Buongiorno, sono Emanuele Corazzi, direttore di Cronache. Oggi lascio spazio al mio braccio destro, il bravissimo Giacomo Brunetti, che negli ultimi due mesi ha intervistato nomi top. My two cents introduttivi.
Il bello della vita è fare un lavoro che ti appassiona. Vado oltre. È bello conoscere da vicino i protagonisti che raccontiamo e commentiamo. È prezioso sensibilizzarsi attraverso il confronto, senza dimenticare che siamo tutti esseri umani, con emozioni, passioni, fragilità ed una propria vita privata, fatta di famiglia e valori. Io non smetterò mai di credere che in qualsiasi ambito lavorativo contano la maratona e non i 100 metri, le semine, i progetti. È inutile fare e disfare. Bisogna scegliere le persone giuste. E ho imparato una cosa molto importante: non serve vivere vedendo fantasmi. Ovunque: nella stampa, nelle società.
Si pensa che si debba vivere questo lavoro H24, invece è importante non stare in una bolla ma vivere la vita reale. Conta credere nel proprio lavoro e avere la stima e credibilità nei confronti del proprio gruppo di lavoro. Il resto conta ZERO. Questo è il mondo degli allenatori e ce lo racconta Jack.
Abbiamo deciso di percorrere una strada: trovare un titolo, un percorso narrativo per farli raccontare, e soprattutto cercare di conoscerli e instaurare un rapporto perché attraverso quello, puoi aprire delle porte che altrimenti rimarrebbero chiuse. Emanuele dice sempre che il tempo per conoscersi è un pranzo. Io credo che per creare questo tipo di contenuto, si debba potersi dare del “tu”, non per rompere certe linee guida ma per dimostrarsi fiducia.
Noi ne siamo consapevoli e gli allenatori lo sanno: gli addetti ai lavori guardano i nostri contenuti. Qualche allenatore ci ha confidato nel tempo che aver fatto una determinata intervista gli è servito come biglietto da visita e come copertina per mettere in luce alcuni aspetti del proprio lavoro, così come i dirigenti ci raccontano di osservare con cura la gestione e l’esposizione comunicativa dei loro candidati.
Carlos Cuesta ha un anno più di me e praticamente alla mia età, lo scorso giugno, è diventato dal nulla allenatore in Serie A. In tre ore, abbiamo parlato di calcio per 20 minuti, spendendo il restante tempo sulla vita e sulle traiettorie, dentro e fuori dalla telecamera. I punti in comune sono saltati fuori all’istante.
Carlos ha vissuto con i suoi occhi solo ambienti di livello prima di arrivare qui: Atlético, Juventus, Arsenal. Parla di Özil chiamandolo per nome, di Guardiola come un collega e dell’élite del calcio con la naturalezza di chi ha vissuto per un decennio quegli ambienti, conoscendo tutti. L’ho trovato sicuro, come un computer impostato per fare questo lavoro, e soprattutto curioso della vita: per 10 minuti abbiamo parlato del mirto e della Sardegna, per altri 10 di argomenti che con il calcio non c’entrano niente ma che dimostrano una grande apertura mentale. Anche perché, senza quella, della tattica te ne fai poco.
Gli allenatori, quando iniziano, approcciano al ruolo in modo completamente diverso rispetto a come si trasformano. Lo dicono tutti. Qualcuno forse si pente pure. Dopo qualche anno, capiscono che hanno bisogno di essere per sentirsi qualcuno, e non stare con chi li fa sentire qualcuno per essere.
La parola “studiare” emerge sempre quando ci parli, perché il passato in campo appassisce con le stagioni e gli presenta subito il conto. Non menzionano mai esplicitamente la carriera da calciatori: “Quel personaggio”, lo chiama Pisacane senza mai nominarsi. Oppure, come lo definisce Grosso, “ei fu”. Liberarsi delle domande sul giocatore per qualcuno è impossibile, ma è anche vero che a livello mediatico e sociale certe cose non si cancellano.
Nesta e Vieira sono campioni del mondo, Farioli è campione nella vita e, solo per ora, di Portogallo. Ma la panchina e i concetti stracciano il curriculum e mettono tutti davanti a uno 0-0 in partenza, per poi essere valutati.
Quando Grosso mi vede, mi guarda sorridendo perché a lui non piacciono le interviste lunghe. Ci ridiamo, ma mi ha spiegato quanto abbia capito con il passare del tempo l’importanza della comunicazione e quanto ci stia lavorando.
Quindi abbiamo fatto un patto: temi diretti, stimolanti, interessanti, ma soprattutto un’intervista dinamica nelle stanze che spesso rimangono chiuse. E così mi ha mostrato il fantacampioncino del “Grosso 2006” che tiene sul tavolo, gli occhiali speciali che dovrebbe usare in allenamento (ma che poi dimentica puntualmente), le lavagne con cui aveva tappezzato il centro sportivo del Sassuolo per lasciare continui messaggi ai ragazzi, e anche la “Nemanja Arena” dove Matić raduna tutti per giocare a freccette. Anche qui, altra lavagna: classifica all-time stagionale per dimostrare chi è che vince di più. Ovviamente, Matić.
Parlare con loro lo prendo come un arricchimento personale. Spesso sono padri, e quindi capaci di analisi - mettendo da parte l’ego - su ciò che gli accade e che devono gestire. E la disponibilità nel realizzare contenuti dinamici e virtuosi si sposa con le esigenze di ciascuno, che impari a conoscere nel tempo. Ascoltare la condivisione di idee da parte di chi - tra loro - si è formato in maniera diversa, con estrazioni differenti e soprattutto percorsi spesso opposti.
Tanti anni fa conobbi Fabio Pisacane e mi raccontò che aveva comprato casa a Cagliari. Dovete sapere che raramente i calciatori comprano casa nelle città in cui vanno a giocare, e in linea generale è difficile che rimangano a viverci. Pisacane ha invece costruito famiglia a Cagliari, anche quando se n’è andato a concludere la carriera da calciatore a Lecce.
Quando pensammo a uno dei primi “Cronache on Tour”, pensammo a questo concept: a Cagliari si piange una volta sola, quando te ne vai. Lo avevo vissuto sulla mia pelle per trascorsi familiari. E su questo abbiamo impostato l’intervista con il mister, spaziando sui suoi studi generazionali, sulle lingue, sulle metodologie del modello Red Bull. Insomma, ce lo ha raccontato anche a cena: la curiosità lo ha sempre mosso ad andare oltre ai suoi limiti.
Seguiamo per rapporto personale le vicende di Farioli fin da quando era un collaboratore in Qatar. Sono tre stagioni che, a fine anno, facciamo un’intervista insieme. Sempre con un punto di vista diverso: è una persona speciale, colta, e come Cuesta ha la mentalità aperta di chi è cresciuto con il calcio ma non nel calcio. Ovunque va, i calciatori lo amano, specialmente i veterani che sceglie: Dante a Nizza, Henderson in Olanda, Thiago Silva a Oporto. In pochi anni, ha raggiunto lo stesso status da allenatore di tanti campioni del mondo.
Nesta e Vieira mi hanno colpito per la spontaneità: sono elefanti nella stanza che scendono dal piedistallo per raccontare e raccontarsi. Quando parlano di aneddoti, si scaldano. Quando parlano di calcio, brillano e fanno la differenza. Per loro sarà impossibile scindere il calciatore dall’allenatore, e forse gli va bene così. Ma il pallone gli scorre nelle vene. “Alessandro, ma chi te lo fa fare invece di vivere a Miami?”, gli chiedo. E lui, senza esitare: “Mia moglie me lo dice, sono pazzo. Preferisco aspettare con ansia una panchina in Serie B invece che godermi i soldi negli USA o stare sempre in vacanza. Ma è così: le emozioni che ho provato entrando in campo a San Siro durante la Champions con la musica dei Guns N’ Roses riesco a lenirle solo così”.
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