Ci sono tre doverose premesse da fare, prima di iniziare con la narrazione degli eventi.
Questo pezzo tratta di autolesionismo e sofferenza psichica, se pensi che questi temi possano turbarti, considera di non proseguire nella lettura.
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Ti prego poi di non cercare immagini, fotogrammi o riprese di quella diretta di cui parla questo pezzo. Sono disturbanti e traumatizzanti ma soprattutto non è eticamente e moralmente giusto guardarle e condividerle. Tutelati e tutela gli altri, contribuendo a rendere il digitale uno spazio meno violento di quello che è.
Qualche sera fa a Miami è andato in onda un brutto episodio di sofferenza mentale decisamente grave.
Scrivo “andava in onda” perché purtroppo questa crisi è avvenuta in live su TikTok ed è andata avanti a lungo, senza che la piattaforma intervenisse per buttare giù la diretta e consentisse così a migliaia di persone di assistere a quelle tragiche scene.
Perez Hilton, influencer e proprietario della omonima piattaforma di gossip che ogni millennial ricorderà, ha avuto una crisi psicotica sul social network dei balletti e della skincare, dopo aver vissuto giorni complicati, in cui parlava (e forse straparlava) di Bibbia e Sacre Scritture (qui non posso fare a meno di pensare a cosa sarebbe successo nella politica USA e nell’opinione pubblica se, al posto della Bibbia, il trigger per questa crisi fosse stato la lettura del Corano, ma andiamo oltre).
L’uomo infatti veniva da giorni in cui, dopo un ricovero per problemi fisici - cardiaci prima e sepsi poi - si era particolarmente avvicinato alla fede cattolica. Da tempo però Perez Hilton, il cui vero nome è Mario Armando Lavandeira Jr, parlava di redenzione e pentimento.
Se siete millennial, non vi sarà infatti difficile ricordare la violenza della sua penna e della sua lingua nei confronti delle vittime del suo blog. Se non lo siete, vi faccio un riassunto: nel periodo compreso tra il 2005 e il 2010, il suo sito è diventato un fenomeno mediatico globale facendo del bullismo digitale, della gogna pubblica e della ridicolizzazione delle celebrità il proprio marchio di fabbrica. Perez Hilton scattava o acquistava foto di paparazzi per poi scarabocchiarci sopra insulti, disegni osceni o illazioni (spesso addirittura facendo outing o prendendo in giro tossicodipendenze e problemi di salute mentale). Era forse l’esponente più cinico e spietato del trainwreck journalism di cui scrivevo in questo pezzo.
Certo, i tempi erano differenti: a inizio Duemila la sofferenza dei VIP e il loro crollo facevano notizia e business e la stampa e i blogger erano spietati (anche da noi, mica solo in America).
Ogni debolezza o difetto di qualcuno sotto ai riflettori diventava occasione ghiotta per la pubblica lapidazione e questo ha portato a eventi piuttosto “iconici” per la pop culture come la crisi di Britney Spears nel 2007, la caduta di Amy Winehouse negli stessi anni, i problemi psichiatrici di Amanda Bynes, le dipendenze di Lindsay Lohan.
Questo tipo di giornalismo e di blogging non avrebbe avuto tutto il successo che aveva senza milioni di persone che se ne nutrivano e lo condividevano ogni giorno e questa immensa, inarrestabile partecipazione alla persecuzione mediatica quotidiana, alla privazione di privacy e alla gogna pubblica hanno amplificato e spesso innescato il crollo psicotico di persone già vulnerabili.
Dal 2015 in poi però, Hilton ha deciso di redimersi e chiedere scusa per tutto ciò che aveva contribuito a fare negli anni, cercando di approcciare la materia del gossip con più delicatezza e rispetto, facendo ammenda più volte e focalizzandosi sulla sua figura di padre di una numerosa famiglia omogenitoriale.
Queste scuse, reiterate, sono state da molti sempre messe in dubbio, accusando il blogger di paraculaggine e poca sincerità. Certo, non ci è dato saperlo, ma trovo che Hilton sia stato l’unico di quegli anni così famelici e violenti a cospargersi il capo di cenere, e questo non va ignorato nonostante mi faccia vomitare, oggi come allora, quel tipo di comunicazione priva di tutele.
Anche perché insomma: io quel tipo di “giornalismo” l’ho subito e non è scontato sopravviverne, ve lo posso assicurare.
La percezione che il pubblico aveva fino a qualche giorno fa di Perez Hilton era dunque ambivalente: chi apprezzava questo nuovo approccio empatico e chi invece lo voleva vedere morto a causa del male che aveva fatto nei primi dieci del Duemila. E questa ambivalenza si è fatta ancora più netta il primo di agosto, quando le cose per Perez Hilton e tutti coloro che stavano assistendo a quella diretta, sono inevitabilmente precipitate.
Durante la diretta, durata circa 35 minuti anche se la piattaforma dice sia stata “soltanto” di 15 (cosa non vera e facilmente smentibile da chiunque fosse online al momento dei fatti), Hilton è apparso in uno stato gravemente alterato, nudo e in preda a una forte agitazione maniacale, intento a riprendersi mentre compiva atti di autolesionismo e automutilazione su tutto il suo corpo con un coltello da cucina, davanti alle migliaia di spettatori collegati. Le numerose segnalazioni alla piattaforma da parte degli spettatori ricevevano come risposta che quella live non violasse i termini e le condizioni di TikTok, facendone così proseguire la durata. Molte persone connesse in quel momento hanno contattato la polizia di Miami, che è arrivata presso la sua abitazione con un’ambulanza mentre la diretta stava ancora andando in onda. Hilton è quindi stato soccorso dal personale sanitario e ricoverato in ospedale per ricevere assistenza medica e psichiatrica.
I suoi rappresentanti e la famiglia hanno poi confermato il ricovero in psichiatria e chiesto rispetto per la sua privacy.
E qui si devono affrontare, a mio avviso, due temi che sono stati subito fonte di dibattito.
Il primo è indubbiamente la responsabilità della piattaforma.
Tik Tok ha infatti detto a Wired US tramite un suo portavoce, che alla base della durata inspiegabile e senza censure della diretta in cui Perez Hilton si automutilava ci sarebbe un errore di moderazione.
Questo errore, dovuto dunque, secondo quanto afferma la piattaforma, a una mancata azione umana, avrebbe portato migliaia e migliaia di persone alla visione di scene estremamente disturbanti, intime, violente. Molte di queste si dicono traumatizzate e hanno avuto mancamenti e incubi dopo essere incappate in quelle immagini senza volerlo: non di rado è proprio la piattaforma a “spingere” le dirette in modo autonomo nei feed degli utenti.
TikTok però non ha una moderazione umana, ma algoritmica. E soprattutto, la diretta a detta di molte persone presenti fino all’arrivo dei soccorsi, sarebbe durata più del doppio del tempo dichiarato dalla piattaforma.
Non solo: non è la prima volta che su TikTok succede qualcosa di così cruento in live, che a questo punto sembra mancare di tutele, moderazione umana e soprattutto criteri di verifica efficaci per evitare - soprattutto al pubblico fragile di minori che compone lo zoccolo duro del social - di incappare in stream violenti.
Basti pensare al caso di Valeria Márquez, uccisa di femminicidio mentre era in live e si trovava in un salone di bellezza o Cesar Gastelum, ucciso da un sicario mentre il giovane trasmetteva in diretta sul social un contenuto all’esterno di un locale.
Oppure pensiamo a Mina Chan, che si è tolta la vita in live su TikTok e X trasmettendo da casa sua: la diretta non è stata bloccata, anche in quel caso, nonostante le centinaia di segnalazioni. Anche in Italia abbiamo avuto un caso simile: quello del cosplayer Vincent Plicchi, conosciuto come InquisitorGhost, che si è tolto la vita in live. Anche in questa vicenda, nonostante le segnalazioni, la diretta è andata avanti e i soccorsi non sono stati attivati per tempo.
Il problema dunque risiederebbe negli algoritmi ancora poco addestrati per riconoscere le trasmissioni in tempo reale, creando quindi un vuoto nella moderazione non di poco conto.
Questo vuoto di moderazione ha poi permesso in tutti questi episodi tragici che altri utenti registrassero le dirette per poi ricondividerne spezzoni, immagini e leak.
E questo è avvenuto anche nel caso di Perez Hilton: video della sua live sono in giro su siti e social e ormai è impossibile arginarne la condivisione.
Questo ha portato al secondo tema di dibattito che a mio avviso è ancora più inquietante perché ha a che fare con la percezione umana delle tragedie altrui.
Davanti alla diffusione di questi video che ritraggono Hilton in un momento di estrema, disturbante, disarmante, devastante fragilità e pericolo, una grossa fetta di pubblico ha reagito gioendo e farneticando su quanto il karma avesse finalmente fatto il suo giro inesorabile: se vent’anni fa era Hilton a ledere la privacy e a bullizzare gli altri in difficoltà, adesso sarebbe il nostro turno. E farlo con quelle immagini di una violenza così feroce, che non ha niente a che vedere con altri tipi di immagini che conosciamo o a cui eravamo abituati nei primi Duemila, pareggerebbe degli ipotetici conti in sospeso con il destino.
Questo esultare scomposto mi ha fatto molto riflettere sul significato travisato, occidentalizzato e macabro che abbiamo dato al concetto di Karma, trasformandolo più in una legge del taglione che in un circolo energetico e un concetto religioso e filosofico profondo.
E sono felice, mentre scrivo questo pezzo, di non essere l’unica ad averci riflettuto: anche Grazia Sambruna su X si interrogava due giorni fa proprio su come si possa considerare “karmico” un evento di questo tipo.
Nel linguaggio comune e nella cultura di massa, il termine è infatti stato riadattato e semplificato, assumendo un significato ben diverso da quello orientale: viene inteso come una forma di giustizia retributiva o contrappasso in vita che punisce qualcuno, mentre nella filosofia originale il karma è impersonale. Ma nella nostra cultura occidentale e consumistica, profondamente punitiva, abbiamo sostituito il karma con un’entità superiore giudicante e che castiga, quando in realtà il vero centro di questa disciplina starebbe nella ricerca di un nuovo equilibrio, rotto da una precedente azione: nessuno punisce, non c’è un “male non fare, paura non avere”, che è una frase che mi spaventa tantissimo e che leggo sempre più spesso in parecchi commenti sui social.
Il karma applicato al bisogno di vendetta non è più karma ma codice di Hammurabi e pensare che Perez Hilton si sia meritato un crollo psichiatrico che ha generato una tale reazione e sofferenza (che poi è diventata una catena di traumi per chiunque stesse partecipando a quella live) è semplicemente cattivo, violento, bestiale.
Mi sarei semmai augurata che Hilton venisse al tempo severamente multato o avesse perso il suo pubblico a causa di quel tipo di giornalismo del passato, ma questo non è successo perché sotto sotto a noi piace vedere il disastro in diretta. Dopotutto siamo quella stessa cosa lì, quelli che gioiscono e urlano che il karma ha fatto il suo corso quando qualcuno cade: e questo è esattamente ciò che Hilton scriveva quindici anni fa in quel blog di merda.
La prospettiva della rieducazione ci è così distante che non siamo in grado neanche di credere a una persona che si dice pentita, che si scusa, che per anni adotta un approccio differente al suo mestiere e alla sua vita.
E capiamoci: non giustifico e non perdono assolutamente ciò che Perez Hilton ha fatto in quel periodo di trainwreck journalism e bullismo mediatico. Ma accetto che possa averne preso le distanze: non siamo esseri statici, evolviamo o almeno, ci auguriamo che alla punizione segua una rieducazione.
Ma sempre più spesso vedo incitare alla vendetta, piuttosto che al ritrovo di un equilibrio, e assisto a vere e proprie godurie pubbliche di migliaia di persone anche davanti alla sofferenza più atroce che ci sia.
Gioire di un crollo psichiatrico di quelle dimensioni invocando il karma significa non capire minimamente la sofferenza mentale e la malattia. Significa fare esattamente come quel maledetto blog nel 2010, che gioiva di un eventuale tracollo di Britney Spears.
Considerare poi un episodio psicotico come una punizione divina fa regredire infinitamente il dibattito culturale appiattendo e cancellando la patologia clinica, riducendola a vendetta meritata.
Ritenere infine la sofferenza di un individuo una sorta di risarcimento per il male che ha compiuto in passato, finisce per legittimare gli stessi comportamenti di deumanizzazione che si intendeva condannare. E in questa deriva siamo sempre più simili alle macchine algoritmiche che agli esseri umani: consideriamo ogni caso come qualcosa di dovuto, di intrattenimento, di rivalsa. Qualcosa che serve a noi da consumare per sentirci migliori, mentre se avessimo uno specchio davanti ci accorgeremmo che il nostro riflesso è proprio quello di cui andare meno fieri.
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