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cortomiraggi · Mar 31, 2026

Il sole che trafigge i solai

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Elisa Pellegrino · cortomiraggi

E del sole che trafigge i solai, che ne sai
e di un mondo tutto chiuso in una via
[…]
conosci me, la mia lealtà
tu sai che oggi morirei per onestà

(Lucio Battisti, Pensieri e parole)

Nel nuovo adattamento de Lo straniero, il sole è di un bianco accecante, fatale. Meursault lo incrocia sulla spiaggia e compie un gesto estremo, guidato da una concatenazione di eventi che non gli appartiene, vinto dall’assurdo, dall’apatia. La sua posizione esistenziale, dalla mancanza di lacrime al funerale della madre all’abbandono della volontà, si riflette nell’estetica rigorosa e senza colori scelta da François Ozon. Eppure, quando il sole arriva, qualcosa trafigge.

In questa versione, il regista sceglie una sottrazione cromatica che trasforma la luce in una forza che non illumina, ma seziona. Il protagonista non recita le emozioni che la società pretende (“che senso ha fingere?”) e questa sua onestà radicale diventa la sua condanna definitiva. Il rigore visivo di Ozon è una geometria asettica dove il sole e lo sparo rompono, anche solo per un istante, la perfezione di un’apatia altrimenti intoccabile. Al contrario, in Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette la perfezione resta cristallizzata proprio perché interrotta, con la tragedia che congela l’estetica patinata in un eterno presente, impedendo alla realtà di invecchiare o di sporcarsi (il fulcro di Eternity). La serie restituisce un’esposizione costante a un sole mediatico che non concede zone d’ombra, perfino quando l’ombra viene mostrata. Carolyn è spettinata, piange, ma senza occhi gonfi; John si accovaccia per terra, cupo, ma con la camicia stirata. Non è possibile entrare nella loro intimità perché è sconosciuta, è la finzione inventata dai paparazzi, dai fan, dagli autori. I quali, consapevoli di ciò, offrono così il taglio più onesto per la rappresentazione di una coppia assediata e giustamente inaccessibile.

Il sole naturale di Ozon e i flash abbaglianti di Love Story, in Portobello hanno le sembianze dei riflettori. Nella miniserie sul caso Enzo Tortora, Marco Bellocchio però proietta proprio ciò che gli altri racconti tentavano di tener fuori. Nella prima puntata, ad esempio, sceglie di mostrare il presentatore nell’atto di sniffare qualcosa (emblematico viste le successive accuse di traffico di stupefacenti), ma il suo non è un atto di accusa o un indizio, è l’insinuazione di un dubbio corrosivo, lo stesso che alimenterà la gogna mediatica. Qui la difesa di sè non passa attraverso la simmetria radicale o l’effortless chic, si regge invece sul contrasto tra un uomo razionale e l’incubo surreale a cui è sottoposto. Il sole uccide, i flash fossilizzano, il riflettore trasforma la sovraesposizione in una forma di tortura che espropria il protagonista della sua stessa immagine.

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