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Micelio - La Newsletter di Daniela Collu · Jul 8, 2026

Andrea Pazienza, essere una moltitudine

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Daniela Collu · Micelio - La Newsletter di Daniela Collu

Forse alcuni poeti, forse qualche astrattista. Forse alcuni cieli di notte, alcuni addii, alcuni momenti di epifanie profonde davanti alla natura, alcuni picchi di dolore. Cerco da più di vent’anni qualcosa che mi faccia lo stesso effetto delle opere di Andrea Pazienza e ogni tanto, nelle pieghe dell’esistenza più degna di questo nome, lo trovo, e allora penso a quanto abbiamo perso, quando lo abbiamo perso, a quanto fosse presto, a quanto avesse ancora da dire.

Andrea Pazienza nasce a San Benedetto del Tronto, nelle Marche, esattamente settant’anni fa, il che significa che oggi lo avremmo ancora tra noi a disegnare e raccontare la società, le storie, la sua storia, invece ci dobbiamo accontentare di libri, fumetti, tavole, poesie, qualche bellissima intervista video, mostre per ricordarlo, perché muore a casa sua a Montepulciano, probabilmente per overdose di eroina - anche se la famiglia non confermò mai la causa del decesso - nel 1988, a appena trentadue anni.

Pazienza è stato un disegnatore straordinario, pittore, fumettista, ritrattista, è stato un autore a tutto tondo, un poeta, e un essere umano incredibilmente onesto. È da stamattina, quando ho visitato la mostra che gli ha dedicato il Maxxi di Roma e che potete vedere fino al 27 settembre, che mi chiedo come ci si avvicini a un artista così e mi rispondo che si fa come si faceva da adolescenti, quando incappavi in qualcosa di misterioso, quando un amico, spesso più grande, ti allungava una fanzine, un quadernino, una rivista un po’ losca, un libro di un fratello, insomma in maniera casuale, non studiata. Io Pazienza l’ho incontrato così, a scuola, poi l’ho approfondito negli anni, grazie e attraverso la passione sconfinata di un fidanzato all’università, anche lui artista, guarda un po’. Mi ci è voluta tutta la vita per imparare a capirlo, e tutta ancora ci vorrà, ed è un tempo di scoperta che considero un privilegio.

La prima cosa che ho letto di Paz è stata Zanardi, il suo personaggio più brutale e cinico, quel naso adunco che dice già tutto, la cattiveria più bieca ma ambientata nei licei, nei seminterrati, nelle camerette, a scopare con le compagne di classe, a fumare di nascosto. Un’ironia inesorabile, quel nichilismo senza morale da giovinezza anni 80, la distanza implacabile da ogni cosa: Zanardi è gelido, impenetrabile, perché come gli fa dire Pazienza, “Il freddo, quello vero, sa essere qui. In fondo al mio cuore di sbarbo”. Ce lo scordiamo subito che Zanna dovrebbe essere appena ventenne nelle storie che leggiamo, è un pezzo di merda fatto e finito, non lo scompone nulla, tranne quel vuoto enorme e doloroso che ogni tanto emerge, che Pazienza lascia trasparire in mezza lacrima, in qualche notte, e che ce lo fa diventare immediatamente caro.

La seconda scoperta è stata Pentothal, il suo alter ego più dichiarato, l’artista combattuto che vive di ossessioni, occupazioni universitarie, di manifestazioni in cui ci si mena con i fasci, di relazioni scomposte, goffe, malinconiche, di aspettative degli altri e compromessi faticosi tra le proprie inattaccabili convinzioni e la forma di una società in cui per l’umanità non c’è spazio. Pentothal la tira fuori per intero, è l’universo con cui secondo me Pazienza fa cultura nel modo più completo e rivoluzionario. C’è tutto dentro, la politica (cosa significa essere comunista? cosa essere fascista? come è disegnato il futuro?), c’è la letteratura, c’è la paura della solitudine, c’è un patrimonio onirico commovente, c’è il ritratto di una generazione intera, di una città cesellata negli eskimo degli iscritti al Dams, Pentothal è il contrario di Zanardi, è tutto fuori, tutto scoperto, tutto sporco di sangue, anche nostro. Vi direi che è il mio preferito se non fosse che non abbiamo ancora parlato di Pompeo.

Gli ultimi giorni di Pompeo è uscita nel 1985 a puntate e poi in volume intero nel 1987. Pazienza muore un anno dopo. Si tratta del racconto della dipendenza dall’eroina, nel suo punto più doloroso, ma vive di aperture e chiusure, di sprazzi luminosi e poetici e di nuovo di abissi, di sofferenza, di una trasparenza insostenibile. Pazienza racconta attraverso di lui una condizione umana che mai avevo letto con una così profonda sincerità, parla alla sua famiglia, alle donne che ha amato, ai suoi incubi, ai sogni perduti: la discesa agli inferi che è stato leggere Pompeo a vent’anni io me la ricordo adesso mentre scrivo, lo rifarei ancora e ancora, e ancora vi invito a farlo. Pompeo è un film, è una lettera d’addio, è a tutti gli effetti il testamento artistico e d’amore di Pazienza al mondo, sfido chiunque a non sentire fin dentro le viscere una compassione cocente e una gratitudine immensa per questa vita distrutta, e allo stesso tempo per la sua raggiante generosità. E dopo averlo letto, quando mangerete le prime della stagione, vi verranno gli occhi lucidi a pensare a degli orecchini di ciliegie.

Non finisce con i volumi e non solo con questi la conoscenza di Pazienza, c’è Pertini che ha saputo raccontare con tenerezza questo piccolo presidente socialista che guardava l’Italia e diceva “Mah, speriamo bene”, c’è Astarte, un libro rimasto incompiuto su un sogno e sulle gesta di un molosso gigantesco che guidava i cani da guerra di Annibale. C’è il Bestiario, ci sono le innumerevoli tavole e copertine disegnate per le riviste che ha fondato e incarnato, da Cannibale, a Il Male, a Frigidaire, ci sono le copertine degli album per i cantanti della sua generazione, e quella locandina inconfondibile de La città delle donne per Federico Fellini. Aveva 24 anni quando l’ha realizzata.

C’è una conoscenza maniacale delle tecniche, dei materiali, nessuna paura a mischiare i linguaggi, a essere dissacrante con lo strumento arte, a riesumare morti prestigiosi e chiedere loro di sporcarsi di merda, droga, colpe. C’è un tratto originale, ci sono i chiaroscuri più lievi fatti a pennarello, certe velature traslucide dei rosa mischiati ai verde acqua, c’è l’anatomia piegata al comico, i caratteri umani, le espressioni, le sfumature della voce, le musiche assordanti, le atmosfere, la nebbia del sogno, la polvere dei cortei. Sulla capacità tecnica di Pazienza spero si stiano facendo dei corsi nelle accademie, altrimenti stiamo perdendo il nostro tempo.

E poi ci sono le poesie, la sua casa più dolce. Ve ne lascio una qui, che Andrea Pazienza ha scritto a soli dieci anni, che mi accompagna da tanto, e che ho riletto e regalato a un amico importante che ha perso sua mamma per una malattia orrenda qualche mese fa. Non so come sia possibile trovare sempre l’inquadratura giusta per tutto, restare a guardare anche quando serve molto coraggio, non so quanta anima avesse per riconsegnare a una marea di sconosciuti degli angoli così privati (e universali) di sé.

Dormi, dormi, dormi
dormi almeno tu che puoi dormire.
Io penso a te, tu non pensare a me.
Tu pensa ad un cavallino d’argento,
tu pensa ad un trenino
che con i fari accesi ti diverte,
tu pensa ad una mano che t’accarezza.
Io penso a te,
tu non pensare a me.

(Dedicata alla mamma, 1966 – da Favole – Gallucci Editore 2013)

Non riesco a raccontarlo bene Pazienza, sento di aver tralasciato molto, di aver usato parole a rischio retorica, e preferisco smettere che non perdonarmi di averlo ripagato con una moneta tanto sciatta. È il mio autore preferito, gli devo momenti di emozione fortissima, gli devo ogni cielo così bianco che mi capita davanti in inverno, ogni verde matematico, ogni volta che qualcuno dice la parola “meccanica” e io rispondo che la meccanica non mi interessa. Paz ha costruito un immaginario reale, umano, tangibile, è esistito davvero, ora lo abbiamo in mano, spero che vi venga voglia di saperne di più.

Perché la pazienza ha un limite, Pazienza no (cit.)

Tutte le foto, bruttine lo riconosco, sono state scattate da un’emozionata sottoscritta alle tavole originali esposte in mostra al Maxxi. Andate a vederla, è molto bella.

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