Rights Now · Jun 12, 2026

Ho appena compiuto 39 anni

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Danilo De Biasio · Rights Now

Ciao, per chi si fosse perso la puntata di Rights Now di questa settimana ecco il podcast.

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In questo numero abbiamo parlato dell’orribile sospetto che durante l’occupazione di Sarajevo ci fossero decine e decine di persone che pagavano per andare ad uccidere i civili. Ne abbiamo parlato con Ezio Gavazzeni che ci ha scritto un libro, “I cecchini del week end” - PaperFirst edizioni. Poi siamo tornati nel Vicino Oriente con Paola Caridi: il suo ultimo libro per ragazzi “La voce di Gaza” - Feltrinelli: la voce narrante è un antico albero di sicomoro che ha visto tutte le atrocità che si sono consumate sotto la sua chioma.

IN RIGHTS WE TRUST

E ho festeggiato questo compleanno a Napoli, al Festival delle Radio Universitarie. Circondato da ragazzi e ragazze di cui faticavo a capire il linguaggio - e loro, probabilmente, il mio - ma che mi hanno contagiato con la loro passione: parlare davanti ad un microfono, impostare la voce, scegliere la musica, decidere il tono, fare casino…

Ero lì a rappresentare l’Ordine dei Giornalisti che aveva stabilito di premiare due podcast prodotti dalle radio universitarie. Gran bei lavori.

Il primo premio è andato ad un’inchiesta meticolosa e davvero ben costruita sui PFAS, storia di inquinamento che non riesce a superare le cronache locali (chissà perché? qualche sospetto ce l’ho). Lo ha realizzato da Margherita Dalla Vecchia dell’Università di Verona.

Al secondo posto un podcast “collettivo” di studentesse e studenti della Sapienza: Chiara Mangialomini, Noemi Pegorin, Domenico Voddo e Kiria Zunica. Hanno avuto il coraggio e la serietà per scalare la montagna dell’obiezione di coscienza per l’aborto.

Nei prossimi numeri di questa newsletter magari vi proporrò i loro lavori: sono sicuro che vi piaceranno.

E già questo valeva il viaggio. Ma a rendere ancora più prezioso questo mio compleanno sono state le domande e le chiacchierate con questi/e studenti/studentesse. Alcune erano tecniche: dove ho sbagliato nel mio podcast? come avrei potuto risolvere quel deficit di conoscenza? davvero non bisogna mettere la musica di sottofondo?

Altre erano domande più complesse, perché investivano la nostra contemporaneità: io faccio il/la content creator + il/la giornalista: perché non dovrei avere la tessera? Oppure: voi giornalisti parlate di deontologia ma poi in tv siete indistinguibili dagli esponenti politici o scrivete dei titoli che offendono tutta l’etica della professione. E a queste domande era più difficile, molto più difficile, rispondere. E sono domande che hanno a che fare con i diritti umani.

In questi anni ho cercato più volte di trovare la definizione perfetta di giornalismo. Spoiler: non l’ho trovata. Siamo testimoni dei fatti che raccontiamo? Quasi mai. E quando lo siamo li osserviamo da un certo punto di vista (da una trincea in prima linea di una delle parti in conflitto; dalla tribuna di un’istituzione pubblica; perché ascoltiamo di soppiatto una conversazione tra corrotti e corruttori; perché siamo accanto al cordone di polizia durante un corteo…). Allora meglio dire che il/la giornalista è chi riferisce in modo più corretto possibile una versione dei fatti, la più aderente possibile alla verità sostanziale dell’accaduto.

Il content creator rientra in questo identikit? Automaticamente no, però molti di loro sì. Come se ne esce?

Uno dei miei punti di riferimento è il sociologo Carlo Sorrentino, che da tempi non sospetti ragiona sulle competenze che identificano il giornalista: lui cita la competenza narrativa/espositiva, ovvero la capacità di costruire la notizia, non solo raccoglierla. Ed è, se ci pensate, quella competenza che abbiamo usato tutti accompagnando un reportage con una certa musica, inquadrando in un certo modo l’intervistato, scegliendo una certa foto per contestualizzare una notizia.

Poi c’è l’altra domanda dei/lle ragazzi/e incontrati al FRU: perché partecipando ai talk televisivi o inventandosi titoli ad effetto il giornalista può sfondare le regole deontologiche con marchette e hate speech?

Confesso: sono meno garantista di come mi disegnano (semicit.) Sono convinto che i/le colleghi/e che vanno in televisione a sostituirsi ai politici facendo propaganda per gli o per gli altri siano i principali colpevoli del discredito di cui gode il giornalismo. Come se il dottor Jekyll la mattina firmasse un serio editoriale e la sera si trasformasse in Mister Hyde della politica… (poi ci sono anche dei casi dove non c’è sdoppiamento di personalità: c’è solo Mister Hyde).

E cosa si può fare? Si può denunciare. L’Ordine dei Giornalisti prevede un sistema di giustizia interno perché la delicatezza del suo compito - informare le persone - e il passato fascista - ovvero di censura preventiva dell’informazione - hanno reso necessario l’autogoverno. Ma ciò non significa in default autoassoluzione.

Chiunque si senta offeso da un comportamento di un/a giornalista può presentare un esposto. Però occorre tenere presente 2 cose: la prima è che il limite fra diritto di espressione e offesa (se non linguaggio d’odio) spesso è labile, difficile da codificare. Ad esempio per la filosofia del diritto anglosassone è linguaggio d’odio quando un titolo, un articolo incita a colpire una minoranza o una categoria protetta. La seconda caratteristica da tenere presente è che il procedimento disciplinare per i giornalisti prevede ben cinque gradi di giudizio: due interni all'Ordine e tre giurisdizionali, ovvero davanti alla giustizia ordinaria. Non solo: l'iter deve concludersi entro 7 anni e 6 mesi dal momento in cui è stato commesso il fatto.

Ho risposto alle domande dei/lle futuri/e colleghi/colleghe? Perlomeno ci ho provato.

P.S. qualcuno dirà: “oh, ma non hai mica 39 anni, sei molto più vecchio!”. Vero, infatti ho festeggiato il mio 39° compleanno da giornalista, che vi credevate…

“Disunited nations” è il documentario co-prodotto da arte.tv che ha fatto il pienone in tutti i cinema dove è stato proiettato. Piaccia o non piaccia, Francesca Albanese è diventata la portavoce di un pezzo di mondo - molto numeroso - che non si arrende all’ineluttabilità dei massacri a Gaza. Buona visione.

Read the original on danilodebiasio.substack.com

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