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Carlo Martello · Jul 27, 2026

Volere tutto #29

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Carlo Martello · Carlo Martello

Ho visto due colleghi, giovani uomini sui trent’anni, che parlavano della nazionale di calcio italiana ripetendo le stesse banalità che sono su tutti i giornali, ovvero su internet. Dal momento che il contenuto della conversazione era noioso e scadente e siccome non riesco a non guardare le persone che mi sono intorno, senza nemmeno starci troppo a pensare li ho osservati per qualche secondo, forse un minuto, spostando lo sguardo di continuo e facendo finta di fare dell’altro col telefono. Quello di cui mi sono reso conto subito, appena ho ascoltato le prime parole su Pirlo, Guardiola e niente di quel che dicevano aveva davvero un significato, è che le loro facce, come erano vestiti, come si muovevano, come parlavano, al di là del contenuto, tutto di loro mi comunicava: questi potrebbero tranquillamente essere due stupratori. Mi va bene che sono quasi di sicuro eterosessuali, ma se fossi una donna e non fossimo in un luogo di lavoro frequentato da centinaia di persone, se fossimo in strada o a una festa o che so io, scapperei il prima possibile, senza correre, cercando di non farmi notare.

Sono sicuro che questi due tizi sono solo immensamente noiosi e io facile all’immaginazione; sono sicuro? In realtà no.

Il punto non sono loro due, che non so nemmeno chi siano, né come si chiamano. Il punto è che ragionevolmente potrebbero essere due che stuprano senza particolari rimpianti, né sensi di colpa, pronti al pentimento eventuale solo dopo l’altrettanto eventuale scoperta dello stupro. Cosa mi fa dire questo di due estranei che hanno la sola colpa verificata, al momento, di non saper conversare, di avere degli orribili tagli di capelli e due sguardi, uno ciascuno, poco intelligenti e per niente rassicuranti? E poi questa è solo la mia percezione. Magari altr* trovano le loro pettinature alla moda e i loro occhi profondi.

Sono autorizzato a pensare che, detta come l’ho pensata, “cazzo, ‘sti due c’hanno proprio la faccia da stupratori” e sono autorizzato a dirlo dal fatto che loro magari no, anzi, quasi sicuramente no, ma tantissimi altri ogni giorno sì.

Subito dopo ho fatto un altro pensiero, conseguente a questo appena espresso: io di due così non mi fido. Non sono in pericolo io, non corro il rischio di essere stuprato, ma due così sono pronti a tutto o meglio non sono pronti a niente, il loro campo è così ristretto al loro piccolo, particolarissimo interesse, che non avrebbero alcun problema a crearmi grane al lavoro se ci lavorassi insieme, non gli creerebbe alcun rimorso tradirmi se fossimo amici, troverebbero delle scuse se gli chiedessi aiuto o si girerebbero dall’altra parte. Ma allora perché, per quale pazzo, incosciente motivo dovrei frequentare persone così se posso evitarlo? Se sono costretto ad averci a che fare ( e in molti casi lo sono, come tutt*) lo farò con estrema circospezione, perché la percezione che ho è che persone così sono pronte a fottermi (uso questo verbo non a caso) anche per niente, anche per una casualità.
Allora è facile, davvero facile, capire perché le donne e qualunque persona non sia un maschio eterosessuale cerchino degli spazi in cui poter vivere qualche ora senza doversi muovere con circospezione o con paura vera e propria, senza la paranoia di dover subire violenza per nessun motivo che non sia di essere una persona diversa da un maschio eterosessuale (e anche qui, sappiamo bene che purtroppo l’omosessualità non è una garanzia, l’appartenenza politica non è una garanzia, niente è una garanzia).

Il problema del patriarcato è una cosa enorme, non esaurirò di certo io la sua descrizione qui. Tuttavia, tra i molteplici e deliranti guai che ha provocato e continua a provocare, uno è relativo proprio alla fiducia. Non è possibile fidarsi. E tutt* noi sappiamo, lo impariamo nelle nostre vite ogni giorno, che la fiducia non funziona a compartimenti, non la metti sotto vuoto, non riguarda mai un solo ambito; di una persona mi fido oppure no, quella persona difatti è affidabile oppure no. La stragrande maggioranza degli uomini, me compreso, viene considerata, non a torto, del tutto inaffidabile. Se talvolta, in faccende del tutto ordinarie, ci sentiamo controllati, noi uomini, è perché lo siamo. Giustamente non si fidano.

Qualche tempo fa, sia la mia compagna che almeno due amiche mi hanno girato un articolo che dava evidenza visiva di dove puntano lo sguardo le donne che in un parco cittadino attraversano un viale non troppo illuminato e dove lo puntano gli uomini che attraversano lo stesso viale; gli uomini hanno lo sguardo davanti a loro, perché camminano tranquilli e l’unica cosa a cui devono fare attenzione è la strada, per non inciampare; le donne invece puntano lo sguardo verso ogni panchina, ogni cespuglio che potrebbe nascondere qualcuno, ogni zona d’ombra. È automatico, neanche ci pensano. È automatico ma non è normale e soprattutto non è giusto.

Mi sento scemo a dirlo, ma il problema è il potere, il problema è l’impunità del potere, sono i danni del potere.
Lo vediamo ogni giorno. Lo subiamo sui nostri corpi, chi più chi meno.

Mi sono entrate le formiche in casa perché sto al piano terra, fa un caldo umido che immagino possa piacere molto a loro e per di più si sono sentite invitate dal fatto di aver trovato una bottiglia di sciroppo per la tosse non proprio chiusa bene.
Di fronte a centinaia, forse migliaia, di formiche apparse dalla mattina alla sera, non ho trovato altra soluzione che buttare lo sciroppo, pulire un po’ tutto e uccidere le formiche. A proposito di potere.

Mentre compivo la strage di formiche innocenti (lo dico senza nessuna ironia), mio figlio cantava del pop al karaoke. Un Paese di canzonette mentre fuori c’è la morte, tanto per citare Boris.
Non so che soluzione si possa trovare se dovesse ricapitare, mi informerò bene, ma mi rifiuto di ammazzare altre formiche così nella mia vita.

Ho recuperato questa novella, Il gemello, di Luis Gusmán, edita da Arcoiris, nella traduzione di Loris Tassi e con una postfazione di Ricardo Piglia tradotta invece da Raul Schenardi.

Arcoiris, casa editrice che ha in catalogo dei capolavori di letteratura latinomericana è praticamente impossibile da trovare nelle librerie, però vale la pena studiarsi il loro sito e ordinare i libri direttamente da lì. Nessun* mi paga per questo, ma se qualcun* volesse iniziare non opporrei resistenza.

Tornando a Il gemello, la novella è considerata, a ragione, particolarmente importante in Argentina e nel 2023 è stata ristampata per i cinquant’anni della prima edizione. La storia editoriale è simile a molte altre del periodo della dittatura; nel 1977 il libro viene dichiarato immorale e di fatto diventa impossibile da reperire.
La dittatura argentina è particolarmente paranoica riguardo alla letteratura, alla musica, alla cultura in generale. Non esiste un protocollo preciso della censura, ma si va “a sentimento” e il sentimento è un misto tra nazismo, anticomunismo, difesa dei presunti valori tradizionali, annaffiato da una generica ma potente incomprensione di qualunque cosa non sia aderente a Dio, Patria, Famiglia e condito infine dall’incapacità di concepire il senso del ridicolo.
Per capirci, vengono bruciati migliaia di libri, ne vengono censurati un numero senza senso, da Marx in giù, ma non si salva nessun*, poet*, drammaturgh*, scrittor*, giornalist*, fino alla letteratura per l’infanzia, che gode di un’attenzione speciale perché per la dittatura è importante che le giovani menti non vengano traviate dai concetti sovversivi del comunismo, dove per comunismo si intende qualunque cosa che non sia obbedire ciecamente. Di un testo per l’infanzia, La torre de cubos di Laura Devetach, nella motivazione scritta della messa al bando si può leggere: “[…] dall’analisi dell’opera La torre de cubos, si evincono gravi carenze, quali una simbologia confusa, contestazioni ideologico-sociali, obiettivi non adeguati al fine estetico, illimitata fantasia, carenza di stimoli spirituali e trascendenti; […] alcuni dei racconti-narrazioni inclusi nel libro citato minano direttamente lo scopo formativo che deve ispirare ogni intento comunicativo, focalizzandosi su aspetti sociali come la critica all’organizzazione del lavoro, alla proprietà privata e al principio d’autorità affrontando gruppi sociali, razziali o economici su base completamente materialistica, mettendo inoltre in discussione la vita familiare, con distorsioni e capovolgimenti di cattivo gusto che, anziché aiutare a costruire, portano alla distruzione dei valori tradizionali della nostra cultura. (in Devetach 2018: 17)”1

Nel 1977 il contesto in Argentina è questo, le persone vengono torturate e fatte sparire, ci sono i cosiddetti voli della morte e tutto quello che ormai tristemente sappiamo sui desaparecidos e sulla violenza e tutto quello che è successo negli stessi anni in tutto il continente latino americano.

Nel ‘77 viene ucciso Rodolfo Walsh, tra gli altri e le altre. Nel ‘77 Il gemello di Luis Gusmán, dicevamo, viene bandito, con appena qualche anno di ritardo. Perché, ci si domanda. Le ragioni, posto che capire davvero cosa pensa un fascista è esercizio solo apparentemente semplice, sono diverse. Il linguaggio de Il gemello, molto vicino al parlato e reso in maniera giustamente cruda da Loris Tassi nella traduzione, è difficile da digerire anche oggi. Tutta la novella, se ci si ferma al primo livello, è un flusso continuo di sperma, desideri incestuosi, sesso anale, aborti. Basta e avanza per la censura di una dittatura fascista.
Non so, non sono in grado di sapere, se gli addetti alla censura sono andati oltre. Perché Il gemello è anche una descrizione della situazione politica e sociale argentina di quegli anni, del potere patriarcale che è incapace di fare quello per cui si presenta, cioè proteggere e governare. Il gemello è la descrizione del fallimento ed è il racconto della morte del padre, ovvero la descrizione del fallimento e il racconto della morte della dittatura.

Luis Gusmán fa questo operando una destrutturazione quasi totale della forma; ho letto da più parti che questo è da rapportarsi alla forma orale ed è vero, ma il metodo è da ricercare anche nell’approccio psicoanalitico che l’autore sceglie di usare e su questo le derivazioni sono molteplici e arcinote. Del resto, e non capisco come non venga fuori ogni volta, Luis Gusmán fa lo psicoanalista oltre che lo scrittore, almeno secondo Wikipedia e anche immaginando che non eserciti e magari non abbia mai esercitato la professione di analista, è facile supporre che abbia studiato a fondo la materia.

Il racconto non è semplice, richiede attenzione e una certa predisposizione alle forme non lineari; nonostante quella di Piglia sia una postfazione, secondo me leggerla prima può aiutare a godere de Il gemello in maniera più consapevole. La si trova su Cattedrale, a cui a suo tempo Arcoiris ha concesso la pubblicazione.

Le immagini di dulce de leche sono casuali, non hanno niente a che vedere con quanto ho scritto. Pensando all’Argentina mi viene in mente subito anche il dulce de leche e questo è quanto.

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Read the original on carlomartello.substack.com

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