Buongiorno Catramellɜ,
so che avevo detto che non sarei uscita, ma io scrivo Catrame anche per me, non solo per voi, letteralmente perché se no mi tracimano i pensieri, cioè, Catrame è nato letteralmente anche per mantenere la mia sanità mentale, spinto dalla mia ex terapeuta Manila, ma pure da una delle mie besties qui a Barcellona che è pure lei psicoamica (e Pa’, fatte du domande, che sei circondata di psicoamiche, insomma.)
Ma andiamo, che oggi vi parlo di nomi, di due libri bellissimi, di ulteriori ragioni per mollare il telefono in cucina e fare altro senza il telefono nella stanza, documentate dalla ricerca, di gratitudine, e di un paio di altre cose.
La foto di copertina è stata scattata fuori da casa della mia amica, dove sto vivendo ora, ma molta mia vita a maggio ha questa faccia qua:
Sto avendo zero vita sociale perché la mattina faccio il mio lavoro di language coach, ridotto all’essenziale, poi in genere verso le due attraverso la città, e vado a fare questo fino alle dieci di sera. La cosa buona è che sto vivendo a casa di un’amica con la sua gatta, in un posto normale e pulito, con un prato di papaveri davanti, e non in mezzo a questo casino, dove credo che se ci avessi dormito sarei finita in ospedale con una crisi di asma almeno due o tre volte. Grazie amica Erica.
In questo numero:
Cosa porta con sé un nome?
I consigli del mese: uno dei libri più belli che ho letto negli ultimi anni, e uno di archivio che mi ricordo molto bene vent’anni dopo, da Inghilterra e US/India
CatramePod su gratitudine e minimalismo, e un podcast su come riparare i nostri cervelli sfrangiati
Fuori da qui: perché lavoro come lavoro, la mia altra newsletter, programmi di language coaching; link vari
La saggezza di un comico e giocoliere
Tempo di lettura: 12 minuti circa, esclusi manifesto e malloppo lavorativo.
Spezzettate, andate, tornate. Liberamente, come Catrame che esce quando riesce, soprattutto ultimamente.
Nella sommersione digitale ci servono pace e tempo.
Pace e bene alle nostre sinapsi strapazzate.
Se stai leggendo su Gmail, assicurati di cliccare su “scarica l’intero messaggio” per non perderti nemmeno un pezzo, ci sono tanti link e verrà certamente segato.
E: quando leggi affermazioni al plurale femminile, non parlo solo delle donne, ma delle genti umane tutte.
Nel mio telefono ho una nota con le idee di cui voglio scrivere qui, in continua evoluzione, sono tantissime.
Una di quelle che sono lì da più tempo dice così, ritrovare il proprio nome, Paola, Nat, Pao.
Un sacco di gente, online, per quindici anni circa, mi ha conosciuta come Nat, e ancora mi chiama così, e io, se dici Nat, mi giro.
Nat era il soprannome di mio padre, quando andava a scuola, ed anche come lo chiamava mia madre.
E’ semplice, la semplice abbreviazione del nostro cognome.
Nel 2008, quando aprii Facebook, mi ero chiamata Natalia Pì, perché venivo da quel mondo pre-social dove online il nome vero e completo non lo usava nessuno. E non l’ho cambiato fino al 2022, circa, perché mi andava bene che la gente se scrivesse il mio nome vero non mi trovasse, mi andava bene condividere ancora qualcosa con mio padre, che ormai è mancato così tante ere fa — politiche, tecnologiche — che il mondo che viviamo oggi non se lo sarebbe nemmeno riuscito a immaginare.
Fino a che un giorno ho sentito che, invece, volevo che il mondo mi chiamasse e trovasse come Paola.
Negli anni, in Asia, il mio nome è stato storpiato in mille amorevoli modi, dai bambini della scuola internazionale, dai miei amici di varie latitudini, dai colleghi. Spesso, per mettere le persone a loro agio, dicevo, you can call me Nat if you like: corto, senza dittonghi, vocali difficili, sempre mio, e per me un legame invisibile verso il piano sottile dal quale penso sempre che mio padre contempli le mille vie inaspettate che prende la mia vita, tipo finire a vivere a Bangkok per caso, ed amarla di un amore che abbraccia il caos, il traffico, il formicaio di umanità, il fiume, i khlong, il mio cortile, i gechi, i templi.
Quella città che era stata la prima in Asia che avevo visto, con lui e mia madre; dopo un anno vissuto a risparmiare come formichine — molto grata di aver imparato in giovane età che metter via soldi per andare dall'altra parte del mondo è un'ottima ragione per non buttare soldi in cazzate inutili per anche un anno di fila, ed essere stata resa partecipe di questo concetto e stile decisionale, anche se bambina. Prima di andare al mare avevamo passato una settimana in città, la Bangkok del 1990 e qualcosa, molto più bassa di ora, più shitamachi, di oggi, con molta più acqua, un po' meno macchine, e molti meno grattacieli di oggi.
Poi, però, sono tornata in Europa, in un paese dove ao in mezzo a una parola lo sanno dire senza problemi, dove ci sono un sacco di sudamericani che ti ricordano come venivi chiamata in Sudamerica, in giro per gli ostelli del continente, prima degli smartphone, a fare la nomade non digitale senza computer e senza telefono, passando il tempo con lo staff degli ostelli di Argentina, Urugay, Cile, Colombia, che ti chiamavano tutti nello stesso modo: Pao.
Pao: pão come il pão de queijo brasiliano, che sembra la chipá dei guaraní, e sia i brasiliani che gli argentini che i paraguayos si affrettano a dirti che assolutamente no, non sono uguali.
Ma anche Pao come i bao, come il nome cinese che ti avevano assegnato i bambini cinesi della scuola durante l’ora di cinese, con la fantastica teacher Gloria che aveva chiesto loro come chiamarti, e da lì, nominata per quattro anni: 辣包, là bāo, bao piccante, giocando con le sillabe del mio nome, e con il mio amore per il cibo piccante.
Pao: rotondo, morbido, accogliente, come volevo fossero la mia vita, il mio lavoro, il mio quotidiano, Paoooo, con un sacco di o, come lo dicono gli argentini quando mi salutano, come se non mi vedessero da settimane, pure se mi hanno visto ieri.
Paolo era il nome di mio nonno, il padre di mia madre, nato cento anni fa in una cascina della bassa bergamasca, che probabilmente non esiste più da molto tempo. Dove mia nonna era seria e severa, mio nonno, mi dicono, era giocoso, sorridente, bonaccione, quelle persone per cui si è coniato il termine cuorcontento, nonostante vari problemi di salute che se lo sono portato via abbastanza giovane.
Quando erano fidanzati i miei genitori, mia nonna esaminava severa questo bizzarro personaggio, pelle e occhi scurissimi, accento romano, velleità strane di vedere il mondo invece che posarsi, sposarsi, e andare a messa la domenica, che di lavoro faceva il commesso viaggiatore, e di cui sua figlia si era innamorata un giorno in panetteria.
Mio nonno, quando mia nonna si assentava dalla stanza, faceva l'occhiolino a mio padre e gli diceva, tuttapposto, lei è così, come a dire, sembra che tu abbia davanti un dragone, ma te non ti preoccupare (come avevo raccontato tempo fa, mia nonna andava per la vita come il sergente istruttore di Full Metal Jacket: è stato istruttivo, soprattutto per avermi insegnato che non per forza essere femmina implica essere morbida, e anche che non ci si deve far giammai bullizzare dagli eroinomani che provano a invadere i giardinetti dei bambini.)
Io mio nonno non l'ho mai conosciuto, ma per come me lo hanno raccontato, è un origine del mio essere namesake di tutto rispetto: uno che si faceva il mazzo, prima nei campi e poi in fabbrica, sempre con sbattimenti di salute, senza perdere la capacità di amare una giornata di sole e restare leggero. Secondo me qualche gene me lo ha passato pure lui, esattamente come mio padre mi ha passato le strane velleità di vedere il mondo, di conoscere, di esplorare.
Mi piace il mio nome. Mi piace il mio cognome. Entrambi vengono da persone che non ci sono più, ma non sono un peso: sono connessione al piano sottile, sono la sensazione che queste persone mi guardino vivere e dicano: bene.
Quando mi siedo a prendere il sole senza fare niente su una panchina per un po', e mi sento felice;
quando esco a camminare da sola coi miei pensieri, un libro e un pareo nella borsa, per mettermi da qualche parte per un po', e non mi sento sola, mi sento piena.
Mia madre ha perso suo padre da giovane, e anche io. Le connessioni a chi è venuto prima di noi, però, prendono mille forme: un nome, un'attitudine, una predilezione.
Mio nonno, mi dicono, amava ascoltare l'opera: forse, questa estate, con FratelloVolante e Martín useremo il magico potere di Lufthansa per andare all’Arena di Verona a vedere l'opera, a luglio.
Io melomane non sono, ma FratelloVolante e Martín sì. Mio nonno, all'opera, non ci è mai andato — non solo per i soldi, perché i biglietti dei loggionisti alla Scala esistevano già, decenni fa — ma perché credo fosse proprio fuori dal suo orizzonte mentale, prendere il tram dalla Bovisa, andare fino in centro, fino alla Scala, e pensare di entrare in quel posto di gente ben vestita, istruita.
E quindi, se andremo all'Arena, sarà una di quelle volte in cui faccio qualcosa di bello, e sento con me lo spirito di chi è venuto prima, come quando ero andata a Filicudi dieci anni fa, a inizio stagione, appena arrivata dall'Asia, e avevo sentito lo spirito di mio padre camminare insieme a me tra le piante di cappero.
Vediamo se ci riusciamo. Mi sembra un ottimo premio, in questa primavera-estate di obblighi e sbattimenti multiformi.
Prima di proseguire, rinnovo l'invito da parte mia e della Benny da Bruxelles, lettrice veterana di Catrame: per caso tu, o qualcunə nel tuo giro, è interessatə a partecipare a un salotto di conversazione di francese, simile al Joy Luck Café, che faccio già per l’inglese?
Due volte al mese, in genere alle 13, o comunque pausa pranzo, giorno della settimana da definire, cinquanta euro al mese perché sareste i/le prim3, uno spazio di conversazione e coaching linguistico di gruppo con altri animi curiosi?
La Benny mi ha detto: vorrei il Joy Luck, ma in francese! Sarebbe génial per noi, ma perché abbia senso la dimensione del gruppo, ci servirebbero almeno altre 2 persone oltre lei che vengano a giocare.
Vuoi venire tu? Conosci persone che potrebbero volersi unire? Nel caso, fateme(ce)lo sapere rispondendo a questa mail! A noi piacerebbe un sacco l’idea :) Montiamo una cricca!
Due volte al mese (in genere), il mio obiettivo è aiutarvi ad aumentare la diversità culturale presente nelle vostre vite.
È un modo diverso e gioioso di fare politica.
Se il diverso lo ascolti, lo conosci, lo leggi, tenti di capirlo, da una posizione di apertura e curiosità, apprendendo dai e dei modi altrui di stare al mondo, è più difficile essere chiuse e bigotti. E non per forza questa apertura la si deve cercare attraverso il viaggio, che non è alla portata di tutt3.
La cultura può permettere di aprirsi anche a chi non può o non vuole muoversi.
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The Names / Tre Nomi di Florence Knapp, Phoenix / Garzanti parte da una domanda apparentemente semplice: come chiamiamo questo bambino appena nato? Come compiamo questa scelta? E la trasforma in una riflessione enorme su identità, destino, famiglia e aspettative. È uno di quei romanzi che ti fanno sentire quanto i nomi siano contenitori di desideri altrui, eredità, proiezioni, appartenenze, e che ti fa volere così bene ai personaggi che non vedi l’ora di tornare a vedere cosa gli succede. Delicato e inquieto, perché sotto la superficie quotidiana c’è quella sensazione che conosciamo bene: diventare sé stess3 richiede spesso decidere cosa fare di quegli strati di storie che qualcun altro ha scritto per noi scegliendo un nome piuttosto che un altro. Catrame approved per chi ama i libri che parlano piano, ma ti rimangono addosso giorni. E che leggi in 3 giorni nonostante siano non brevi, e nonostante lo sfinimento.
The Namesake, L’Omonimo, di Jhumpa Lahiri, Flamingo/Guanda. Il libro di archivio oggi è un classico del sentirsi sospesi tra mondi, come l’autrice stessa: qui si parla di una famiglia bengalese emigrata negli Stati Uniti, un figlio cresciuto nel mezzo, e un nome, Gogol, che diventa il simbolo di tutto quello che non torna facilmente quando vivi tra lingue, culture e aspettative diverse. Cibo, case, silenzi, aeroporti emotivi, nostalgia. Seavete mai avuto la sensazione di appartenere contemporaneamente a più posti e a nessuno del tutto, questo libro probabilmente vi parlerà in modo molto giusto. C’è anche un film, di Mira Nair, il cui figlio con il professor Mahmood Mamdani, un certo Zohran, è diventato oggi sindaco di New York City.
L’ultimo CatramePod, dove parlavo di quanto sia importante dare attenzione a quello che ci può sembrare scontato… Perché non lo è. Questo include anche il piatto di pasta che vi siete fatte oggi al volo.
Nel podcast qui sotto, How to Fix Our Broken Brains, Jon Favreau intervista il professor Cal Newport, autore del famoso libro Digital Minimalism e ora di Deep Work. Si parla di fitness cognitivo, di cosa succede al cervello se si molla il telefono o lo si usa in modo più cosciente, di come le cose stiano cambiando rapidamente, e della classe come linea di faglia della gestione della vita digitale. (Vi ricordate di come qualche anno fa nelle scuole d’élite tutti avevano l’iPad? Ecco, ora in molte scuole di élite direttamente lasci il cellulare all’entrata. Guardare a cosa fanno le scuole di rampolli delle famiglie ricche per la salute cognitiva e del corpo sociale scolastico è, secondo me, sempre un’ottima indicazione per vedere cosa dice la ricerca sui vari temi.)
Le Mani sulla Città, di Piero Colaprico: questo podcast è uno dei numerosi che mi stanno tenendo compagnia mentre scartavetro muri, dipingo, spazzo, mi chiedo perché sono l’unica muratrice a cui a fine giornata non servono il caffè corretto con la grappa. Si parla della ‘ndrangheta a Milano e in Lombardia, e come bambina cresciuta a Milano in una famiglia allargata bergamo-romano-calabro-milanese, proprio negli anni descritti nel podcast, per me è ovviamente un ascolto molto avvincente. E poi, io cuoro tantissimo Piero Colaprico <3
Se a te, o a qualcuno che conosci, può servire far pratica e coltivare il proprio inglese e francese, ci sono due modi di farlo con me.
MA, ANNUNCIAZIO’ ANNUNCIAZIO’: NON HO POSTI 1:1 FINO A SETTEMBRE! Epaaa, e chi lo avrebbe mai detto, quando l'estate per chi fa il mio lavoro è la stagione della fame per definizione? E invece. Però… Siete SEMPRE benvenutë al Joy Luck Cafe! Leggete, vi spiego tutto sotto.
Se leggi, scrivi, e guardi cose in inglese senza fatica, ma ti manca uno spazio dove parlare inglese regolarmente e senza pressioni, vieni a The Joy Luck Café, il mio spazio di language coaching di gruppo. Rendiamo il parlare inglese accessibile, leggero, e buena onda, con pratica di public speaking e molto altro. Tutte le info le qui. Ti stanchi meno che negli 1:1, conosci persone pucci, pratichi regolarmente, e impari con piacere. Ormai il mio compagno e mia madre, con cui condivido lo spazio a seconda di dove sono, riconoscono la Faccia da Joy Luck, perché fa così bene anche a me che esco con un sorriso così.
Se vuoi lavorare in un spazio più intimo da solə con me, in un luogo tranquillo dove non devi performare, un po’ di coaching linguistico 1:1 con me potrebbe fare al caso tuo. Se ci stai pensando, contattami pure, senza impegno né pressione di comprare NULLA — la odio su di me, non la farò certo al prossimo.
Qui le esperienze di chi ha già lavorato con me, chi meglio di loro per raccontarvi tutto?
Sarai tu a decidere i tuoi obiettivi, col mio aiuto. Completa questo modulo per dirmi che ti serve, ci troviamo e ti racconto come lavoro, e vediamo come ci sentiamo. 20 minuti per conoscersi: la relazione umana è fondamentale perché tutto funzioni. Qui tutte le le info sul language coaching 1:1 con me.
Sì, ma perché non lavori a scuola come tutt3, Pa’? Il mio progetto di coaching linguistico è nato perché le scuole di lingue sottopagano e maltrattano chi insegna, mica perché il nomadismo digitale. Ho deciso di cambiare e passare al coaching per avere autonomia decisionale e didattica al 100%, per essere meglio preparata a gestire l'emotività di chi lavora con me, e per non essere più sfruttata. Certezze sempre zero, ma posso fare il mio lavoro in primis come serve davvero a chi mi sceglie, e poi come piace a me, lasciando spazio anche alle clienti per cui scrivo, poche ma buone, e alla mia vita improduttiva di studente, nerd, lettrice, flâneuse, scribacchina, yogina, podcastina wannabe Joe Rogan, ma femmina e pucciosa.
Dove altro mi trovi: su The Mindful Speaker. Fai pratica leggendo in inglese e impari già per i fatti tuoi, che poi è la cosa migliore che puoi fare. Se usi LinkedIn, qui, qui, e qui parlo di come funziona il coaching linguistico. Il mio Instagram personale di cazzeggio multilingue senza filtro, che uso pochino ultimamente è @migrabonda. Se usi la app di Substack, possiamo seguirci anche su Notes che è ormai il mio spazio social principale. Le mie interviste su lingue e viaggio da sola in inglese, francese e italiano sono qui.
It ain't what they call you, it's what you answer to.
Non è come ti chiamano. E’ a cosa rispondi.
Finimmo. Se siete arrivat3 fino a qua…
Come sempre, grazie del vostro tempo, e del vostro focus 🧿
Abbraccio, e che non dobbiate mai lisciare muri a mano a meno che non vi paghino,
Pao

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