Quando uscirà questo numero, io sarò ad Amsterdam con un amico carissimo che quando mi ha sentito così stesa mi ha saggiamente detto tesoro, vieni qua che amicizia, aria fresca e psilocibina ti faranno stare meglio. E quindi lì mi geolocalizzerò quando leggete, pace e bene per tutt3, prontissima a guardare la partita dei Paesi Bassi in loco, guardando i neerlandesi guardare il match (ciao Luca Misculin che ami dire neerlandesi.)
Questo numero l’ho scritto in aereo, non dico come al solito ma come spesso accade, su uno dei numerosi aerei che prendo stranamente questa estate, io che in estate non viaggio mai, ma oltre che a Milano quest’anno tre forse anche quattro volte vado verso nord e io sono pippa al sugo e a nord ci vado solo da maggio a ottobre perché se no tengo freddo.
In aereo, quando internet non c’è, e resto da sola con musica e pensieri, e poca voglia di leggere perché in aereo mi piace riposare gli occhi e guardare il cielo, e poi però mi tracimano le cose e allora ciao riposo degli occhi.
Mi sentivo, a inizio della scorsa settimana, ancora abbastanza sotto un treno per Carola (Frediani.) Adesso mi tocca ancora, come è ovvio, ma non al punto da avere i lucciconi a tradimento e sentirmi addosso il peso del mondo e l’incazzatura perché l’ingiustizia. Più andiamo avanti e più diventiamo brave a digerire rospi.
Detto questo, ero presa male per varie ragioni il giorno che ho scritto questa cosa, quindi insomma, sapevatelo. Poi se volete leggere comunque, fate pure, perché parto dal mio disappunto delle cose per fare domande sul senso della vita, come al solito, e dopo l’ultimo numero c’è gente che mi ha scritto grazie di far fluire i pensieri, quindi, insomma, mica sono solo io che ci ho i pipponi che mi si agitano dentro. Con sto caldo, magari non avete cazzi, quindi io ve lo dico prima. Se avete cazzi, invece, buona lettura.
Un caro saluto dal nostro barrio di AmsterDAMN. Come al solito quando mi levi dal mio habitat e mi fai fare la gita mi passa tutto come a un bambino distratto dal sonaglino. Notare la solita allegria che mi pervade quando mi trovo in ex fabbriche, porti industriali e/o scali ferroviari.
Ma andiamo.
Io sto bene, io sto male, io non so come stare (palesemente, ma ora sto meglio)
I libri del mese dalla centrale del KGB e da Hong Kong + CatramePod sul lavoro culturale
Mondo reale: per quell'idea balzana di dover mangiare tre volte al dì, pare che io debba lavorare: posso aiutarvi a parlare inglese o francese a cuore tranquillo, o scrivendo per voi, mentre voi vi occupate di quello per cui siete format3. O invitarvi al bar.
Catrame Amarcord: quei momenti in cui ti devi chiedere: che ti serve?
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Tempo di lettura: 15 minuti circa, esclusi Manifesto e Malloppo del Lavoro.
È estate, l’estate sta esplodendo, aprendosi come il cuore di un fico maturo,
L’interiore che si proietta all’infuori, i semi in bella vista,
La buccia che si ritrae a spingere fuori quanta più vita possibile,
le giornate lunghe,
maggio, giugno, i miei mesi preferiti, in cui il cielo resta azzurro fino a tardi,
In cui fa caldo ma non caldissimo, a meno che non intervengano El Niño, il cambiamento climatico, le cupole di aria torrida che fanno sembrare assetate e accaldate addirittura le piante di casa mia, l’orchidea che dice beh, ma è come essere in Thailandia, aspetta che sboccio.
E io... Sono affaticata. Sono affaticata perché è mancata Carola e non è giusto, e non è che non lo so, che la vita è ingiusta, ma cinquantuno anni... No. Sto facendo fatica a vivere questa cosa. In una maniera imprevista, non ero preparata, lo ero solo parzialmente insomma, e una parte di me si redarguisce,
ah sore’, dai, basta con tutto sto dramma, che tu sei viva e sana. L’altra parte, saggiamente, mi dice, stacce finché devi, pure se ti agiti passerà quando deve.
Però niente, a seconda dei momenti sono contrariata. Spesso sono triste. A volte sono parecchio incazzata.
Immaginatevi: domani voi vi svegliate e leggete che è morto non so, uno tipo Pedro Pascal (Pedro ti auguriamo lunga vita sana e piena di recitazione e cibo piccante, a beare i nostri cuori e i nostri occhi, ti usiamo cone esempio unicamente per la tua età e perché sei bono e vigoroso),
pensereste ma come, ma come è possibile, così giovane, come è accaduto. Lo pensereste, lo sentireste, magari, anzi quasi certamente, lo avete pensato, o lo avete sentito per qualcun3.
Se siete qui da poco magari non lo sapete, ma se siete qui da di più, lo sapete, che l’impermanenza per me è un tema caldo. Non perché sia una che ama pensare alla morte, ma esattamente perché tento di fare tesoro della vita. Le due cose vanno di pari passo.
Non ho paura di pensare al fatto che la vita sia una risorsa finita, né ho paura di pensare alla morte. La consapevolezza del fatto che un giorno succede che non ci svegliamo a volte è stata anche paralizzante, in passato. Così tanto che per anni ho fatto fatica a fare piani, perché potrei essere viva per questi progetti che sto facendo, però anche no.
Quando avevo vent’anni e qualcosa, pensando a un amore che una estate era occhi verdi e corpo forte di ballerino che ti portava in canna di bici per baciarti meglio, che faceva le verticali in un parco e si schiantava ridendo, che inscenava finte lotte medievali con sacchi di caffè per cotte di maglia, elmi di sacchi di pane bucati e lance di bastoni da ombrellone in spiaggia, e tre estati dopo più non era più;
non è che non era più lì per te, non era più, per nessuno, nemmeno per se stesso, non esisteva più,
Ecco, pensando a lui e a questo, per anni, mi sono lasciata portare dalla vita, dagli eventi, perché ritenevo di avere pochissimo controllo, davvero, sulle cose, e quindi perché tentare di averne, di decidere, di controllare mentre gli dei ridono? A volte mi succede ancora, ma sempre meno spesso. Per fortuna.
E questa cosa, questo essere tappo di sughero portato dalla corrente, ovviamente, mi ha fatto danno, perché è un attimo che finisci preda, così, di chi al contrario di te sembra fatto solo di sicurezza e certezze, e però in realtà, anche se può non sembrare, quelle persone lì spesso hanno a cuore un sacco di cose, ma certamente non il tuo bene. Spesso, nemmeno il proprio. Soprattutto, non sanno un cazzo. Ma sono bravissimi con gli effetti ottici.
E allo stesso tempo, questa storia dell’impermanenza è anche stata carburante, fuoco, benzina, per onorare ogni giorno il fatto di essere al mondo.
Vuol dire, questo, che ogni giorno è meraviglioso?
Al contrario. Chi non le ha, le giornate di merda? Figuratevi. Io sto venendo da settimane del cazzo, per dirne una. Infatti vedete un po’ che pippone sto scrivendo, poveri voi.
La questione è quanto lasci che diventino gravi, le settimane e i giorni demmerda. Quanto le prendi sul serio. Quanto lasci che ti abbattano, le giornate e le settimane terribili, gli eventi tragici, il dolore.
E poi, definiamo l’onorare la vita.
La questione è che sta faccenda dell’onorare la vita per ognuno ha un aspetto diverso, che non per forza deve essere spettacolare.
Credo che questo sia un equivoco comune.
A maggio, vivendo a casa della mia amica, un giorno al parco ho incontrato una signora di circa 90 anni. Era arrivata col girello e mi ha chiesto se poteva sedersi con me e le ho detto certo, ovvio.
Si è seduta e mi ha detto, ti dispiace se dò il riso alle tortore e ai piccioni? Mi aspettano sempre. E io: no, prego, si figuri. E lei ha iniziato a mettere il riso sul sedile del suo girello, pochi chicchi alla volta.
Prima una tortora, poi due: lei le conosceva. Vedi, lei la chiamo così, e lei colà, ecco ora arrivano i piccioni e gli metto il riso per terra perché fanno caos e fanno paura alle tortorine.
E poi mi ha detto, sai io sono molto vecchia e faccio fatica a camminare, ma ho il girello e questo parco e ci sono gli uccelli e ogni tanto mi capita seduta a fianco una persona giovane come te, nelle giornate di sole soprattutto, e a me piace, sentire le storie dei giovani. Tu che lavoro fai? E di dove sei, hai un accento straniero. Come sei arrivata qui? E mi è stata a sentire qualche minuto finché poi sono andata via, che dovevo tornare a lavorare,
Mi ha detto,
Brava, lavora che ti fa bene al cervello, io faccio ancora le parole crociate apposta.
L’ho lasciata girata verso il sole come un girasole, con le sue amiche tortore.
Quando dico onorare la vita, ecco, io intendo ste cose.
Rendersi conto di dove si è, essere gratɜ di una giornata di sole, del corpo che ci porta, della dolcezza di un animale che si fida di noi, della fiducia che la persona che si siede di fianco a noi abbia qualcosa di valido da raccontare, e la gentilezza di farlo.
Conosco persone, anche molto vicine a me, che non riescono a fare nulla di tutto questo. E questa cosa, anche se, tecnicamente, come cerco di ricordare a me stessa ogni giorno, non è affar mio, mi fa male. Tanto. Soprattutto se sono persone vicine.
Mi fa male, che la gente che ama la vita la perda.
Mi fa male, che la gente che ce l’ha non veda la propria fortuna.
È un problema che ho da almeno vent’anni.
È un problema perché non posso farci niente, perché non è affar mio ma chissà come lo diventa comunque.
È un problema perché non riesco a lasciare andare questa cosa.
È un problema perché il mondo pullula di persone che danno per scontate le proprie giornate.
Mi sento avvolto intorno un filamento di seta traslucida, in certi momenti. Mi avvolge, mi impedisce di sentire l’euforia che sento di solito in questo periodo dell’anno, di energia forte, luce, calore, gite a trovare gli amici, sobremesas infinite al caldo.
Tutte quelle cose che amo e che cerco di inseguire in inverno, se posso, andando dall’altra parte del pianeta perché forse, chi può dirlo, forse ho un eccesso di yin di luna, forse devo chiederlo a Nina Gigante | Salute Olistica cosa cazzo succede con il mio yin,
che la parte più solare di me cerca di controbilanciare, cercando calore, sole, energia fattiva e allegria, fino a tatuarmi il sole sottopelle, quando ero in Messico e mi sentivo appassire all’idea di tornare a vivere di nuovo lontano dal mare, a nord delle Alpi, nel grigio, nei giorni di tramonti alle quattro del pomeriggio.
Alla fine ho deciso di cercare altri modi di vivere che non implicassero farlo, perché non lo so perché, ma l’energia yang del sole, che fa, che invita ad uscire di casa, mi aiuta a stare meglio da sempre. Quindi io non faccio domande e la cerco.
Oggi però, in questi giorni, sono avvolta da questi filamenti perlacei di tristezza che non se ne vanno, sembra che se ne vadano e poi ti fanno un agguato in aereo, quando sei da sola nella quiete,
e come sempre quando capitano questi periodi demmerda, ci sono alcune cose e persone che ringrazio tantissimo di esistere:
La musica, la meditazione, lo yoga, le mie gambe che possono camminare e farmi uscire da dentro casa, che sto meglio col cielo sopra la testa, che col soffitto sopra.
I musicisti e i compositori che sanno parlare al nostro interiore,
Senza parole, o con parole che sono poesia, voci più belle di qualunque strumento,
La musica che è balsamo più di qualunque altra cosa;
Le persone che ho incontrato sulla mia strada che mi hanno parlato della meditazione, nel corso degli anni,
Che mi hanno dato questo strumento benedetto che arriva sempre come un expecto patronum a salvarmi quando la terra si sgretola un po’, e cadi in una buca. Per fortuna mia mai troppo profonda;
Il camminare. Il poter camminare per me è salvifico.
E quindi nulla. In aereo, dopo un po’ di giornate pesanti non fisicamente ma emotivamente, stavo così.
Mi sono riletta pochi giorni dopo, e da un lato mi sono detta: tesoro mio, stai sotto un treno, porella. E dall’altro, ho sentito una delle mie tante voci interiori che non è quella dell’Omino del Cervello ma quella di Bruno del Sorpasso, che poi è un po’ anche la voce di mio padre, che era un po’ una specie di Bruno. Più responsabile, un padre migliore di Bruno, certamente; marito? Non sta a me dirlo.
Mi sono riletta, insomma, e il mio Bruno interiore è intervenuto subito: vi lascio le sue parole, che riassumono bene come sto ora. Un po’ come nella prima parte di questa newsletter. Un po’ come Bruno qua sotto.
Credo che le due cose vadano di pari passo. Ballare il twist un minuto, stare sotto il treno quello dopo, riballare il twist il giorno dopo.
L’importante è sempre ritornare al twist, a una certa, almeno per me.
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The Illegals, Gli Infiltrati, Shaun Walker, Knopf/Mondadori. Allora, io ho notato che si stanno delineando due tendenze nella mia lettura negli ultimi anni. La prima è quella che chiamo la lettura dei libri di spazi ampi in estate. La seconda è quella di leggere un saggio LUNGHISSIMO di nonfiction su qualcosa che mi interessa particolarmente, l’anno scorso era stato Murderland di Caroline Fraser. Quest’anno, quel saggio è questo qui. Che è così lungo che non l’ho ancora finito, e scritto così bene che spero che finisca il più tardi possibile.
The Illegals di Shaun Walker racconta le vite sospese, a volte romanzesche e sempre molto umane, di persone che, in varie modalità a seconda dei tempi in corso, finiscono a vivere vite che non sono la loro per i servizi segreti russi, anche per decenni, fingendosi qualcun altro, facendo figli che non sanno chi sono realmente i propri genitori, a volte dimenticandosi di chi sono loro stessi, a forza di fingersi qualcun altro per dieci, o vent’anni.
Allo stesso tempo, è una esplorazione molto interessante del modo in cui la Russia ha accumulato know how utilissimo per fare operazioni di intelligence profondissime e furtive a partire da ben prima dei tempi di Putin, da ancora prima di Stalin: c’è una linea diretta che collega queste storie alle interferenze russe nella politica occidentale di oggi. Un reportage che sembra romanzo umano, scritto da dio e ricercato con grande rigore e un sacco di note di pagina (un caro saluto al dossier Mithrokin.)
City Like Water di Dorothy Tse, Fitzcarraldo sta all’esatto opposto dello spettro di The Illegals, perché è cortissimo e potentissimo e si legge in una botta sola, volendo. Breve e straniante, è il guardare una città cambiare sapendo che non puoi fermarla ma solo trovare il modo di farci i conti (mi ci riconosco, alcune cose scritte lì dentro potrebbero parlare di Milano.) In una Hong Kong di proteste soffocate, sparizioni, memoria che si sfalda e realtà sempre più surreale, Tse racconta cambiamenti sociali e fabbriche perdute, mercati, noodles, caldo, cemento, repressione, nostalgia e paura che filtra ovunque, come acqua, appunto, con un linguaggio che è poesia.
Poetico, politico, allucinato, pieno di immagini bellissime e disturbanti insieme. Uno di quei libri che usano il fantastico per parlare del presente, senza grossi pipponi, corto, ma potente come un gancio tirato bene.
E’ così bello che ho registrato un paragrafo a voce alta per farlo sentire ai partecipanti del Joy Luck. Io ovviamente non l’ho letto in cinese, mille cuori per la traduttrice Natascha Bruce che l’ha tradotto così benissimo.
Poi invece che il libro di archivio vi lascio l’ultimo episodio di CatramePod, dove con Carola Moscatelli ho parlato di quella storia che con la Cultura Non Si Mangia. E’ vero? Non è vero? Qual è il problema? Quali sono i problemi? Andate su Spotify o qui su Substack per ascoltare e guardarvi la lista dei libri che vi consigliamo sul tema, che sono un botto.
Prima di entrare nel mondo reale, rinnovo l’invito da parte mia e della Benny da Bruxelles, lettrice veterana di Catrame: per caso tu, o qualcunə nel tuo giro, è interessatə a partecipare a un salotto di conversazione di francese, simile al Joy Luck Café, che faccio già per l’inglese?
Due volte al mese, in genere alle 13, o comunque pausa pranzo, giorno della settimana da definire, cinquanta euro al mese perché sareste i/le prim3, uno spazio di conversazione e coaching linguistico di gruppo con altri animi curiosi?
La Benny mi ha detto: vorrei il Joy Luck, ma in francese! Sarebbe génial per noi, ma perché abbia senso la dimensione del gruppo, ci servirebbero almeno altre 2 persone oltre lei che vengano a giocare.
Vuoi venire tu? Conosci persone che potrebbero volersi unire? Nel caso, fateme(ce)lo sapere rispondendo a questa mail! A noi piacerebbe un sacco l’idea :) Montiamo una cricca!
Il malloppo sul lavoro, in 5 punti
Se leggi, scrivi, e guardi cose in inglese senza fatica, ma ti manca uno spazio dove parlare inglese regolarmente e senza pressioni, vieni a The Joy Luck Café, il mio spazio di language coaching di gruppo. Rendiamo il parlare inglese accessibile, leggero, e buena onda, con pratica di public speaking e molto altro. Tutte le info le qui. Ti stanchi meno che negli 1:1, conosci persone pucci, pratichi regolarmente, e impari con piacere. Ormai il mio compagno e mia madre, con cui condivido lo spazio a seconda di dove sono, riconoscono la Faccia da Joy Luck, perché fa così bene anche a me che esco con un sorriso così.
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Qui le esperienze di chi ha già lavorato con me, chi meglio di loro per raccontarvi tutto?
Sarai tu a decidere i tuoi obiettivi, col mio aiuto. Completa questo modulo per dirmi che ti serve, ci troviamo e ti racconto come lavoro, e vediamo come ci sentiamo. 20 minuti per conoscersi: la relazione umana è fondamentale perché tutto funzioni. Qui tutte le le info sul language coaching 1:1 con me.
Sì, ma perché non lavori a scuola come tutt3, Pa’? Il mio progetto di coaching linguistico è nato perché le scuole di lingue sottopagano e maltrattano chi insegna, mica perché il nomadismo digitale. Ho deciso di cambiare e passare al coaching per avere autonomia decisionale e didattica al 100%, per essere meglio preparata a gestire l’emotività di chi lavora con me, e per non essere più sfruttata. Certezze sempre zero, ma posso fare il mio lavoro in primis come serve davvero a chi mi sceglie, e poi come piace a me, lasciando spazio anche alle clienti per cui scrivo, poche ma buone, e alla mia vita improduttiva di studente, nerd, lettrice, flâneuse, scribacchina, yogina, podcastina wannabe Joe Rogan, ma femmina e pucciosa.
Dove altro mi trovi: su The Mindful Speaker. Fai pratica leggendo in inglese e impari già per i fatti tuoi, che poi è la cosa migliore che puoi fare. Se usi LinkedIn, qui, qui, e qui parlo di come funziona il coaching linguistico. Il mio Instagram personale di cazzeggio multilingue senza filtro, che uso pochino ultimamente, è @migrabonda. Se usi la app di Substack, possiamo seguirci anche su Notes che è ormai il mio spazio social principale. Le mie interviste su lingue e viaggio da sola in inglese, francese e italiano sono qui.
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December 14, 2024
"Dopo la festa mobile che era stata la vita a Istanbul, era stato qui che avevo iniziato il processo di trovare cosa mi rende me via dagli altri, perché qui non era la Turchia: la gente passa molto più tempo in casa, ed è più difficile conoscere le persone. Ed è molto più facile sentirsi sole.
E allora, se devo fare da me, cosa mi fa stare bene, di cosa ho bisogno, cosa devo cercare per sentirmi bene da qualche parte?"
E anche oggi, mie care, miei cari, abbiamo finito.
Penso che non uscirò per un paio di settimane ora, perché ho bisogno di riposare un po’ i neuroni, ma abbiate fede che poi di scrivere Catrame la voglia mi torna sempre.
A presto, grazie di esserci, del vostro tempo, e del vostro focus 🧿🪬
Un abbraccio,
Pao

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