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Le cosette di Amenta · Jun 14, 2026

Pazienza, il mio compagno di banco

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Daniela Amenta · Le cosette di Amenta

Caro Paz, che anno era quando te ne sei andato? Il ‘98, l’88, il ‘78? Boh, buio profondo o desiderio di buio, che poi è lo stesso. Il giorno però me lo ricordo. Un giorno di giugno. “Noto fumettista stroncato da collasso”. Tre righe lette su un quotidiano mentre un treno in corsa fischiava verso il mare. E d’improvviso il viaggio trascolorava. Era di giugno e ti ho pianto come un fratello. Il fratello fantastico e ingestibile che noi, le pischelle del femminismo punk, sognavamo accanto. Fratello eh, mica amante. Troppo fico il Paz, troppo bello per sopportare i nostri giubbotti alla Fonzie, troppo geniale il Paz per camminare in sincrono con gli anfibi e le gonne a fiori. Troppo audace da sostenere. Te ne sei andato come una canzone degli Who, immortale oramai. Te ne sei andato tra gli accordi di Strummer Joe e lì esisti, resisti. Come quel pezzo di Fossati che amavi: “Per niente facili, uomini sempre poco allineati”.

Che anno era quando entrai nella sede di Frigidaire? Sparagna mi squadrò, disse: “Va bene, mettiti seduta in quel tavolino, puoi scrivere di rock per noi”. Bum. Avevo 20 anni. La sede del mio primo giornale era in via Lorenzo Valla, le pendici di Monteverde Vecchio verso la Stazione di Trastevere. C’era un baretto davanti, forse c’è ancora: sulla saracinesca era scritto: If you want blood you’ve got it, e c’era un disegno di Paz a celebrare una canzuncella degli Ac/Dc. In quel tempo fichissimo io mi occupavo di rock italiano, nascente e recalcitrante, appena sommerso. La redazione era piena zeppa di geni, gente formidabile: Tamburini detto Red, Tanino Liberatore, Perini, Scozzari e Andrea, l’illuminato. Ero ragazzina, travolta da quel mondo nuovo. Travolta tra stravolti. In quel tempo così distante Paz era ovunque nella vita di tutti noi, per me non solo Frigidaire ma anche il mio secondo e definitivo giornale, l’Unità. Lui stava a Tango con Staino e parcheggiava la moto in via dei Taurini, quartiere San Lorenzo. Se c’era la moto, c’era Paz. Andiamolo a trova’.

Paz non fu solo il graffio e la narrazione più tragica, esilarante e verosimile di quegli anni: era così bello con quella voce bassa, la erre moscia nobile, il ciuffo, uomini sempre poco allineati, cordialissimo a raccontarci lui proprio lui, egli, di sfighe con le donne, figuriamoci, che ce lo saremmo sposato tutte e tutti, l’Andrea.
Paz, probabilmente per via del cognome, era paradossalmente paziente con il pubblico di noi adoratori, che magari si sarebbe fatto volentieri un perino, e invece si beava di tutti i nostri complimentoni. “Grazie raga, grazie, vi voglio bene”. E poi finì così: un bel po’ di soldi che Tango gli diede per vecchi lavori, un par di dosi comprate dal pusher a San Lorenzo, la corsa con la celebre moto fino a Montepulciano dove abitava.
L’overdose in bagno, la moglie in soggiorno a parlare con il geometra della ristrutturazione del casale, “allarghiamo la finestra così Andrea ha più luce per disegnare”, la corsa in ospedale, l’inutile flebo con il Narcan.
Molti anni dopo, per il Mucchio, andammo con Luigi Abramo e Claudio Moriconi a intervistare la vedova, Marina Comandini. Mi ricordo il vestito da Kendo all’ingresso. Attaccato all’ingresso. Come un quadro.

Non so più quante mostre ho visto in tuo onore, ogni tanto spunta un disegno dimenticato, uno schizzo nel cassetto, addirittura un affresco, Solo che più ti cerco, meno ti trovo. E adesso, in questo millennio, mi sfuggono i tuoi Natta, i tuoi Pertini, i tuoi Craxi. Non ti capirebbero oggi Andrenza. Ora gli eroi hanno profili tecnologici, volti cellulari, arti digitali, visi tirati dalle frequentazioni estetiche, tutta forma, zero sostanza. Che ne sai Spaz? Che vuoi saperne: il Papa seppellirà Zanardi e tutti i cattivi del globo in una maestosa cerimonia, il Pci non esiste più e vien da pensare che non sia mai esistito se non come allucinazione collettiva. Anche la roba ha nomi di cocktail. Solo il prezzo resta invariato. Così come il costo del dolore.

Ma non ti capirebbero Paz. Non capirebbero Pluto, le “vighnette”, il “prima pagare poi disegno”, quell’ansia di massacrarci e poi far pace con noi stessi. Gioventù bruciacchiata che non cresce, non dimentica, conta i lutti e ti racconta come un nonno. Ma io più ti cerco e meno ti trovo in quest’epoca artificiale. Mi sfuggi super Apaz che ci facevi morir dal ridere con la Prolisseide e piangere, piangere a più non posso con Pompeo. Lo capimmo tutti allora che era un testamento, il tuo. Che non ci sarebbe stata salvezza. Nessuna redenzione, no future. Che cazzo, Paz. Mannaggia a te, a noi. Mannaggia non averti potuto salvare.
E ora che appartieni al mondo, che avresti 70 anni, 70 pensa, gira tutto in fretta. Non ti trovo ma mi manchi. Mi mancano le “sturiellet”, i bestioni da cavalcare, le strisce acide in acido, le tristezze velenose, le fini irreversibili, irreversibili, irreversibili…

Ci sono persone, poche per sfortuna, che ti insegnano che l’amore è l’unica cosa che si può davvero tradire, ed è spesso una disgrazia. Ti insegnano come indossare le ciliegie al posto degli orecchini chiedendo perdono in ginocchio, che ti cambiano la vita per sempre poiché sono moltitudini. E che nel 1977 avevano 20 anni. Ora ne hanno 18. Per sempre 18.

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Read the original on danielaamenta.substack.com

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