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Catrame & Libertà · Jun 6, 2026

Di fate turchine, lacrime e golfi

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Paola Natalucci · Catrame & Libertà

Buongiorno Catramellɜ,

Catrame fa quello che vuole, si sa.

La settimana scorsa non è uscito per mente esausta dell’autrice.

Dovrebbero fare i cartelli di chi lavora con la creatività: chiuso per mente sfinita. O svuotata, con la sensazione di essere lì, senza cose importanti da dire.

Catrame non è un dovere e lo scrivo se e quando ho cose da dire: modestamente, lo stesso approccio dell’Oracolo di Delfi.

Dopo un mese a grattare polvere dai muri, mangiare fuori perché non avevo una cucina funzionale, e aver passato tre giorni a Sitges fantastici ma deliranti e totalizzanti alla conferenza di Neurolanguage Coaching — grazie al cielo ho preso un albergo invece che fare avanti e indietro dalla città al grido di “sono solo 35 minuti di autobus fino a sotto casa mia, ti pare che devo pagare per dormire”, che è verità, ma vale solo se casa tua è casa e non cantiere — niente, mi sentivo abbastanza svuotata.

Ci mancano ancora due stanze da dipingere, ma senza pittura da rimuovere per fortuna, quindi lo sbattimento c'è ma sarà ridotto. Rimandato a data da destinarsi (a quando avremo voglia di sbatterci, dato che nessuna delle due è una stanza dove dormiamo regolarmente.)

Il giorno dopo la conferenza mi addormentavo ovunque, credo di aver fatto tre penniche. La settimana successiva avevo un tot di lavoro e i mobili da rimettere a posto, far tornare casa mia una specie di casa (non ci siamo ancora del tutto.)

Comunque, uno dei guai dell’internet di oggi è che un sacco di gente che magari scrive per lavoro scrive perché sente che deve uscire e non perché deve dire una roba, ed è così, che ci riempiamo di parole vuote, rumore cognitivo, cose scritte dai robottini, post sui social che sono come soufflé, pieni d’aria.

Catrame è casa mia, quindi oltre che lei stessa faccio quello che mi pare pure io qui dentro, anzi sempre, ma soprattutto quando le cose mi tracimano dentro e non so bene dove metterle. Le metto qui, perché quando dove si creano le persone distribuivano la riservatezza, si vede che io ero da qualche altra parte, in coda per il risotto o per la zuppa di wanton. (Sono nata in climi che richiedono rassicurazione alimentare in forma di cose caldine.)

Avevo già un numero pronto per oggi.

L’ho parcheggiato perché devo scrivere questo, invece, anzi, in realtà metà di ste cose le sto dettando sottovoce alle sette e mezzo di giovedì mattina, con un’incudine sullo stomaco.

Sto piangendo a tratti da ventiquattro ore circa, in un modo che se me lo avresti chiesto onestamente non mi sarei aspettata, e che mi fa dire zia ma come stai, e per fortuna c’è il compagno Levi a ricordarmi che quando senti le cose non devi fare l’esegesi di perché le senti, le devi sentire, ce devi sta’, e devi ascoltare che ti dicono se stanno dicendo qualcosa, o sentire e punto, perché non tutto deve essere istruttivo, pure se poi a volte lo è ma ti accorgi dopo.

E quindi eccomi.

Il mio ex che non c’è più aveva chiamato il suo blog Valvola di Sfogo, venticinque anni fa.

Questi sono i momenti in cui a) capisco perché e b) ricordo perché mi ero innamorata di lui e c) per colpa sua ora mi sto immaginando che ho uno sfiatatoio da balena al posto di Sahasrāra, il settimo chakra.

Ma iniziamo.

  1. 侘び寂び (wabi-sabi) a secchiate, oggi

  2. I link del mese

  3. Mondo reale: per quell'idea balzana di dover mangiare tre volte al dì, pare che io debba lavorare: posso aiutarvi a parlare inglese o francese a cuore tranquillo, o scrivendo per voi, mentre voi vi occupate di quello per cui siete format3. O invitarvi al bar.

  4. Catrame Amarcord: Il mese scorso scrivevo cose molto rilevanti per me oggi.

Se stai leggendo su Gmail, assicurati di cliccare su “scarica l’intero messaggio” per non perderti nemmeno un pezzo. Questa newsletter usa il femminile sovraesteso.

Tempo di lettura: XX minuti circa, esclusi Manifesto e Malloppo del Lavoro.

Mercoledì pomeriggio ero sul Passeig de Sant Joan, qui a Barcellona, con un’amica e il canino Manolo.

Una di quelle giornate di sole ventoso bellissime, con il cielo azzurro azzurro azzurro che c’è qui quando tira vento.

Le acacie in fiore, le jacaranda e gli oleandri pure, tutto luminoso, Manolo brucava l'erba per una mezza cagarella, l'amica in visita che non vedevo da un secolo sembrava che l'avessi vista il giorno prima, come è sempre con le amicizie valide, prendo il telefono per guardare l'ora e chiedere a Martín se vuole trovarsi al bar sotto casa prima di tornare a lavorare, per un caffè

E vedo due chiamate perse di Carola Moscatelli, la commare in parannanza del Tinello.

E penso: cazzo.

Se sei della mia generazione, o almeno se sei me, le chiamate sono diventate presagio di notizie grandi. A volte belle. Spesso brutte.

Subito dopo, vedo un messaggio:

“Hai saputo di Carola Frediani…?”

E no, che non avevo saputo. E poi ho immaginato, e poi ho guardato online, e ho saputo.

Io di Carola Frediani non ero mica amica da dire amica.

Eravamo una di quelle relazioni nate nell’internet che a volte diventano importanti senza passare dalla vita quotidiana. Non so se mi spiego.

Persone con cui parli magari per anni, che fanno il tifo per te, che tu tifi per loro, che senti vicine anche se magari vi siete viste pochissimo, o… mai. Che siete amiche? No, ma sì. Però no. Però sì.

Negli ultimi mesi l’ho sentita poco, perché ho sempre quella delicatezza —o vigliaccheria? Oggi non saprei come chiamarla, mi sento molto severa con me stessa — che mi fa pensare di non voler disturbare.

Due settimane fa le avevo scritto comunque, dopo mesi. Le avevo mandato delle foto. Un saluto. Ciao Fata Turchina.

Perché come dicevamo poco meno di un anno fa, quando è venuta ai Libri delle Altre e io la dovevo presentare, lei era la Fata Turchina grazie alla quale è nata Catrame, colei che mi diede quella spintarella di cui parlavamo nell’episodio.

Quella spintarella che è anche un buttare alle ortiche il bisogno di chiedere permesso (che poi, a chi?) di fare questo o quello.

Ora quella mia cautela mi sembra un po’ idiota.

O meglio, è in linea col mio status di conoscente, e allo stesso tempo spero che abbia visto il mio messaggio Carola, che si sia sentita pensata e cuorata come lo era. Molto più di quanto la frequenza dei miei messaggi dessero a vedere,

principalmente perché chiedere come stai a una persona che bene non sta, ho letto ormai da parte di così tante persone che dicono avete rotto il cazzo a chiedere come stai a me che sono neurodivergente / malato / ho un qualunque problema grosso in corso che allora cerco di farmi viva in un altro modo,

anche se secondo me chiedere come stai resta una cosa bella, soprattutto se sei pronta ad accogliere davvero la risposta, se davvero è quello che vuoi sapere, mica si chiede come stai per sentirsi dire bene, e basta, dico io. Io no. Io voglio sapere come stai davvero.

E allora insomma per non sbagliare però mandavo foto e piccoli saluti delicati, ogni tanto, senza attesa o aspettativa di riscontro perché magari teneva altro da fare questa donna che scrivere a me.

[Memo: Rompete le palle alle persone a cui volete bene. Fatevi sentire. Chiedete cosa va bene loro e cosa no, e fatevi viv3.]

Carola, a me, mi ha cambiato la vita. Non so nemmeno se lei si sia mai resa conto fino in fondo quanto, cioè io gliel'ho detto varie volte, ma adesso non mi sembra abbastanza.

Catrame esiste anche grazie a lei.

Anni fa avevo smesso di scrivere-scrivere. Ero sprofondata nella trappola dei social, nel contenuto rapido, nel rumore continuo. Lei invece mi aveva detto: esci, esci da qui, espanditi, hai bisogno di spazio, e noi abbiamo voglia di leggere quello che hai da raccontare con più estensione, e tranquillità.

Avevo anche altre persone attorno che mi incoraggiavano da anni, ma con lei ho trovato la forma. La spinta. Quella vera.

È un tema prediletto, qui dentro, quello della distanza tra il dire e il fare.

Ecco.

Carola è stata una di quelle persone che mi hanno aiutata ad attraversarla.

La mia skipper, nel golfo spazioso che sta tra il dire e il fare.

Ne incontriamo tante, se siamo fortunate, di queste persone. A volte sono persone che paghiamo per aiutarci a crescere – per me negli ultimi anni sono state Rachel, Lola, Gerard, Gabriela, Mercedes, i miei prof – e altre volte ci dice culo e ce le troviamo davanti al bar, virtuale, o meno, senza cercarle.

A dirti, dopo che quando ha detto oh mi dite dei libri belli da leggere e tu le hai scritto in privato un compendio di libri e autrici e autori divisi per tema e zone di continente: ma scusa, ma hai uno spazio online dove scrivi di queste cose? Perché dovresti averlo. Se non sei già libraia o cose del genere 😂 (quanti cuori mi fioriscono a ricordare questo scambio.)

Io le ho detto tante volte grazie.

Ma adesso naturalmente mi sembra di non averglielo detto abbastanza.

E questa è una delle cose più terribili di quando qualcuno ci lascia: il fatto che a un certo punto non puoi più aggiungere niente, non puoi più dire,

aspetta, volevo spiegarti ancora meglio quanto è stato importante per me quello che hai detto.

Mi aveva mandato il suo ultimo libro in omaggio, L’Inganno dell’Automa. Ci eravamo dette che prima o poi sarei tornata a Genova e me lo avrebbe firmato. Io le avevo detto:

“Ma come, me l’hai mandato non firmato?”

E lei:

“Quando vieni a Genova ci vediamo e te lo firmo, o quando vengo a Barcellona in vacanza.”

Adesso resterà così, ma sto libro me lo porterò con attenzione, se ci saranno traslochi.

Io credo, davvero, che il cuore sia uno spazio elastico, che si espande ed espande ed espande, nel corso degli anni, portandosi dentro chi non c’è più.

Il carico diventa più grande, con gli anni, ma anche se è difficile, e pesante, alle volte, credo anche di avere lo spazio di portare chi ha significato qualcosa per me, chi ha lasciato un segno,

come un coro greco di persone, che dal piano sottile di cui parlo spesso, rimangono con noi.

Non so se esista questo piano sottile, se me lo immagino, se è wishful thinking, ma penso anche che non importi davvero.

Una parte di me sente spesso che la connessione al piano sottile, nella fetta di mondo dove mi hanno cresciuta, ce la siamo persa con il positivismo e il metodo scientifico, con il buono che possono avere portato, che hanno portato, hanno anche tolto. E poi, la vita, la morte, e il frequentare persone di culture che vivono diversamente il piano sottile mi stanno insegnando a sentirlo nuovamente.

Per certi versi, per fortuna.

Io Carola me la porterò dentro come una persona che mi ha aiutata a passare dal pensare ma forse al fare reale. Dal “dovrei scrivere, sì” allo… scrivere. Davvero. Qui, dove mi leggete ormai da quasi tre anni.

E penso anche che sentiremo tantissimo la mancanza di una come lei: competente, generosa, alla mano, capace di creare spazio per le altre persone. Capace di fare cultura viva e attuale e critica, e di spingere altre persone a provare a fare lo stesso, a modo loro.

Io non ho modo di parlare con suo marito, sua madre, suo figlio. Non faccio parte della sua vita reale nel modo in cui ne fanno parte le persone che l’hanno amata davvero da vicino.

Ma se queste parole dovessero arrivare a qualcuno che le voleva bene onliFe, voglio che sappiate una cosa: che anche tante persone di questo strano internet, persone che magari l’hanno conosciuta solo attraverso parole, podcast, messaggi, incoraggiamenti, in questi giorni, il cuore è lì con voi. Per quello che può contare.

Abbraccio, abbracciamoci, che è dura. Tutto.

Quando ho finito di scrivere questo, ho scoperto da un'altra amica che è morta Marjane Satrapi. Che settimana, rega’.

Il mio obiettivo è aiutarvi ad aumentare la diversità culturale presente nelle vostre vite.

È un modo diverso e gioioso di fare politica.

Se il diverso lo ascolti, lo conosci, lo leggi, tenti di capirlo, da una posizione di apertura e curiosità, apprendendo dai e dei modi altrui di stare al mondo, è più difficile essere chiusi e bigotti. E non per forza questa apertura la si deve cercare attraverso il viaggio, che non è alla portata di tutti.

La cultura può permettere di aprirsi anche a chi non può o non vuole muoversi.

Se volete sostenere Catrame, newsletter e pod, dando valore al tempo che prendo per pensare, scrivere ed editare le mail, registrare ed editare gli episodi, contattare e coordinarmi con gli ospiti, o aiutarmi a pagare gli abbonamenti che pago per leggere e selezionare cose per voi, o i libri che leggo, potete:

  • condividere Catrame con chi potrà amarlo, lasciandomi stellette su Spotify (per aiutare la diffusione) cuoricini sulla Substack app (per aiutare la mia dopamina) o rispondendo alle mie mail (per palesarvi e farmi sentire che non sto parlando da sola)

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Anche io voglio sostenere Catrame!

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Quindi questo mese solo link di podcast, e nessuno da leggere. Sono abbastanza cotta.

  • Qui è quando la mia Fata Turchina era venuta al mio podcast. E mai come oggi sono felice che sia venuta a trovarmi, così la posso riascoltare, e mandare voi a sentirla se volete <3

  • Ho adorato la lettura di questo racconto di Souvankham Thammawongsa, scrittrice canadese di origine laotiana. Non solo il contenuto, ma la sua voce particolarissima, il modo delicato di leggere e parlare l’inglese. Fantastica. Qui la versione in testo, se volete leggere, o ascoltare con il testo davanti per seguire, (ciao, questo è il mio momento didattico di oggi.)

  • L’Amore, la felicità e le relazioni con gli altri, oggi, soprattutto per quanto riguarda adolescenti e ragazzin3, non ha nulla a che vedere con quello che ci ricordiamo noi, che dovevamo parlare con la madre del nostro amato chiamando a casa prima di poter parlare col nostro amato, nel Pleistocene. Il mio caro Jon Favreau invita a Offline la dottoressa Sonya Lyubomirski per parlarne, dati e ricerca alla mano.

  • La storia dell’Hantavirus del mese scorso ormai è vecchia, ma capire come funziona il meccanismo dello spillover dagli animali agli umani è molto, molto interessante. In questo numero di El Hilo, c’è una intervista con un medico cileno che racconta prima della gestione di una epidemia di Hantavirus in Patagonia, ma soprattutto, ci spiega a) come funziona lo spillover, b) perché è strettamente legato al cambiamento climatico e c) in che modo può essere prevenuto con interventi a basso costo nelle comunità, riequilibrando l’ambiente, a monte del ricorrere all’industria farmaceutica, cercando direttamente di non creare le condizioni in cui sia necessario ricorrervi. Illuminante. Questa parte del podcast, che non invecchia affatto, inizia al minuto 27:30.

  • Chi mi conosce da tempo sa che il mio rapporto con Bali è difficile, a dir poco, cioè, sostanzialmente la evito come la peste dalla prima volta che l’ho vista, e se qualcuno sta per andare in sudest asiatico, gli chiedo se veramente è sicura di voler andare a Bali, considerato come sta messa. In questo podcast, la redazione BBC di Singapore ci parla di come siamo arrivati qui, di monnezza e non solo in realtà, e di come Bali sia molto, molto lontana dal paradiso che viene venduto da influencer e agenzie viaggi. Ahimè.

Prima di entrare nel mondo reale, rinnovo l’invito da parte mia e della Benny da Bruxelles, lettrice veterana di Catrame: per caso tu, o qualcunə nel tuo giro, è interessatə a partecipare a un salotto di conversazione di francese, simile al Joy Luck Café, che faccio già per l’inglese?

Due volte al mese, in genere alle 13, o comunque pausa pranzo, giorno della settimana da definire, cinquanta euro al mese perché sareste i/le prim3, uno spazio di conversazione e coaching linguistico di gruppo con altri animi curiosi?

La Benny mi ha detto: vorrei il Joy Luck, ma in francese! Sarebbe génial per noi, ma perché abbia senso la dimensione del gruppo, ci servirebbero almeno altre 2 persone oltre lei che vengano a giocare.

Vuoi venire tu? Conosci persone che potrebbero volersi unire? Nel caso, fateme(ce)lo sapere rispondendo a questa mail! A noi piacerebbe un sacco l’idea :) Montiamo una cricca!

Il malloppo sul lavoro, in 5 punti
  1. Se leggi, scrivi, e guardi cose in inglese senza fatica, ma ti manca uno spazio dove parlare inglese regolarmente e senza pressioni, vieni a The Joy Luck Café, il mio spazio di language coaching di gruppo. Rendiamo il parlare inglese accessibile, leggero, e buena onda, con pratica di public speaking e molto altro. Tutte le info le qui. Ti stanchi meno che negli 1:1, conosci persone pucci, pratichi regolarmente, e impari con piacere. Ormai il mio compagno e mia madre, con cui condivido lo spazio a seconda di dove sono, riconoscono la Faccia da Joy Luck, perché fa così bene anche a me che esco con un sorriso così.

  2. Se vuoi lavorare in un spazio più intimo da solə con me (NOTA IN MAIUSCOLO COSÌ LA VEDETE: SONO PIENA FINO A SETTEMBRE, IN UN TWIST PAZZESCO PER UN LAVORO CHE DI SOLITO ESTATE = POVERTA’, MA SE CI STATE PENSANDO PER TRA UN PO’, ORA È IL MOMENTO DI SCRIVERMI PER DOPO! Come con i panini di Bastian nella Storia Infinita: per dopo.), in un luogo tranquillo dove non devi performare, un po’ di coaching linguistico 1:1 con me potrebbe fare al caso tuo. Se ci stai pensando, contattami pure, senza impegno né pressione di comprare NULLA — la odio su di me, non la farò certo al prossimo.

    Qui le esperienze di chi ha già lavorato con me, chi meglio di loro per raccontarvi tutto?

  3. Sarai tu a decidere i tuoi obiettivi, col mio aiuto. Completa questo modulo per dirmi che ti serve, ci troviamo e ti racconto come lavoro, e vediamo come ci sentiamo. 20 minuti per conoscersi: la relazione umana è fondamentale perché tutto funzioni. Qui tutte le le info sul language coaching 1:1 con me.

  4. Sì, ma perché non lavori a scuola come tutt3, Pa’? Il mio progetto di coaching linguistico è nato perché le scuole di lingue sottopagano e maltrattano chi insegna, mica perché il nomadismo digitale. Ho deciso di cambiare e passare al coaching per avere autonomia decisionale e didattica al 100%, per essere meglio preparata a gestire l’emotività di chi lavora con me, e per non essere più sfruttata. Certezze sempre zero, ma posso fare il mio lavoro in primis come serve davvero a chi mi sceglie, e poi come piace a me, lasciando spazio anche alle clienti per cui scrivo, poche ma buone, e alla mia vita improduttiva di studente, nerd, lettrice, flâneuse, scribacchina, yogina, podcastina wannabe Joe Rogan, ma femmina e pucciosa.

  5. Dove altro mi trovi: su The Mindful Speaker. Fai pratica leggendo in inglese e impari già per i fatti tuoi, che poi è la cosa migliore che puoi fare. Se usi LinkedIn, qui, qui, e qui parlo di come funziona il coaching linguistico. Il mio Instagram personale di cazzeggio multilingue senza filtro, che uso pochino ultimamente, è @migrabonda. Se usi la app di Substack, possiamo seguirci anche su Notes che è ormai il mio spazio social principale. Le mie interviste su lingue e viaggio da sola in inglese, francese e italiano sono qui.

Lasciateci invecchiare

·

May 2

Questo numero non è affatto vecchio. E' del mese scorso. Ma è in tema. Una cosa che non avevo avuto spazio di dire era che invecchiare è un privilegio, e l'industria della fregnitudine ce lo vuole far dimenticare per venderci le creme antirughe e il retinolo.
L'imperativo categorico, per me, non è avere la pelle liscia: è rimanere sana, e vivere fortissimo, qualunque cosa voglia dire per noi. Per me, vivere forte non è diventare Mick Jagger, non bevo abbastanza e non mi drogo, sono fuori target.
E' cercare di vivere ogni giorno felice, ricordandomi sempre di ringraziare il mio corpo perché mi porta in giro e non mi manda a cagare pure se lo maltratto e a volte lo prendo a male parole, con il più controllo possibile sul mio tempo, su come lo passo, e su cosa faccio per vivere. Questo è

E anche oggi, per questo Inserto Infodemico, mie care, miei cari, abbiamo finito.

A presto, grazie di esserci, del vostro tempo, e della vostra pazienza oggi che sto un po' così 🧿🪬

Un abbraccio,

Pao

Read the original on catrameeliberta.substack.com

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