Questo è il numero #103 di Catenaccio, una newsletter che parla di sport, cultura e società.
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La sportellata settimanale di Gabriele Moretti
Due giorni fa, Rafael Nadal ha annunciato, attraversi un video sul suo profilo Instagram, il proprio ritiro dal tennis professionistico. A poco più di due anni di distanza da Federer, il secondo dei Big Three lascia per sempre e, come era stato per il primo, l’annuncio del suo ritiro era atteso ormai da mesi - o addirittura da anni. Avrei voluto scrivere personalmente un omaggio a un uomo che ha segnato in maniera indelebile la storia di uno sport - e dello sport in genere - ma non ne sono stato in grado, non a sufficienza. Preso atto della mia ignoranza, ho pensato di omaggiarlo citando uno degli scritti migliori che abbia letto su Rafa Nadal, sulla sua essenza di campione forgiato dalla fatica e dal dolore, sulla sua carriera-martirio che si chiuderà definitivamente a novembre con la Coppa Davis a Malaga, ma che per molti era già terminata de facto oltre un anno fa. L’articolo di Michele Cecere, infatti, è stato pubblicato su sportellate.it il 22 maggio 2023, ma resta perfettamente attuale.
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Carlos Moyá è rilassato, tiene le mani dietro la schiena. Indossa gli occhiali da sole e, anche se non si scorge il suo sguardo, ogni tanto si lascia andare a un sorriso timido, di circostanza. È il ruolo dell'allenatore: mostrarsi rassicurante, lucido, distaccato. Questa volta però non serve a niente. Rafael Nadal si accascia sulle ginocchia e per una manciata di secondi il tempo si cristallizza. Rimane immobile, la faccia che punta al suolo, i piedi tenuti troppo vicini come se il suo corpo fosse dominato da un raptus di goffaggine. Gli si avvicina un giovane uomo – non possiamo sapere chi – e forse gli chiede come va. Nadal racimola l'ultimo afflato di energia che può attingere dalla propria carne consumata. Si porta le mani sulle anche e scuote la testa.
È passato un anno dalla vittoria del ventiduesimo Slam, il Roland Garros più insperato. A ogni partita di quel torneo Nadal aveva combattuto faustianamente contro il suo piede sinistro, afflitto dalla congenita sindrome di Müller-Weiss. Nadal aveva accettato un patto col demonio: giocava grazie a iniezioni che gli addormentavano i nervi del piede, così da anestetizzare il dolore. Quanto sarebbe durato quel martirio? Ancora prima, a Roma, era stato sconfitto da Shapovalov agli ottavi. Nadal zoppicava nei cambi di campo, lacerato dalla sofferenza. Più che la sublimazione di una carriera infinita, quindi, il 14esimo Roland Garros era stato l'epitome del sacrificio religioso di Nadal per poter giocare ancora a tennis. O almeno è così che lo ricordiamo oggi.
È passato solo un anno da quel fugace momento di felicità – «non avrei mai pensato di trovarmi qui» aveva detto dopo la finale – ma per Nadal dev'essere passata una vita intera. Il video è crudele. A Manacor, dove Nadal ha costruito la sua Academy, il sole picchia sui campi da tennis. Sono i primi giorni di maggio e l'aria è balneare, auspicio di un'estate che sta già bussando. Dopo le smorfie che restituiscono l'idea della sua difficoltà ad avere anche solo a che fare col suo stesso corpo, Nadal interrompe l'allenamento. Mancavano quindici giorni al Roland Garros e Nadal si manteneva in piedi a stento. L'annuncio ufficiale della sua assenza da Parigi arriva pochi giorni dopo, in una conferenza breve e concisa. Nadal è sempre stato un diplomatico del tennis, il più incline a inviare messaggi ai suoi tifosi come un imperatore annoiato. Eppure man mano che la conferenza prosegue la tranquillità sparisce dalla prossemica di Nadal. Il volto si inscurisce, inarca un sopracciglio quando parla del problema all'ileopsoas – un muscolo dell'anca – che patisce da gennaio 2023.
Lo avrebbe dovuto tenere fuori dalle quattro alle sei settimane, e invece sono passati sei mesi. In questo periodo Nadal si è mostrato pochissimo, e ogni volta lo abbiamo ritrovato più corrucciato. A volte Nadal assomiglia a un fantasma che si accorge di essere morto. I limiti del corpo da scalare sono finiti?
Che qualcosa non andasse nel suo fisico lo avevamo capito già verso la metà del 2022. Nadal si era ritrovato in una condizione impronosticabile a inizio stagione. La sua forma continuava a essere precaria, ma aveva vinto i primi due Slam dell'anno. Il primo era arrivato in Australia contro Daniil Medvedev al quinto set, in una battaglia tattica durata più di cinque ore. Contro un tennista di 25 anni, era stato ancora lui, il vecchietto sulla soglia del ritiro, a dare lezioni di etica. «A fine partita gli ho chiesto: ma non sei stanco?» aveva provato a sdrammatizzare Medvdev, che era andato in vantaggio di due set a zero.
Nadal era stato fermo sei mesi e nessuno si sarebbe aspettato un ritorno del genere. Aveva rischiato di perdere già contro Shapovalov ai quarti, il suo tennis era solido ma spuntato della sua solita efferatezza. Con Moyà aveva deciso di lavorare la prima di servizio, inspessendo quel fondamentale per limitare gli scambi. Il più grande tennista su terra, quello che godeva a sfinire gli avversari con scambi che parevano non finire mai, adesso aveva introdotto persino il serve and volley per accorciare il gioco.
Per vincere a Nadal era servito aggirare ancora i limiti dell'immanenza corporea. In finale il suo classico dritto uncinato, eseguito arpionando la pallina quando quella sembrava già scappata, era ammantato di una goccia di splendore unica. Lo aveva provato poche volte, come se anche i suoi vecchi colpi fossero troppo usuranti per questa versione nichilista. Rafa Nadal come ultimo filosofo stoico, quindi. Esponente di una disciplina inumana, che lo mette ogni giorno di fronte alla sua finitudine. C'è un solo modo in cui Nadal ha vinto durante tutta la carriera e riguarda la ferocia mentale.
Guardate come Nadal vince i punti importanti del quinto set. Non può più correre come un cavallo pazzo da un angolo all'altro e perciò aumenta il controllo cerebrale sugli scambi. Nella partita Medvedev avrà toccato anche picchi superiori, ma non ha potuto evitare la sconfitta contro un tennis così spirituale come quello di Nadal. Un tennis che non lo abbandona mai, che lo mette continuamente davanti all'atroce consunzione del suo fisico.
La stagione di Nadal era continuata con la vittoria di Acapulco – dove era tornato a battere Medvedev, stavolta in semifinale – e anche a Indian Wells nessun altro tennista pareva intralciarlo. Si è iniziato a discutere della veridicità dei suoi infortuni, qualcuno ha avanzato l'ipotesi che fingesse. Come poteva un giocatore così logoro non avere rivali? Poi c'è stata la finale di IW contro Taylor Fritz e forse è lì che abbiamo capito quanto il tennis di Nadal si reggesse su un filo invisibile. In semifinale aveva vinto la battaglia per l'usurpazione contro Carlos Alcaraz in mezzo a una tempesta di vento da film western, ma il suo busto aveva ceduto a quei ritmi. Nadal aveva deciso di non ritirarsi e ha giocato comunque la finale, poi persa, contro Fritz con uno strappo ai pettorali: «Ho provato a fare del mio meglio, ma oggi non era possibile. Complimenti a Taylor, ha giocato bene».
Per scrivere questo pezzo ho deciso di parlare con un mio amico, appassionato di tennis e tifoso di Nadal più o meno da sempre. Quando gli ho chiesto come stia vivendo questo momento difficile, in cui quei problemi fisici si sono cronicizzati in una fragilità imbarazzante, lui mi ha risposto: «So che è una parola abusata, ma non riesco a non dire che quella di Nadal è una prova di resilienza insensata. Non c'è modo di razionalizzare tutta questa sofferenza». E in fondo è vera questa immagine di Rafa Nadal, capace di piegarsi di fronte al proprio corpo senza soccombere e tornare sempre più agguerrito.
Ci siamo abituati ad atleti che restituiscono l'idea platonica di perfezione fisica. Come pubblico, siamo i primi a spaventarci di fronte alle loro debolezze. Pretendiamo l'assoluto e se non lo riceviamo andiamo nel panico. È servito lo sfogo di Giannis Antetokounmpo per arrivare a parlare del topos del fallimento sportivo. Nel tennis questa retorica raggiunge se possibile picchi ulteriori. Ogni partita è una battaglia solitaria, una "boxe senza contatto" per citare Andre Agassi. In un contesto simile, la capacità di performare fisicamente, di avere un corpo perfetto, è essenziale. Come disse una volta il medico Ferdie Pacheco di Muhammad Ali: «Se mi avessero chiesto il più forte esemplare di essere umano, gli avrei portato Muhammad. Il suo corpo era perfetto: se aveva un raffreddore, guariva in un giorno».
Rafael Nadal è sempre stato imperfetto. A 19 anni era chiaro che la bio-meccanica dei suoi colpi – famelici, rabbiosi, intensi oltre l'umano – gli avrebbe distrutto le ginocchia, e così è stato. Nel 2012 è andato vicino al ritiro dopo la lesione alla rotula. Il suo sponsor tecnico, Nike, ha dovuto costruire una scarpa ad hoc per il suo piede. Se oggi Nadal è il tennista più vincente di sempre insieme a Novak Djokovic è per un glitch della realtà. Non sarebbe dovuta andare così: per giocare a tennis a quei livelli, Nadal ha vissuto come se il suo percorso sportivo fosse una Via Crucis interminabile.
Prima dei quarti di finale del Roland Garros 2022, Rafa Nadal era stato laconico: «Può essere la mia ultima partita». Eravamo pronti a salutarlo, estasiati da un ultimo epico scontro con Djokovic. Lui però aveva comandato gli scambi fin dal primo game, prosciugando tutta l'aura funebre che aveva circondato il Philippe Chatrier. La scenografia della terra rossa, condita dai grugniti di Nadal, i polsini che gli sembravano scoppiare su braccia sempre più grosse, accentuava la nascita del mito. Era una partita di tennis o la processione del dolore?
Certo questo ruolo di martire non gli è mai andato giù. Nel 2018 si era lamentato con gli organizzatori delle superfici troppo dure. «Ci sono troppi infortuni, non so cosa ci capiterà se continuiamo così» disse Rafa. «C'è una vita oltre al tennis». Eppure è strano sentirlo dire a lui, considerato da molti il più grande agonista di sempre. Un atleta inimitabile nei risultati, eppure fragile come lo è ognuno di noi.
Spesso si parla della disumanità di Rafa Nadal, della sua capacità di trovare energie inesauribili. Come se fosse il protagonista di un anime, la sua forza spirituale aumenta nei momenti decisivi. Allo stesso tempo, nell'ultimo anno i tifosi si sono sentiti legati a lui come a un parente stretto. Il legame empatico con il suo dolore è stato irripetibile. A luglio si è ritirato da Wimbledon per una lesione addominale prima della semifinale contro Kyrgios. Nei quarti contro Fritz aveva giocato in trincea; ogni servizio era un urlo strozzato, una passione irrefrenabile. Nadal non riusciva a mettere in campo una prima, ma ha vinto al quinto set. L'hanno accusato ancora di fingere, anche se – stando a ciò che ha raccontato Marca – la lesione era profonda 7 millimetri.
Poi a ottobre c'è stato il ritiro di Federer. A fine partita Nadal è scoppiato in lacrime, inconsolabile come se una parte di lui se ne fosse andata per sempre. Ha abbracciato Federer, e nel momento più difficile si sono tenuti per mano. Il Fedal come ultima corrispondenza amorosa possibile nel tennis. Era questa emotività che nascondeva, Nadal, sotto quella patina guerriera.Forse conoscevo già la risposta, ma ho chiesto lo stesso al mio amico se si aspettasse qualcosa dal futuro di Nadal nel tennis a parte il ritiro. «No, ho deciso di mollarlo. Per me è finito tutto al Roland Garros dell'anno scorso» mi ha detto. Mentre lo ascoltavo parlare ho pensato alla commozione con cui i tifosi hanno salutato Federer, ho pensato che forse non è giusto che Nadal possa non ottenere un tributo simile. Il mio amico ha continuato: «Il mio cuore non seguiva la sua sofferenza».
Racconteremo a lungo di Rafa Nadal, del suo essersi rivelato – dopo tutto – effimero come tutti gli esseri umani. Ed è stato ancora più speciale vederlo combattere contro la sua stessa natura per protrarre la sua eccezionalità il più a lungo possibile. Oggi rischia di uscire dalla top 500, non sappiamo se e quando tornerà a giocare a tennis. Anche se dovesse tornare in campo, cambierebbe qualcosa?
Rafael Nadal è stato il contrario della divinità di cui era avvolto Federer. Con il tempo si è avvicinato a quella parabola metafisica, regalandoci il suo talento più essenziale. Guardarlo giocare non è stata un'esperienza bella in sé. È stata una lezione morale, intima, umana, da cui siamo partiti per riflettere su noi stessi. Nadal ha incarnato il senso del tennis nella sua profonda natura psicologica. Ci ha ricordato che lo sport può alleggerire l'esistenza, renderla più accettabile di fronte al dolore. E ci ha comunicato tutte queste cose rimanendo se stesso, anche quando lo abbiamo ritrovato senza energie per terminare l'allenamento.
Nadal non avrebbe potuto fare di più.
Sport e numerologia con Alessandro Ginelli.
14 - Come i Titoli del Roland Garros conquistati in carriera da Rafa Nadal, che in settimana ci ha spezzato il cuore annunciando il suo ritiro dal tennis professionistico. Il dominio esercitato da Nadal sulla terra rossa parigina è, nell’opinione di chi scrive, la più epica leggenda sportiva della storia ed è quindi doveroso il numero 1 di questa rubrica.
37 - Come i km di fuga solitaria con cui Tadej Pogaçar ha fatto suo anche il Giro dell’Emilia. In un 2024 in cui i trofei lo sloveno non sa più nemmeno dove metterli, questa è sicuramente una di quelle vittorie “dimenticabili” ma per questo assume ancora più valore nell’esprimere il cannibalismo (termine non casuale) di questo autentico fenomeno.
38 - I minuti di calcio-spettacolo che l’Italia ha espresso nella partita di Nations League contro il Belgio. Un 2-0 senza storia con i “Diavoli Rossi” decisamente spento e privo di idee. Poi l’espulsione di Lorenzo Pellegrini (a cui vorremmo consigliare un giretto a Lourdes) e un calcio che in 10 non si riesce più ad esprimere sugli stessi livelli.
18 - Come gli anni compiuti lo scorso 25 agosto da Andrea Kimi Antonelli, il futuro dell’Italia in F1. In settimana Toto Wolff ha difeso la scelta del pilota italiano con uno spirito che fa capire molto bene quanto Mercedes abbia investito nel talento del bolognese. Per tutti noi un altro grande motivo di interesse.
28.6 - In milioni di euro il valore di Deniz Undav, centravanti dello Stoccarda che in una Germania dal talento altalenante si sta prendendo la scena in maniera importante e anche nella ultima partita di Nations League ha segnato una doppietta nei primi 45 minuti. Per i tedeschi i tempi della grande scelta offensiva sembrano essere finiti, ma la working class ha tanta fame.
Matteo Orlandi ha 5 opinioni su tutto.
Rafa Nadal si è ritirato e lo ha fatto senza censure. Abbiamo visto tutto alla luce del sole. Pochi sport quanto il tennis d’altronde costringono lo sportivo a mostrarsi nudo davanti agli spettatori, davanti all’arbitro, davanti all’avversario. Non ci si può nascondere in campo, non ci sono compagni cui passare la palla, non c’è un cronometro da far scorrere. Esiste una pallina che volteggia costantemente nell’aria e la necessità di colpirla a ripetizione per una, due, tre ore, contro un avversario dalla parte opposta delle rete che pensa solo a batterti. Non ci sono nascondigli. Nadal è arrivato a mostrare tutte le crepe del suo ritiro, dosando le apparizioni ma senza vergognarsi di mostrare al mondo la sua condizione di essere umano lontano dal super uomo che fu. Un ritiro lungo e crepuscolare ma coerente con la sua figura di sportivo leggendario e che fa da perfetta appendice alla serata indimenticabile della Laver Cup 2023, forse il momento cui tra venti anni tutti ricorderemo come il momento del ritiro, congiunto, di Roger e Rafa. Cinque parole per Rafa.
Lavoro
Nadal è prima di ogni cosa un infaticabile lavoratore. Un paziente artigiano del tennis, come forse nessuno prima e dopo di lui. Le sue strabilianti doti fisiche gli hanno permesso di coltivare e conservare un corpo pronto ad alzare l’asticella tecnica ogni giorno, costreuendo pezzo dopo pezzo un atleta in costante miglioramento, fino alle fasi conclusive della sua carriera incredibile. I colpi di coda del suo stupendo 2022 lo dimostrano sopra ogni altra cosa. Lavorare, lavorare e lavorare.
Ineluttabile
L’ineluttabilità su terra di Rafa Nadal è diventata proverbiale, un po’ come il gol in zona Cesarini. Ci sono state intere stagioni in cui sembrava quasi offensivo, inutile, immaginare di scendere in campo su terra contro Nadal pensando di competere per la vittoria. Nel 2010, ad esempio, ha vinto tutte, tutte le partite di tutti, tutti i tornei su terra, perdendo solo due set. Vi vengono in mente altri sportivi capaci di risucchiare in maniera tanto violenta la competizione nel proprio campo, per così tanto tempo?
Roger Federer
Giovedì Federer ha pubblicato su Instagram la foto della premiazione della memorabile finale di Wimbledon 2008, la sconfitta più dolorosa della carriera dello svizzero. Togliere a sè stesso per restituire all’avversario, una dimostrazione chiarissima del legame fraterno e indissolubile tra i due. Una rivalità uscita dai confini dello sport per entrare dentro l’epica del racconto umano, con due esseri umani capaci di completarsi, migliorarsi e alla fine arrivare quasi a coalizzarsi per battere, quanto meno mediaticamente, un terzo incomodo molto, molto scomodo.
Rosso
Se ogni essere umano è associato ad un colore, il colore di Nadal è indiscutibilmente il rosso. Il rosso della terra appiccicata come polvere sui pantaloncini e sulle ginocchia sbucciate, il rosso della Spagna adorata e con cui chiuderà la carriera in Coppa Davis, il rosso della bandiera del torero contro gli avversari.
Ispirazione
Nadal ha ispirato una generazione di sportivi. Lontano sia dai manierismi di Federer che dalla brutalità di Djokovic, Nadal forse più di ogni sportivo della nostra epoca ha rappresentato un modello da seguire, un’icona per chiunque prenda una racchetta in mano. Tutto era straordinario in lui, eppure tutto sembrava figlio di qualcosa di naturale, il richiamo verso una voce ancestrale che ogni essere umano sente. Nessuno di noi sarebbe potuto diventare Rafa Nadal, eppure se lui fosse nato al nostro posto, sarebbe diventato lo stesso Rafa Nadal.
I momenti più imbarazzanti della settimana secondo Leonardo Salvato.
Thiago Motta, da quando è arrivato alla Juventus, è sembrato uno stregone chino sul suo calderone per preparare la migliore pozione possibile: attento a dosare bene gli ingredienti, a cambiarli, a mescolarli tra loro per vedere un po' come va. L'unico al quale non ha praticamente mai rinunciato è Dusan Vlahovic, il bomber, l'architrave su cui costruire la sua Juventus: sempre in campo, con la pioggia o con il sole, in salute e in malattia, persino quando qualche critica cominciava a piovere sul numero 9. Il serbo ha saputo rispondere presente: due doppiette consecutive e decisive contro Genoa e Lipsia e un gol anche contro il Cagliari, prima che arrivasse il minuto 77...
Il pallone è semplicemente troppo ghiotto, l'occasione troppo limpida affinché quel pallone non finisca in fondo alla rete, eppure viviamo nell'unico universo dei 14 milioni 605 mila possibili in cui quel pallone è finito fuori dallo specchio.
Ah, la Serie B, il campionato degli italiani...
Se c'è un ruolo che rappresenti nel mondo la scuola italiana di calcio, quello non è sicuramente quello del centravanti, ma certamente quello del portiere: Buffon, Zoff e Donnarumma su tutti, ma anche Zenga, Pagliuca, Peruzzi, Albertosi e chi più ne ha più ne metta. E poi c'è Festa, del Mantova: uno che quando era alla scuola dei portieri, probabilmente stava quasi sempre in bagno a fumare di nascosto. Troppo severi? Forse sì: facile prendersela con Festa, quando poi in un martedì di ottobre londinese il primo della classe se ne esce così...
Nel 1499 Amerigo Vespucci, in uno dei suoi viaggi verso il nuovo continente che prende il suo nome, si avventura in una baia paludosa in cui i villaggi erano costituiti da palafitte in legno sul pelo dell'acqua. Preso dalla nostalgia di casa, l'esploratore italiano denominò quella terra "Venezuola", ovvero piccola Venezia. Cinquecentoventicinque anni dopo, in occasione della gara valida per le qualificazioni ai mondiali 2026, in occasione della gara tra i padroni di casa e la capolista Argentina, curiosamente scelgono proprio di giocare lì, in quella palude: sembra un'esagerazione, eppure guardare per credere: il campo ha assunto le sembianze di un acquitrino, e non di rado il pallone resta impantanato lì, nel fango, con i calciatori che provano ad andare in conduzione ma, sostanzialmente, ci vanno da soli. Uno spettacolo desolante, ma anche decisamente comico: non di rado ai cronisti della gara scappa più di una risata nel vedere lo spettacolo.
Libri, film, articoli, serie TV e altro suggeriti da Lorenzo Lari
Thiago Motta, la Juve e il coraggio di cambiare [ARTICOLO]:
Quando Alex Campanelli scrive di Juventus si può solo studiare e prendere appunti. L'articolo racconta in maniera dettagliata della rivoluzione che Thiago Motta ed il suo staff stanno apportando alla causa bianconera. Rivoluzione tecnica e mentale: la Vecchia Signora sta passando da una concezione puramente fatalista di intendere il calcio, le partite ed i campionati, al volere tornare ad essere 100% padrona del proprio destino. Nel bene (vedi le due partite disputate finora in Champions) e nel male (vedi partita in casa con il Cagliari) che sia. Da leggere senza alcun tipo di preconcetto e pregiudizio.
Il giardiniere di Wimbledon [LIBRO]:
Piccola, ma fondamentale premessa: se volete approcciarvi al suddetto romanzo in quanto fanatici di tennis, Sinner, Wimbledon o Federer, rimarrete delusi. Wimbledon e il tennis, infatti, fanno solo da cornice ad una storia d'amore con protagonista Henry Evans, per cinquant'anni il giardiniere del prato più famoso del mondo, patrimonio nazionale della Gran Bretagna, per l'appunto Wimbledon. Le vicende sono raccontate con grazia ed eleganza, come quelle che si addicono alla fama dell'All England Lawn Tennis and Croquet Club. Non siamo certo di fronte ad un racconto rivoluzionario, ma ad un romanzo carino e scritto bene, perfetto da mettere in valigia per viaggi e vacanze.
Sound of Metal [FILM]:
Nell'ultima settimana ho recuperato due film su Amazon Prime. "Challengers" di Luca Guadagnino e "Sound of Metal" di Darius Marder. Due film che non hanno nulla da condividere, se non fosse per l'importanza che in entrambe le pellicole viene data alla parte sonora. Se Challengers però mi ha convinto a metà, Sound of Metal - che narra le vicende di Ruben, batterista per cui il suono è tutto e che finirà per perdere progressivamente l'udito - è un bel pugno nello stomaco, in cui il regista, lavorando per sottrazione, ci restituisce in maniera piuttosto credibile le problematiche di chi convive con la sordità, portando lo spettatore ad enfatizzare con il protagonista. Un ottimo film per una tranquilla serata autunnale.
La foto più bella della settimana secondo la redazione di Catenaccio
Milwaukee, Wisconsin (USA) - 2 ottobre 2024
Pete Alonso dei New York Mets spezza la mazza battendo nel settimo inning di gara 2 delle wild card di National League contro i Milwaukee Brewers.
(Morry Gash / AP Presse)

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