Questa settimana l’Italia si è trovata davanti all’ennesimo caso che mescola giustizia, presunte inchieste e monetizzazione di vicende a tratti scandalistici.
Parliamo di Fabrizio Corona che muove accuse pesantissime ad Alfonso Signorini e di quest’ultimo che denuncia Corona per revenge porn, ovvero per una presunta diffusione di immagini a sfondo intimo e sessuale.
Partiamo con una premessa: quel che abbiamo visto sono chat sessualmente esplicite (dunque parole e non immagini) e la norma su questo ha un grande vuoto: le chat in cui si fa sexting non sono considerate immagini intime e sessuali.
Si tratta di un grande errore nella scrittura del testo dell’articolo dell’articolo 612 ter del Codice Penale:
“Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate, è punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da euro 5.000 a euro 15.000”
La norma, ve lo ricordo, è del 2017 eppure nasce già “vecchia” non prevedendo che una chat di parole sessualmente esplicite possa essere una violazione della propria sfera intima e sessuale al pari di una foto che ci ritrae nudi o di un video che ci ritrae in un atto sessuale.
Mi pareva importante questa premessa perché ci insegna che oggi le nostre conversazioni via chat non sempre sono protette come noi pensiamo o vorremmo e che chi ha ruoli di responsabilità dovrebbe tenerlo sempre a mente.
Ad ogni modo la questione Corona/Signorini ci permette una serie di riflessione più ampie.
Parto con la prima: quando si tratta di portare alla luce presunti sistemi di abuso, quale strada è davvero efficace?
E soprattutto, a che prezzo?
Partiamo da quello che sappiamo con certezza. Corona ha diffuso sul suo canale YouTube Falsissimo (in parte a pagamento) una serie di chat IG e whatsapp che pare dimostrare che Signorini agisse attraverso un sistema di favori sessuali in cambio di visibilità televisiva.
In poche parole, avrebbe fatto a molti uomini avances sessuali promettendo loro di “svoltare” vita, di partecipare al Grande Fratello Vip, di ottenere interviste su Chi, il settimanale da lui stesso diretto.
Corona per suffragare la sua teoria ha letto alcune presunte chat, ha raccolto delle testimonianze (alcune de relato, ovvero, di persone che avevano sentito dire che…).
Ha anche addebitato a Pierpaolo Pretelli un video di una sua masturbazione (salvo poi ammettere che si trattava di un video di molti anni fa e che nulla aveva a che vedere con la vicenda Signorini e per questo scusarsi, ma solo nella parte a pagamento del video e dunque vista da molte meno persone).
Insomma, Corona mostra e racconta materiali che dimostrerebbe l’esistenza di un “sistema” Signorini: lavoro e carriera televisiva in cambio di flirt e forse (chissà) anche sesso.
Signorini ha risposto denunciando Corona per revenge porn, sostenendo che abbia diffuso materiale intimo senza consenso.
Nel mezzo c’è anche Antonio Medugno, ex concorrente del Grande Fratello, che nella seconda puntata di Falsissimo (andata in onda il 22 dicembre) ha annunciato che avrebbe presentato denuncia contro Signorini per violenza sessuale e tentata estorsione.
Al momento della chiusura di questa newsletter, però, non risultano conferme ufficiali dell’avvenuto deposito della querela.
Il Codacons e Assoutenti invece hanno presentato esposti in Procura chiedendo di fare chiarezza su eventuali “meccanismi opachi nei processi di casting” e possibili abusi di potere.
Dopo questa ricostruzione, da cui già immagino abbiate un gran mal di testa o una sensazione di sdegno la domanda potrebbe essere: cosa rischiano, dal punto di vista legale i due protagonisti?
Fabrizio Corona è indagato dalla Procura di Milano per revenge porn, ai sensi dell’articolo 612-ter del Codice Penale.
Questo reato, ve l’ho già specificato, punisce chi diffonde immagini o video sessualmente espliciti senza il consenso delle persone ritratte.
Corona potrebbe difendersi invocando il diritto di cronaca, sostenendo che stava denunciando abusi di interesse pubblico e che non ha mostrato immagini in chiaro, bensì letto delle chat (cioè della parole sessualmente esplicite) e mostrato video oscurati (descrivendone solo il contenuto).
Dovrà anche dimostrare che le chat sono autentiche e che ne è entrato in possesso legalmente (cioè a dargliele è stato almeno una delle due parti interessate).
Infine dovrà dimostrare che la diffusione di queste chat era “pertinente”, ovvero indispensabile per portare alla luce un sistema di abusi e non inutilmente lesiva della dignità delle persone coinvolte.
Su quest’ultimo punto va detto che i Giudici sono abbastanza rigorosi su questo: anche quando si vuole denunciare un abuso, grande o piccolo che sia, non si può farlo calpestando i diritti altrui, soprattutto la riservatezza delle presunte vittime.
Alfonso Signorini, al momento, non è indagato per nulla. Se dovessero arrivare denunce da parte di presunte vittime, potrebbero configurarsi ipotesi di violenza sessuale per costrizione mediante abuso di autorità (art. 609-bis c.p.).
Qui però ci sono alcuni paletti importanti: la violenza sessuale, quando riguarda maggiorenni e non presenta aggravanti specifiche, è un reato procedibile a querela di parte. Questo significa che serve una denuncia formale della presunta vittima, da presentare entro 12 mesi dalla conoscenza del fatto. Senza questa querela, la Procura non può aprire indagini d’ufficio, a meno che non emergano elementi come minacce esplicite o ricatti che rendano il reato perseguibile d’ufficio.
L’“abuso di autorità” di cui parla la legge non riguarda solo i pubblici ufficiali: anche un privato cittadino che sfrutti una posizione di supremazia (professionale, economica, sociale) per costringere qualcuno a compiere atti sessuali può essere perseguito. Ma serve sempre dimostrare che quella posizione di potere sia stata effettivamente usata per cambiare la volontà della vittima.
In poche parole: non volevano in alcun modo fare sesso ma l’hanno fatto altrimenti non avrebbero in alcun modo lavorato.
Qui arriviamo al cuore della questione. Corona sostiene di avere “più di cento testimonianze” e di voler fare chiarezza su un sistema opaco. Ma c’è un modo per farlo senza trasformare tutto in una ulteriore violenza?
Senza vendere i contenuti su una piattaforma a pagamento? Senza esporre pubblicamente le persone coinvolte, che – se davvero sono vittime – hanno diritto alla protezione della loro identità e dignità?
La legge prevede tutele precise per chi denuncia reati sessuali. Ma queste tutele funzionano solo se si seguono i canali previsti dalla legge: denunciare alla magistratura, rispettare l’anonimato, evitare la gogna pubblica.
Quando invece si sceglie la strada della piazza – o del web – quelle tutele evaporano.
E le presunte vittime rischiano di essere vittimizzate due volte: prima dal presunto abuso, poi dall’esposizione mediatica che le identifica, le espone, le sottopone al giudizio pubblico.
Perché in Italia si deve sempre arrivare a questo?
La domanda non è retorica.
È una questione che attraversa molti dei grandi scandali italiani: perché da noi si deve sempre passare dallo spettacolo mediatico per smuovere le istituzioni?
Certo, il clamore può servire a portare attenzione su questioni che altrimenti resterebbero sepolte.
Ma se non hai “santi in paradiso” o sui social, che fine fa la tua richiesta di giustizia?
Infine, quando il confine tra denuncia e gossip diventa così labile da rendere una faccenda grave un meme vivente, quando le testimonianze vengono vendute anziché depositate in Procura, quando i protagonisti sembrano più interessati alla propria visibilità che alla giustizia, qualcosa diventa estremamente stonato e pericoloso.
Non so chi abbia ragione, e non spetta a me giudicare. Ma credo che questa vicenda ci ponga davanti a una scelta: vogliamo un sistema dove si fa giustizia o uno dove si fa usano i social come giudici e condanne?
Perché le due cose non possono convivere.
Lo spettacolo brucia le prove, compromette i processi, espone le persone, le trasforma in personaggi di un reality.
La giustizia, invece, richiede rispetto per chi è coinvolto.
E se davvero vogliamo smontare sistemi di abuso – nel mondo dello spettacolo come altrove – dobbiamo chiederci: vogliamo giustizia o vogliamo l’adrenalina dello scandalo di turno?
Siamo disposti a proteggere l’identità delle vittime, anche se questo significa sapere meno dettagli?
Forse la vera battaglia non è contro questo o quel personaggio. È contro la nostra stessa fame di spettacolarizzazione, che trasforma ogni denuncia in un prodotto da vendere e ogni processo in un’arena social dove le vittime rischiano di perdere più di tutti.
Cathy
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