Ciao, prima di iniziare a leggere, ti ricordo che oggi e domani sono gli ultimi due giorni per poter sottoscrivere un abbonamento annuale a 40 euro anziché 60, ovvero circa 3 euro al mese.
Volevo anche ricordarti di sottoscrivere, se già non lo hai fatto, il referendum per portare l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole.
Ti chiedo anche la cortesia di farlo girare il più possibile.
E adesso iniziamo.
Posso dire con una triste certezza e per esperienza diretta che, quando tutti (tranne Il Dubbio) i quotidiani di un paese ti prendono di mira, accusandoti di cose mai verificate e demolendo la tua persona, il tuo privato e il tuo lavoro, il primo pensiero che ti passa per la testa è quello del suicidio.
Quando otto anni di mie chat private non inerenti a un’indagine in corso sono state spiattellate sui quotidiani e fatte girare dentro e fuori da ogni redazione, mentre articoli su articoli si accanivano sulla mia persona, la mia preparazione e quella delle due donne che condividevano con me quell’attacco demolitore, ho pensato seriamente, almeno un paio di volte, di ammazzarmi.
Non mi risulta quindi anomala la brutale fine che ha avuto la vicenda che ha travolto Jason Arday, professore di sociologia di Cambridge che si è tolto la vita dopo accuse di plagio ancora non verificate: quando la stampa diventa tribunale, armando centinaia di migliaia di mani e voci in tutto il paese, autorizzando di fatto al pubblico linciaggio, è difficile se non impossibile uscirne indenni.
Arday, classe 1985, è stato un sociologo britannico nonché il più giovane professore nero e neurodivergente nella storia dell’ateneo di Cambridge. Nominato nel 2023, Arday con il suo lavoro era diventato molto presto un esempio virtuoso delle politiche di diversità, equità e inclusione (le famose DEI). Eppure, dopo le accuse di plagio che gli sono state fatte negli ultimi mesi, il suo lavoro e il suo ruolo sono stati spazzati via e distrutti, con incredibile tigna, dalla stampa britannica. Stampa di ogni colore e credo politico, che però ha fatto il lavoro delle destre inglesi, finendo per avviare una caccia alle streghe piuttosto gratuita che ha portato prima alle dimissioni di Arday da Cambridge, poi al suo suicidio.
Il primo accusatore di Arday è stato Nathan Cofnas, docente ed ex professore di Cambridge, allontanato dall’ateneo nel 2024 per i suoi studi e gli articoli deliranti che volevano dimostrare quanto le persone nere fossero meno intelligenti di quelle bianche.
Fervente sostenitore dell’eugenetica (tanto cara ai nazisti), Cofnas si èscagliato sui social contro Arday, accusandolo di plagio riguardo alla sua vecchia tesi di dottorato.
Nella tesi in questione, alcuni passaggi sarebbero stati ripresi in modo letterale da altri lavori.
Arday non ha negato la possibilità di aver svolto un lavoro maldestro e poco professionale negli anni addietro, anzi: ha chiesto scusa, additando gli errori metodologici alla poca esperienza del tempo. Ma questo non è bastato a Cofnas, che ha aizzato la stampa investigativa, chiedendo ai quotidiani di approfondire la questione, nonostante Arday avesse già confermato che quelli sottolineati da Cofnas fossero errori formali e metodologici commessi nelle prime fasi della sua carriera.
Ma la questione non si è affatto conclusa lì, e tantomeno è rimasta una questione di carattere lavorativo tra Cambridge e Arday, come ovviamente avrebbe dovuto essere. La vicenda è passata ai media, che hanno poi strumentalizzato e ingigantito la questione, trasformandola in un attacco sproporzionato volto a demolire la figura pubblica del professore.
In 22 giorni sono stati 249 gli articoli dei media britannici su Arday. 188 di questi sono stati pubblicati dopo le sue dimissioni da Cambridge, avvenute per lo spropositato clamore mediatico che questa storia stava acquisendo. Tra i quotidiani e le piattaforme mediatiche che più hanno bersagliato Arday troviamoil Telegraph, il Sunday Times, il Guardian, il Daily Mail e la BBC.
Gli articoli, che si sono susseguiti in modo compulsivo, tra indagini maldestre, gossip, beceri sentito dire e accuse gravissime prive di fondamento, erano volti a screditare, diffamare e ridicolizzare la figura di Arday. I media sono infatti andati a scavare nel suo privato, in ambiti assolutamente ininfluenti e non interessanti, per umiliarlo pubblicamente: un accanimento feroce che è diventato una vera e propria accusa alla cultura woke, al “politicamente corretto”, alle quote riservate alle minoranze etniche che non terrebbero di conto la meritocrazia e altre, incredibili puttanate.
Certo, Cambridge avrebbe dovuto forse verificare meglio alcuni curricula, ma l’aspetto mediatico della vicenda ha sicuramente travalicato ogni principio di deontologia dell’informazione.
Un po’ come avvenne per la signora Pedretti, la cui copertura mediatica per una cazzo di recensione - falsa o vera che fosse - fu maggiore di quella che la stampa italiana ha avuto per gli Epstein files.
Travolgere il privato di una persona, demolirla, ridicolizzarla, distruggerne la reputazione e il lavoro basandosi sul nulla, è un iter che la stampa contemporanea ama fare sempre più spesso, in nome dei click e in nome di uno spirito politico ben preciso, ovvero quello di intimidire per poi allontanare le voci di attivisti, intellettuali, giornalisti, difensori dei diritti umani dal dibattito pubblico.
Cancellare chi viene accusato di cancel culture è la specialità di questa stampa fascistella (pun intended, non me ne vogliate), che non vede l’ora di far marcire le figure indipendenti e brillanti, quelle coraggiose (vedi Ranucci), quelle pure e forse fragili (vedi Pedretti) o quelle che incarnano il cambiamento e l’inclusione (vedi Arday).
Nella vicenda inglese è poi innegabile la forte, enorme influenza del razzismo in questo attacco coordinato e feroce, che ha creato i presupposti per una rapida diffusione della diffamazione. Lo stesso trattamento di gogna pubblica non è infatti mai stato riservato a nessun docente bianco accusato di plagio. Neppure a quelli accusati di stupro. E perfino a coloro che erano vicini al sopracitato circuito di Epstein. Ma un docente neurodivergente e nero, con risultati accademici strabilianti, doveva per forza nascondere del marcio. E se questo marcio non esisteva, andava creato, tanto tutti credono alle accuse contro esponenti delle categorie marginalizzate.
Nessuno però crede alle accuse verso uomini bianchi prestigiosi, neppure quando vengono condannati. Il doppio standard è evidente, mi viene da dire. E lo vedo anche io stessa, con la protezione che si dà agli intellettuali uomini e quella che è stata riservata al mio privato decontestualizzato prima e spiattellato poi sui giornali.
Arday si è tolto la vita il 14 agosto scorso, nella sua casa londinese. Non ha retto alla pressione di questo linciaggio mediatico nei suoi confronti. Non ha retto al peso dell’ingiustizia di quella gogna, che non aveva senso di esistere: l’unico ambito in cui le indagini andavano semmai svolte, era quello accademico. E se proprio i media avessero voluto indagare, non è di certo in quel modo che andava fatto.
Ma queste campagne d’odio svolte e portate avanti dal Quarto potere hanno, ribadisco, uno scopo preciso: silenziare le voci prese di mira, renderle esempi per il prossimo che volesse seguire le stesse orme, disincentivando istituzioni e singoli a replicare certe scelte.
Nel frattempo, chi viene preso di mira vive un’esistenza atroce, braccato nella solitudine della propria casa, con il cervello che non si spegne mai, consumando ogni energia per sopravvivere a una violenza inaudita, senza via di fuga: quando i giornali si scatenano, autorizzano indirettamente la furia di orde di sconosciuti che inizieranno, ve lo garantisco, a insultare le vittime di questi attacchi mediatici digitalmente e fisicamente, per strada, al supermercato, dal benzinaio, al bar al mattino.
La vita diventa quindi una pena ai domiciliari mai voluta, mai necessaria, per reati che non si sono mai commessi e che sicuramente non stava ai media giudicare.
Arday si è trovato nudo davanti all’Inghilterra senza bene capire come o perché.
Il suo passato, la sua vita intima, il suo privato sono stati spiattellati a chiunque, in modo compulsivo, per settimane.
Fino a quando non ha retto più e ha scelto di morire piuttosto che sopportare quella tortura, perché di tortura si tratta.
La deontologia professionale è la grande assente del giornalismo contemporaneo. Chiunque, chiunque di noi, di voi che leggete, può trovarsi vittima di questo sistema. E non tutti hanno la fortuna, perché di mera fortuna si tratta, di sopravvivere.
Arday non aveva fatto niente per meritare quella gogna mediatica, che era una vendetta privata da parte di un elemento che crede nella purezza della razza bianca. Anche se avesse copiato alcuni - pochi - passaggi della sua tesi di dottorato, non ci sarebbero stati i presupposti per una reazione di questo tipo.
Una persona, di nuovo, si è tolta la vita perché vittima di un attacco organizzato e portato avanti dai media.
Credo sia giunto il momento di fare una riflessione sugli strapoteri del Quarto potere, della sua letalità, della sua ferocia e dei suoi bias.
Perché Arday non sarà l’ultima vittima di questa cultura rozza e bestiale.
E questo lo sappiamo tutti.
Soprattutto certi giornalisti.

Comments
Nothing yet. Say the first thing.
Sign in to join the conversation.