Buondì. Oggi la newsletter si regge sulle spalle di tre esimi colleghi. Tre pezzi che sono caduti a fagiuolo su alcune riflessioni che sto facendo in quest’ultimo periodo, e che sento il bisogno di ampliare. Cominciamo.
Parafraso il titolo dell’ultima newsletter di Alessandro Vannicelli che si è focalizzato sul cibo. Anche se condividiamo lo stesso focus, il discorso può sicuramente applicarsi a ogni campo.
Alessandro ci fa una bella carrellata di formule trite e ritrite utilizzate nella comunicazione del cibo. Un problema che nel settore conosciamo fin troppo bene, e che perculiamo ormai da anni, ogni volta che leggiamo per l’ennesima volta il dittico “tradizione e innovazione” e variazioni sul tema. Espando il campo aggiungendo che non si tratta solo di espressioni abusate, ma anche format narrativi replicabili all’infinito: le storie di sacrificio, il viaggio dell’eroe, il “nessuno credeva in noi, ci davano tutti dei pazzi, guardateci adesso…”. L’ho detto prima, espressioni e tiritere prestampate non si applicano solo alla comunicazione gastronomica, ma li ritroviamo in tutti i campi (una volta ho letto il claim “tradizione e innovazione” persino sulla pubblicità di un brand di cucine con design ultramoderno… e che cazz!).
Però mi chiedo: quanto possiamo evitarlo? Sarebbe bello se i colleghi giornalisti e scrittori facessero uno sforzo per bandire certe espressioni dal vocabolario. Ma come ci si può concentrare a fondo sullo sviluppare uno stile diverso e autentico quando - e qui ritorno alla comunicazione gastronomica - le testate più seguite in Italia pagano quando va bene 10€ al pezzo? È chiaro che il collega non ha molto tempo per fare analisi approfondite o critica sociale, e la sua priorità è riempirsi lo stomaco cercando di non intaccare la paghetta. Per questo ogni giorno vediamo pubblicati almeno trenta articoli tutti uguali dove ogni ristorante viene presentato come l’ultima creazione di dio fattasi mattone, e le esperienze tutte “buone, buonissime, eccellenti”. Non c’è tempo per creare un nuovo frasario o per dei reportage sull’impatto economico delle culture alimentari: servono le agiografie dei ristoratori per portare a casa la pagnotta. E più sei veloce a produrne, più la pagnotta ti dura.
Applaudo alla scelta di Riccardo Astolfi che porta avanti con rigore (ma come fa?) ben due newsletter belle corpose, e ha deciso di aprirsi un fighissimo sito web ultraminimalista. E gli dico “Era ora, ca**o!”.
Il titolo la dice tutta, anche se Riccardo ha un po’ liberamente italianizzato il neologismo “enshittification” che era già stato tradotto con “immerdamento” o “immerdazione” o “immerdavattelapesca”. La realtà è che sia la parola inglese che i suoi tentativi di traduzione in italiano sono orrende, perché è orrenda la parola “merda” in tutte le lingue, e tutto ciò che rappresenta (mi dà pure fastidio scriverla per intero, mentre ho messo gli asterischi censori a “ca**o” che invece mi scivola tranquillamente sulla lingua, essendo una delle imprecazioni più gioiosamente usate del nostro meraviglioso idioma).
Riccardo si è aperto un sito web1 per paura della deriva da social network che Substack sta prendendo da un po’, e rivendicare uno spazio suo. Il mio “era ora” non è un “buongiorno principessa”, e non è decisamente rivolto solo a lui, ma a tutto l’ecosistema di questa piattaforma. Che è venuta, ci ha teso la mano e ci ha fregato un po’ tutti quanti.
Ai creatori di Substack non possiamo che dare un enorme credito per aver creato uno spazio in cui gli appassionati di scrittura e di lettura di cose belle possano incontrarsi. E aver ridato importanza al valore del long-form, dell’indipendenza di opinione, del potere della parola scritta. Con quei bellissimi editoriali del CEO il cui leit-motiv era sempre quello: “siamo il futuro della comunicazione, stiamo facendo la rivoluzione”.
Solo che non hanno rivoluzionato un bel cazzo (sorry, ma a una certa gli asterischi devono cadere). E hanno reiterato tutto il sistema di selezione algoritmica che premia solo la produzione costante, la viralità dei titoli clickbait, le interazioni con gli altri post, e tutto quello che pensavamo di lasciarci alle spalle. Ne stiamo parlando da almeno un paio d’anni, non da ieri.
Ma, a mio parere, il problema è un altro, ben peggiore, e l’ho detto in più di un’occasione: Substack ci ha fatto da un lato dimenticare cosa sono le newsletter, e dall’altro la necessità di avere un sito web proprietario.
I blogger vecchiacci come me si ricorderanno che le newsletter erano un promemoria periodico (di solito mensile, manco settimanale) per chi aveva deciso di regalarci la propria mail per restare aggiornato sulla nostra produzione: noi ricambiavamo con due pensierini più intimi e personali, e poi concludevamo con una marea di link per dir loro “ecco quello che ti sei perso”.
Qua sopra invece vedo autori in gamba che scrivono pezzi su pezzi davvero brillanti e li lasciano qui, incuranti del fatto che questo spazio non gli appartiene. A rega’, se domani Substack spegne i server o decide di cancellarvi il profilo perché al CEO non gli piace quello che dice perdete tutto! Succede su Instagram, succede su YouTube ed è successo pure col Washington Post2: siamo sempre su terreno in affitto.
Io stesso ho fatto questo errore perché, in un periodo di crisi, ho trovato in questo spazio un modo diverso di esprimere me stesso tramite la scrittura. Ma non era diverso: era solo un altro canale dove avere la possibilità di interagire con altre persone (e non è che si so’ inventati niente, una volta succedeva su Blogger). Eppure qui ci ho scritto pezzi su pezzi che potevano andare benissimo sul mio blog: avevo solo dimenticato di averlo!3 Cos’è, era bello vedere che ora la gente tornava a commentare e interagire, cosa che sui blog non succede più da una vita (tranne quelli di Blogger)? Ebbene sì, la dopamina è sempre dietro l’angolo.
Mo’ non è che sto dicendo che Substack sia il male, come ho detto i meriti ce li ha. Non staccherò la newsletter a breve da qua, forse lo farò in futuro, ma continuerò prima a sperimentare e riconsiderarla, soprattutto cercando di tenere a mente chi mi legge (ma a che cacchio serve mettere un pulsante “iscriviti” se si suppone che la maggior parte di chi ti legge lo sta facendo via mail perché si è già iscritto?). E sto ritrovando l’amore che si era affievolito per il mio blog, soprattutto al compimento dei dieci anni, e riprendendo a pubblicare lì con costanza. Anche pezzi che ho messo qui su Substack.
Mi sono sentito in colpa per averlo trascurato, proprio perché io la mia piattaforma personale già me l’ero creata tempo addietro. Capisco però che chi capita qui su Substack senza un blog lo faccia anche per evitare gli sbatti di aprirsi uno spazio web suo. E non è un caso che, per chi non ha costanza o voglia, il progetto newsletter muoia nel giro di poche settimane. Ma per chi c’ha davvero qualcosa da dire, è meglio non regalare tutti i propri testi a chi può portarteli via in qualsiasi momento: fatti un sito, cazzo.
La newsletter poteva finire qui, ma poco prima che premessi il tasto “pubblica” mi è arrivata quella di Alessandra Nitti 🇪🇺🇺🇦 . Incuriosito dal titolo, la leggo.
Dopo sei mesi senza social, Alessandra elenca i benefici dell’astinenza e dice tutto il male possibile delle piattaforme con un bel riassuntone delle nefandezze di cui le accusiamo di solito: dai danni neurologici alla crisi energetica. Ok, niente di nuovo uno potrebbe dire, il tema del distacco dai social viene trattato con ricorrenza persino dai giornalisti delle testate più importanti. E già venti anni fa mi ricordo di quelli che lasciavano Facebook a cadenze alterne con grosse fanfare (CollegeHumor ci fece un bellissimo video che li perculava4).
Ma il punto non è quello. Non è la questione del fatto se i social siano o meno cattivi (questo lo deciderà un giudice5). Non voglio nemmeno dire che tutto sta nell’uso che se ne fa, se di intrattenimento o professionale. La domanda che mi faccio è: come possiamo farne a meno?
Io odio Instagram per il fatto di sentirmi obbligato a produrre contenuti come se fossi un network televisivo, ma allo stesso tempo mi diverto tantissimo a pubblicare storie - spesso quando viaggio - per condividere quello che vivo: le maggior interazioni con altri utenti, quelle da social network per l’appunto, avvengono là. Sarebbe facile dire “Instagram mi fa male, lo stacco”, senza pensare al fatto che mi perdo una parte del divertimento.
Ma poi c’è il secondo tarlo, quello che da tempo ci attanaglia un po’ tutti: ma se abbiamo un progetto di comunicazione, tipo quelli come me che hanno un blog da prima che Instagram prendesse piede, come facciamo a farlo arrivare alla gente senza i social, visto che sono tutti lì? E già, come facevamo prima? Ce lo siamo dimenticati, esattamente come ci siamo dimenticati in che modo raggiungevamo le nostre destinazioni senza alcun problema quando non c’era Google Maps.
E questo si ricollega anche al discorso di Substack, che di base è ora un social: se anche volessi avere solo una newsletter, e non un blog, come farei a farla arrivare alle persone senza gli agganci che mi dà per l’appunto il network? Per questo, se hai provato questo tipo di droga, non è così facile disintossicarsi solo con la forza di volontà.
Oddio, le soluzioni volendo ci sono. Ma non è questa la sede per trattarle: come sempre questa vuole essere una newsletter di riflessioni che fa domande, ma non dà risposte. E che è venuta anche troppo lunga, visto che la sto scrivendo di getto. Quindi ora preferisco tornare a rivolgere le vibrazioni dei miei ditini al blog, e ti mando un saluto, un bacio, e un grazie per la pazienza fin qui.
Ah, però un’altra cosa: se ti va, commentami quello che pensi. Se sei su Substack scrivi qui sotto, se mi leggi via mail, rispondimi da lì (credo che mi arrivi tramite il sistema, altrimenti scrivi direttamente a info@pizzadixit.com).
TUTTI I LINK AL MIO PROGETTO PIZZA
Pizza DIXIT: il blog da cui nasce tutto, in cui parlo di pizzerie napoletane all’estero.
Pagina Facebook: qui parlo di pizza mangiata un po’ ovunque, faccio riflessioni varie, e condivido articoli scritti da me pubblicati anche su altre testate.
Profilo Instagram: qui puoi seguire nelle storie i luoghi e le pizzerie che visito, e avere qualche narrazione più variegata tramite i reel.
Gruppo Facebook Pizza Social: spazio di discussione con altri amanti della pizza, in cui parlo di temi come quello di questa newsletter, ma in cui chiunque può lanciare una discussione.
Che Pizza - Il Podcast: il podcast creato da Simon Cittati di cui sono stato co-host per tre anni e che è poi stato lasciato interamente nelle mie mani. Ha anche un profilo Instagram dedicato e un suo canale Telegram con gruppo annesso.
Grazie di avermi letto.
Se ti è piaciuta la newsletter lascia un cuoricino.
Se non ti è piaciuta, scrivimi nei commenti perché.
Se pensi che i tuoi amici debbano sapere quanto io sia intelligente, fagliela leggere.
Se ti va di partecipare alla newsletter con un contributo scrivi pure a info@pizzadixit.com (e magari lascia anche un commento qui sotto, così sicuro non mi perdo la mail).
Mi chiamo Giuseppe A. D’Angelo, ma puoi chiamarmi Peppe: scrivo di pizza dal 2015 sul mio blog Pizza DIXIT e anche altrove. Dal 2021 conduco un podcast chiamato Che Pizza. Non faccio talk, non pubblico libri, non offro consulenze, non insegno in nessuna accademia: insomma, LinkedIn mi odierebbe.
Nessun post

Comments
Nothing yet. Say the first thing.
Sign in to join the conversation.