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Guida Galattica per Enostappisti · Apr 30, 2026

Comprare vino per non berlo

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Giulia Ciampolini · Guida Galattica per Enostappisti

Ciao, io sono Giulia e questa è la quarta stagione della Guida Galattica per Enostappisti: la newsletter che ti aiuta a unire i puntini nell’universo vino, un paio di bottiglie / canzoni / parole / vicende random / link al mese. 

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🚀 Non c’è più religione

È iniziato tutto con l’articolo di sua maestà Jancis Robinson che ho inserito nello scorso episodio, che puoi recuperare qui: essenzialmente Jancis solleva una questione: “Che fare quando si ha troppo vino in cantina per riuscire a berlo nel corso della propria vita?”

Il collezionismo in genere un po’ mi lascia perplessa, quando entriamo nel perimetro dei fast moving consumer goods il mio cervello va proprio in crash.

Tipo: quando abbiamo deciso che snaturare l’essenza più intima del vino, relativa al suo consumo, alla sua condivisione, fosse “okay”? Quando abbiamo deciso che comprarlo solo per rivenderlo, oppure per tenerlo lì ad aspettare “il momento giusto”, fosse anche solo accettabile?

Ho lasciato perdere questo rabbit hole che continuava a prudere come il morso di una zanzara, finché nell’ultimo episodio della mini serie The Beast in Me non ho assistito a questo minuscolo scampolo di umanità, in cui Martin (uno dei protagonisti) spiega al figlio come viene prodotto il vino. Alla menzione dei lieviti, la curiosità del bambino ha la meglio e si manifesta nella domanda “cosa sono i lieviti?”

Martin non lo sa. Martin non sa nemmeno che da lì a dieci minuti sarebbe stato colpito da un ictus, che si sarebbe rivelato fatale.

Non prima però di spiegare al fratello, con totale nonchalance, che quella bottiglia, da lui acquistata per la modica cifra di £ 3.000, ora ne varrebbe qualcosa come £ 15.000.

In quel preciso istante, ho avuto la sensazione che qualcosa si fosse spostato: come se il vino, per un attimo, avesse smesso di appartenere al lessico del bere e fosse già entrato in quello del valore. E non c’entra la quantità di bottiglie stipate in cantina. C’entra il momento esatto in cui una bottiglia smette di sembrarci fatta per essere bevuta e il vino diventa qualcosa sottratto al bere.

Io capisco benissimo il desiderio di conservare una bottiglia. C’è qualcosa di profondamente umano nel tenere da parte certe cose: non per avarizia, non per paura, ma perché ci sembrano più grandi del martedì sera qualunque in cui ci troviamo.

Come non pensare a Umberto Eco e alla sua antibiblioteca? Tutti quei libri comprati e mai letti, che però non sono lì per fare arredamento, ma per ricordarci quanto è vasta la parte di mondo che ancora non conosciamo. Una forma di possibilità, più che di possesso.

Mi chiedo: può esistere anche un’antibiblioteca del vino? Una collezione di bottiglie che stanno lì non perché abbiamo deciso di negarle al loro destino, ma perché ci piace l’idea che custodiscano una promessa, un tempo futuro, una versione di noi stessi che un giorno saprà finalmente cosa farsene?

Forse sì. Ma fino a un certo punto.

Perché nel vino questa fantasia dell’accumulo si sporca subito di qualcos’altro. Nei libri, l’eccesso può ancora sembrare una forma di curiosità. Nel vino, molto più facilmente, diventa una lotta tra accumulazione ed essenzialità: tra il desiderio di avere sempre di più e la possibilità, molto più semplice e molto più difficile, che a contare davvero sia invece una bottiglia sola, quella necessaria, quella viva, quella che entra davvero nella tua vita.

E poi c’è il tempo: un libro non letto può continuare a essere un’apertura sul futuro senza togliere quasi nulla al presente. Il vino no: ogni bottiglia rimandata troppo a lungo sposta il baricentro in avanti, verso un domani ipotetico, e nel frattempo si lascia indietro tutti i presenti in cui avrebbe potuto avere senso.

Per questo mi sembra importante distinguere.

Conservare una bottiglia per amore non è la stessa cosa che accumularla per valorizzazione. Tenere in cantina il vino che ti hanno regalato in occasione del tuo matrimonio, o una bottiglia comprata in un viaggio, o qualcosa che si sogna di aprire con una persona precisa in un giorno preciso, ha ancora a che fare con la vita vera. Ha a che fare con il desiderio di creare un ricordo, di aspettare la scena futura che quel vino dovrebbe abitare.

Un’altra cosa è quando la bottiglia smette di orbitare attorno a una tavola, a una ricorrenza, a una relazione, e comincia a orbitare attorno a una quotazione. Quando non la guardi più chiedendoti “con chi la berrò?”, ma “quanto varrà tra cinque anni?”.

L’impalcatura a questo punto crolla: perché il vino nasce dentro una logica di intensità, e finisce intrappolato in una logica di espansione. Nasce dentro l’idea di una concatenazione di gesti (stappare, versare, condividere) e scivola invece nel massimalismo dell’inventario.

Ed ecco che entrano in scena le aste: il luogo in cui questa trasformazione diventa ufficiale. Il vino non è più solo vino: diventa oggetto certificato, tracciabile, stimato, scambiabile. Una bottiglia con pedigree, storico, provenienza, condizioni, prezzo di partenza e possibilità di rivalutazione.

E sia chiaro: non c’è niente di misterioso o scandaloso nel fatto che esista un mercato secondario del vino. Anzi, per certi versi, è perfino logico. Se una bottiglia è rara, ricercata, ben conservata, prodotta in quantità limitata e desiderata da abbastanza persone con abbastanza soldi, prima o poi qualcuno proverà a comprarla non per stapparla, ma per possederla. Oppure per rivenderla meglio.

Il problema è che a quel punto il vino cambia stato, simbolicamente. Passa dall’essenzialità dell’esperienza all’accumulazione del portafoglio; dal presente di una tavola al futuro astratto della quotazione; da una misura umana, perfino domestica, a una fantasia più massimalista, in cui il valore cresce proprio nella misura in cui la bottiglia resta intatta, indisponibile, non consumata, chiusa.

Il paradosso, allora, è questo: la bottiglia perfetta rischia di essere quella che nessuno apre. Quella sempre troppo costosa, troppo importante, troppo precoce o troppo tarda per entrare davvero in una serata qualsiasi, cioè nell’unico posto in cui il vino riesce davvero a compiersi. Quella che passa di mano in mano senza mai arrivare a una tavola.

È così che il discorso smette di riguardare solo il collezionismo e inizia a riguardare il vino stesso. Perché il vino non è un quadro, non è un orologio, non è una moneta, non è una sneaker sigillata nella sua scatola. Il vino è cosa viva e terminale. Nasce e naturalmente tende verso il proprio consumo.

E forse è proprio questo che mi lascia perplessa ogni volta che sento parlare di bottiglie come di asset class, beni rifugio o strumenti di diversificazione patrimoniale. Perché questo lessico applicato al vino produce il cortocircuito di cui sopra: prende una delle bevande più sociali, relazionali, vulnerabili e temporali che ci siano, e la immobilizza dentro una lingua che premia l’opposto.

Stabilità, conservazione, rendimento, uscita: tutte parole che col vino possono anche avere un senso tecnico. Ma che, appena diventano il suo orizzonte principale, mi fanno l’effetto di una stanza ben arredata — in cui però nessuno vive.

Non voglio pormi come giudice, il mio obiettivo non è stabilire se sia giusto o sbagliato comprare vino per non berlo. Vorrei lasciare piuttosto un interrogativo: che cosa resta del vino quando lo immobilizziamo del tutto?

E la mia impressione, molto poco finanziaria e altrettanto poco neutrale, è che a quel punto restino ancora il valore, il prestigio, la rarità, perfino il desiderio, ma il vino, piano piano, cominci a perdersi.

Perché il vino, appena lo sottrai completamente al bere, smette di fare il suo mestiere.

Chi ha letto Libera Nos a Malo forse ricorderà il punto: la quarta stagione, per me, sarebbe stata anche un modo per ripensare il significato del vino.

Più vado avanti, più mi sembra di mettere a fuoco il nodo centrale: capire non solo che cosa c’è dentro una bottiglia, ma che cosa ci facciamo noi, con quella bottiglia, una volta portata a casa.

Adesso parliamo di bottiglie che, a casa mia, durano giusto il tempo di farsi ammirare per poi passare direttamente dall’isola in cucina al calice.

🪐 Cosa stappiamo oggi?

🍾 LeMoss non filtrato di Ca di Rajo
La bollicina che ti ricorda che certe bottiglie non chiedono contemplazione: chiedono tavola.

Leggermente velato, con crosta di pane, fiori d’acacia, mela, limone e pompelmo, ha quella gioia un po’ spettinata dei frizzanti col fondo che sembrano nati per sparire nel giro di mezz’ora, non per invecchiare in salotto.

In un episodio sul collezionismo, questo è l’emblema dell’anti-collezione: fresco, diretto, festoso, il genere di bottiglia che in casa mia si esaurisce con l’aperitivo.

🪐

🍾 Champagne Reserve di Jacques Picard
La bollicina che ti fa capire perché certe bottiglie possono sembrare importanti, senza convincerti che vadano tenute in ostaggio.

Chardonnay in prevalenza, bollicina fine, fiori, agrumi, frutta bianca, un po’ di frutta secca e tostatura: elegante, sì, ma con abbastanza slancio e croccantezza da ricordarti che il suo destino migliore resta il calice.

Se Le Moss è la bottiglia che sparisce senza pensarci troppo, questo è il contrario: quella che ti fa esitare un secondo prima di stapparla. Ma solo un secondo.

💫 L’angolo dei wine nerds

Una delle cose più interessanti del fenomeno del collezionismo è che, in realtà, il vino è diventato un bene da collezione piuttosto tardi. Per secoli è stato soprattutto una cosa da bere, certo anche di lusso, ma non ancora leggibile come oggi: con aste, mercati secondari e tutta quella grammatica finanziaria che trasforma il desiderio in qualcosa di misurabile.

Le aste, da questo punto di vista, al di là del piazzare bottiglie rare in mano a persone molto ricche, servono anche a rendere pubblico il valore di collezioni private, a spostare bottiglie da una generazione all’altra, da un continente all’altro, e soprattutto a produrre segnali di prezzo che poi influenzano tutto il resto: il mercato secondario, ovviamente, ma anche quello primario. Quando un lotto importante “fa il botto” sta dicendo al mondo intero quanto desiderabile sia quel vino, quell’annata, quel formato.

Com’è che ci si intrippa con queste dinamiche? Il desiderio non nasce mai da una cosa sola. C’entra la conoscenza, e quindi saper leggere un’annata, una provenienza, una casa d’aste, una conservazione fatta come si deve; c’entra lo status, e c’entra anche il piacere, che è la parte più strana dell’intera faccenda, perché il vino, a differenza di altri asset, ha un momento di verità nel fatto che a un certo punto andrebbe bevuto.

È anche per questo che nel collezionismo contano così tanto scarsità e allocazione. Alcune bottiglie sono rare per ragioni naturali: vigneti minuscoli, produzioni ridottissime, annate strepitose. Altre sono rese rare dal sistema: quote piccole, canali selezionati, accessi filtrati. In parole povere, nel collezionismo conta non solo che cosa esiste, ma anche chi riesce davvero a metterci le mani sopra.

E infatti il settore si sta accorgendo che i nuovi ingressi nel mercato dei fine wine non somigliano sempre al vecchio stereotipo del collezionista ereditario, già equipaggiato di soldi, palato e cantina. Molte persone tra i 28 e i 40 anni ci arrivano attraverso tre condizioni molto concrete: accesso, cioè la possibilità reale di trovare i vini desiderati; educazione, cioè gli strumenti per capire che cosa si sta comprando; e community, cioè un contesto di persone con cui assaggiare e confrontarsi.

Insomma: il collezionismo di vino non va derubricato come una mera faccenda di soldi. È un gioco complicato di accesso, prestigio, studio, pazienza e desiderio.

Il problema, semmai, arriva quando il gioco funziona così bene da dimenticarsi perché esiste il vino.

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🌒 Link molto belli

  • Ho detto la mia nell’ultima newsletter a tema vino del sempre ottimo Alessandro Vannicelli. Potete recuperarla a questo link.

  • Oltre l’uva: perché sempre più produttori lavorano con altra frutta. Su Swurl.

  • Preoccupazioni crescenti per l’ambiente potrebbero portare (finalmente) all’utilizzo di packaging alternativi al vetro. Approfondisci qui.

  • Vignaioli californiani testano pratiche rigenerative, tra suolo vivo, dati e resilienza. Su The Indipendent.

👋🏻 Mi presento

Ciao, sono Giulia. Sono sommelier, consulente e trainer in ambito digital strategy per cantine. Collettivo Liquido è il mio progetto corale, che unisce enoturismo, marketing, identità visiva. Tra le altre cose, sono contributor per Cookist e docente di Email Marketing e Copywriting per l’università online Start2impact.

Mi piace trovare angoli comunicativi dove il vino possa brillare – anche fuori dal calice. Se ti va di parlarne, o di lavorarci insieme, inviami una mail:
📧 gmciampolini@gmail.com

Per questo mese è tutto: grazie mille per avermi dedicato del tempo.

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