Ciao, io sono Giulia e questa è la quarta stagione della Guida Galattica per Enostappisti: la newsletter che ti aiuta a unire i puntini nell’universo vino, un paio di bottiglie / canzoni / parole / vicende random / link al mese.
Se ti hanno inoltrato questo episodio, puoi iscriverti tramite il pulsante qui sotto:
🚀 Un fiume di mezzo: geografia delle somiglianze
La Cina occupa le ultime tre pagine delle Sacre Scritture, agli antipodi rispetto alla Francia. Subito prima della Cina, troviamo qualche paginetta sul Giappone. Mi piace pensare che sua maestà, Jancis Robinson, non abbia scelto casualmente questa specifica collocazione per i Paesi asiatici, all’interno del suo The World Atlas of Wine: la bibbia in cui è racchiuso l’essenziale su (quasi) ogni Paese produttore di vino nel mondo.
Per fare una metafora sportiva: se la Francia è Ayrton Senna, la Cina è Andrea Kimi Antonelli. Se la Francia è Cristiana Girelli, la Cina è Giulia Dragoni. Se la Francia è Björn Borg, la Cina è Jannik Sinner. France walked so China could run.
Non ho potuto fare a meno di pensarci, qualche tempo fa, quando ho bevuto un rosso cinese: The Last Warrior di Silver Heights. Sembrava talmente tanto francese che ho pensato “qua ci dev’essere un fiume di mezzo”.
La cosa più bella è che non l'ho degustato in modo asettico, o di fretta, sputandolo in un secchiello nel contesto di una degustazione. L’abbiamo aperto a cena con mio suocero, mio fratello e i miei genitori, in una serata passata a sfogliare le foto del nostro matrimonio. Qualche tempo dopo ho vissuto la stessa identica sensazione di francesità con un bianco giapponese, lo Chardonnay di Château Mercian: l'ho stappato seduta sul tappeto del salotto con la mia famiglia, mangiando pizza e guardando Bugonia.
Leggendo una delle ultime newsletter di Alessandro Vannicelli sui food trend del 2026, ho avuto un'illuminazione: Alessandro fa notare che il cibo sta tornando “umano”, smettendo di essere solo un agglomerato di metriche da misurare con un’app dedicata, per diventare uno strumento per stare meglio dentro la vita concreta delle persone, nella quotidianità.
Senza accorgermene, sto seguendo questo trend quasi alla lettera: mi alleno ogni giorno al box di CrossFit, sto molto attenta a ciò che mangio e, di conseguenza, bevo sempre meno. Ma quel “meno” ha liberato uno spazio qualitativo enorme, fatto di studio, pensiero e curiosità. Un vuoto da far fiorire. Il vino, per me, ha assunto un significato nuovo e finalmente compatibile con la mia voglia di scoperta, e di equilibrio: è diventato un amplificatore di benessere mentale, che integro solo in momenti per me realmente importanti e conviviali, per condividere esperienze gustative e conoscenze.
Ma torniamo al nostro paradosso asiatico. Perché un vino dall'altra parte del mondo dovrebbe ricordare così tanto la Francia?
Long story short: in Francia, una delle zone più famose per il vino si chiama Bordeaux, e ha chiaramente ispirato il nostro vino cinese. Il vino giapponese, invece, strizza decisamente l’occhio a un’altra zona importante della Francia, la Borgogna.
Chi ha letto Libera Nos a Malo forse ricorderà il punto: la quarta stagione, per me, sarebbe stata anche un modo per ripensare il significato del vino.
Bere meno, ma con più attenzione, mi sta insegnando anche questo: certi vini non sono “soltanto” il prodotto di un luogo. Si prendono un immaginario preciso, lo studiano, lo interiorizzano e poi se lo rimettono addosso a modo loro.
Adesso parliamo di due bottiglie che vengono da lontano, ma parlano una lingua sorprendentemente familiare.
🪐 Cosa stappiamo oggi?
🇨🇳 The Last Warrior di Silver Heights
Il vino per stupire i suoceri a cena.
Porto questo calice di Last Warrior al naso e riconosco immediatamente due-tre aromi. Tanto prevedibile, quanto godibile, così educato, composto e impostato. Sembra uno di quei bambini col papillon che dicono sempre “grazie” e “per favore”, che sanno usare le posate e parlano come libri stampati. Porto questo calice di Last Warrior al naso e, con un certo compiacimento, esclamo dentro di me “Francia!” — come hanno fatto scuola loro, nessuno mai.
Come mi innervosisco quando sto per stappare una bottiglia e provo a indovinarne il profilo: lo incastro in un’aspettativa sulla base delle ore passate a imparare a memoria cosa dovrei aspettarmi da tale zona, o da tale vitigno, vinificato in tale maniera; proprio odio essere studiata, a tratti, perché penso che certi confini, certe aspettative, certi automatismi che portano alla costruzione di immagini ancor prima del sorso possano diventare facilmente recinti, gabbie.
Bere questo vino mi ha ricordato un po’ l’esperienza di visione di Twin Peaks: l’ho trovata lenta, come serie, un po’ polverosa e, sì, prevedibile, ma quando ci entri dentro non ti molla più. La colonna sonora? Poesia.
Come questo vino strutturato, che si muove seguendo un ritmo proprio, slegato dalla tendenza alla sottigliezza e alla bevibilità estrema degli ultimi anni, forzato alla lentezza dalle sue spalle larghe, da un corpo un po’ imponente, ma che non risulta mai goffo nei movimenti.
🪐
🇯🇵 Chardonnay di Château Mercian
Il vino per la pizzata in famiglia, con filmone annesso.
Le prime cose che ho scritto di getto, dopo aver assaggiato questo vino, sono state: crisp yet buttery, lean yet meaty — in soldoni: un ossimoro liquido. Carnoso ma esile, fresco ma rotondo. Una crostata al limone. In grado di alternare dolcezza e aromaticità, con una punta acida netta, ma non preponderante. La burrosità a legare il tutto.
Ah, lo Chardonnay: può diventare ciò che vuoi. Anche in questo caso nella mia testa è partita La Marsigliese e, da brava figlia degli anni ‘90, ho visualizzato Zinedine Zidane dribblare con sopraffina eleganza due-tre avversari e concludere a rete con un destro supersonico.
Ci ho messo un po’ a capire il valore di tanti assaggi e tante ore passate sui libri: senza, avrei solo pensato “buon Chardonnay”. Con, riconosco sotto la superficie una grammatica francese imparata alla perfezione e riscritta in giapponese. Lo studio mi ha aiutato a vedere il recinto di stili, aspettative, automatismi, per poi decidere quando scavalcarlo. E pensare che un mondo coi cancelli aperti, con libero accesso, fosse davvero possibile.
💫 L’angolo dei wine nerds
Bordeaux è una delle zone più celebri di Francia soprattutto per i grandi vini rossi, e deve una parte enorme della sua identità a due cose. La prima è la Gironda, il grande asse d’acqua che organizza il territorio nelle due rive più famose del vino francese: la rive gauche, storicamente più associata al Cabernet Sauvignon, e la rive droite, dove il Merlot ha spesso un ruolo più centrale. La seconda sono le barrique, piccole botti di rovere che hanno contribuito a fissare un’idea molto precisa di rosso internazionale: più levigato, più speziato, più composto.
Quando un rosso cinese come The Last Warrior ti sembra avere ottime maniere, il motivo spesso è questo: Ningxia, la regione del nord-ovest della Cina da cui proviene, ha studiato molto bene il manuale bordolese, dalle uve alla gestione del legno, passando per una generazione di produttori formatisi anche in Francia. Tuttavia, il recinto si apre subito, perché Ningxia non è Bordeaux: è più alta, più secca, più estrema, con escursioni termiche marcate, e questa diversità climatica si sente nel bicchiere: i vini possono risultare sì ordinati, ma anche più tesi e nervosi di quanto ci si aspetterebbe da un loro parente francese.
Con lo Chardonnay di Château Mercian, invece, il riferimento giusto è la Borgogna. La Borgogna è importante perché, per lo Chardonnay, è il luogo che più di ogni altro ha insegnato al mondo quanto questo vitigno possa essere teso, preciso, minerale ed elegante. Château Mercian guarda lì da tempo, e non per caso: la maison mandava già nell’Ottocento i suoi uomini in Francia per imparare a fare vino, e quel dialogo non si è mai interrotto. Però anche qui non siamo davanti a una fotocopia ben fatta: il Giappone prende quella grammatica borgognona e la piega a una sensibilità propria, più misurata, più sottile, più gastronomica. È gente che ha imparato benissimo il francese e adesso lo parla con un accento tutto suo.
🌒 Link molto belli
La newsletter di Alessandro, di cui parlo in apertura di episodio, puoi leggerla a questo link.
Tu chiedi a ChatGPT di scegliere il vino per te al ristorante? Su Bon Appetit.
La Cina sta comunque cercando di imitare sempre meno la Francia in favore di espressioni più autentiche del proprio territorio. Su Food&Wine.
Siamo proprio poveri, elegantemente detto da Jancis Robinson. Gente che ha ammassato talmente tante bottiglie da domandarsi se avrà il tempo per berle tutte.
Dovremmo tutti bere più Chenin Blanc. Lo dice pure Wine Enthusiast.
👋🏻 Mi presento
Ciao, sono Giulia. Sono sommelier, consulente e trainer in ambito digital strategy per cantine. Collettivo Liquido è il mio progetto corale, che unisce enoturismo, marketing, identità visiva. Tra le altre cose, sono contributor per Cookist e docente di Email Marketing e Copywriting per l’università online Start2impact.
Mi piace trovare angoli comunicativi dove il vino possa brillare – anche fuori dal calice. Se ti va di parlarne, o di lavorarci insieme, inviami una mail:
📧 gmciampolini@gmail.com
Per questo mese è tutto: grazie mille per avermi dedicato del tempo.
Se questo episodio della Guida Galattica per Enostappisti ti è piaciuto, potresti condividerlo per far conoscere il progetto ad altre persone che potrebbero essere interessate:
Condividi Guida Galattica per Enostappisti
Se hai commenti, dubbi o domande, sai dove trovarmi: mi fa molto piacere parlare di qualunque questione possa venirti in mente – qui tra i commenti, oppure su Instagram.
Ci sentiamo presto, ciao!

Comments
Nothing yet. Say the first thing.
Sign in to join the conversation.