Puntata che arriva con calma, come la primavera, come la vecchiaia: inesorabile. Puntata però ricca di cosette buffe, interessanti, financo utili.
Il primo aprile, cioè quasi una settimana fa, insieme ad Amanda Rosso abbiamo conversato con Veronica Galletta del suo ultimo romanzo, Malotempo, edito da Minimum fax, abbandonandoci al piacere della discussione, per cui abbiamo sforato i tempi e ne è uscita fuori una diretta di due ore, che detta così fa paura, ma invece è durata tanto perché ci siamo divertite e gli stimoli sono stati tantissimi.
Per chi volesse vederla eccola qui.
Per puro caso, e francamente non ricordo neppure più come e perché, ho scoperto che è esistita in Giappone, ma anche in Corea e a Taiwan, seppure con nomi diversi, la figura del Benshi. Si tratta, in estrema sintesi, di lavoratori o più raramente lavoratrici del cinema giapponese dell’epoca del muto, specializzat* nel raccontare la storia del film in simultaneo con la proiezione in sala. In pratica erano artist* ver* e propr*, che recitavano da sol* tutti i ruoli del fil in programmazione, film giapponesi ma anche esteri, facendo le voci di ciascun personaggio.
Da Wikipedia: La maggior parte dei film del primo periodo cinematografico nipponico erano opere Kabuki adattate al grande schermo, e quindi lo stile caratteristico che i benshi adottavano era volutamente drammatico, eccentrico e solenne. Durante le loro esibizioni i benshi davano voce ai vari personaggi, i cui dialoghi prendevano il nome di kagezerifu (陰台詞? , lett. linea d'ombra), cambiando il tono e l'intonazione a seconda del soggetto: questa tecnica molto antica viene chiamata kowairo (声色? , imitazione della voce) e risale al periodo Genroku (1688-1703). Il momento forse più importante di tutto lo spettacolo era quello del maesetsu (前説?), ossia quello della narrazione introduttiva alla proiezione.
Con questa espressione terribile alla Berlusconi - ma purtroppo non ho trovato altre foto di Benshi - sulla destra c’è Mitsugi Okura, tra i Benshi più celebri. Di fianco la celebre attrice Miyuki Takakura.
I Benshi avevano grande libertà di improvvisazione, per di più i film stranieri arrivavano in Giappone con sceneggiature incomplete o assenti; la loro abilità teatrale, la cultura del tempo, la libertà espressiva, una serie di altri fattori, hanno reso i Benshi e le poche Benshi delle vere e proprie star, con un potere contrattuale notevole.
Sempre da Wikipedia: Nel 1927 in Giappone erano attivi 6.818 benshi, tra cui 180 donne. Fu anche grazie alla loro presenza che i film muti continuarono ad avere successo fino a metà degli anni '30, benché già dalla fine degli anni '20 fossero stati introdotti i film dotati di audio.
A partire dal 1910 alcuni benshi erano già considerati come vere e proprie star, ma il loro percorso fu controverso. Ben presto infatti i benshi tentarono di ritagliarsi un ruolo pubblico ed istituzionale ben preciso e rispettabile, che andasse oltre la figura di semplici artisti, per quanto famosi. Ad esempio, appena dopo lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, il benshi Hanai Hideo, durante l'introduzione di un film, indossò un'uniforme militare e lesse al pubblico il proclama imperiale riguardante lo stato di guerra, al fine di dimostrare la propria fedeltà allo Stato.
L'influenza che questi artisti avevano sull'opinione pubblica giapponese in breve divenne tale da indurre il dipartimento di polizia di Tōkyō a disporre un sistema di regolamentazione delle performance cinematografiche, stando al quale gli aspiranti benshi e quelli già attivi dovevano sottoporsi a degli esami per ottenere le licenze di cui necessitavano. Tali esami comprendevano domande di cultura generale e altre sul ruolo sociale della filmografia. Dall'applicazione di questo sistema di licenze, avvenuta a partire dal 1920, emerse chiaramente che la maggior parte di questi artisti non aveva un livello di preparazione adeguato per svolgere il ruolo di educatori. A partire dal 1921 il Ministero dell'Educazione, con l'aiuto dal benshi Somei Saburo, sponsorizzò quindi corsi di formazione finalizzati a formare i benshi anche come educatori.
Esistono alcun* Benshi anche oggi, in un senso di recupero della tradizione… Mi sembra meno interessante, ma è solo la mia opinione. Le cose cambiano, i mestieri si trasformano o spariscono, è la vita. L’operazione mi sembra davvero molto nostalgica, però ne so pochissimo, è proprio una sensazione.
A fine marzo hanno sostituito il sistema che gestisce le cosiddette chiavette delle macchinette del caffè nell’azienda dove lavoro. La motivazione è che il sistema è obsoleto rispetto alle nuove macchinette del caffè, in funzione già da almeno un anno e mezzo.
In altri termini: circa un anno e mezzo fa, vado a memoria, l’azienda che le produce, per poter guadagnare di più, perché le macchinette di prima funzionavano benissimo, sostituisce tutte le macchinette del caffè con delle nuove macchinette del caffè, che non solo fanno la stessa cosa delle vecchie, ma fanno esattamente lo stesso caffè scadente di prima. Il servizio principale è identico, non peggiore, non migliore, identico.
Le nuove macchinette del caffè, che di diverso dalle precedenti hanno un sistema touch (indispensabile) che rallenta di almeno un minuto la procedura per ottenere lo stesso caffè scadente di prima, perché prima c’era un bottone diciamo analogico, lo dovevi proprio schiaccia’, però era uno, schiacciavi quello specifico bottone e ti dava il tuo caffè scadente; ora invece devi delicatamente effettuare alcuni touch, aspettare che la macchina li legga e avere lo stesso caffè scadente. Nel frattempo ci sono un sacco di lucine.
In questo contesto, le vecchie chiavette a mio parere funzionavano benissimo, parliamo delle chiavette gialle che conosciamo tutt*:
Brutte ma gialle. A me piace molto il giallo. Tu ci metti un portachiavi che ti ricordi la vita che hai lasciato fuori dall’ufficio, per una questione di allegria, il mondo continua a girare.
Suddette chiavette sono state sostituite da quelle che nominalmente sono ancora chiavette, ma in realtà sono badge elettronici, per cui intanto non vanno inseriti da nessuna parte, vanno appoggiati in un apposito sportellino; poi sono essi stessi un portachiavi, nello specifico un portachiavi pubblicitario della ditta che noleggia le macchinette del caffè.
Questa innovazione tecnologica pazzesca, dio cristo, cade dallo sportellino, perché pesa, non si infila da nessuna parte, appoggiata e basta cade. Tutta la tecnologia non sconfigge la gravità. Allora devi stare con la tua manina tutto il tempo finché non è pronto il caffè. Ma sarà migliorato il caffè? Questo sforzo creativo di ripensare le macchinette ha portato a un minimo cambiamento del gusto delle bevande che produce? No. E quel gusto non cambia almeno da quando andavo a scuola e sono passati tanti anni.
Dice, ma l’hai fatta così lunga per questa cazzata? Io ci divento pazzo per queste cose, perché sono la dimostrazione plastica (nel senso del derivato del petrolio) della stupidità congenita del capitalismo. È la stessa logica che porta a imballare oggetti e alimenti che non necessitano alcun imballaggio, che spinge le case produttrici di automobili a inventarsi le cose più incredibili per “rinnovare” l’automobile, che però nei suoi caratteri fondamentali è uguale praticamente da quando è stata inventata, ha sempre quattro ruote, non vola, non va davvero più veloce, non va sott’acqua; tolta qualche implementazione di sicurezza, ottime cose, una macchina è una macchina, difatti si può circolare, se vanno, anche con automobili di cent’anni. Potrei continuare con gli esempi, ma risparmio a tutt* la noia di leggere lo stesso concetto espresso con parole diverse.
Su Raiplay, che nonostante gli scarsi investimenti e le politiche culturali allucinanti di questo Paese, continua ad avere un catalogo incredibile, tra le altre cose ci sono alcune partite della Serie A femminile. Il regolamento della competizione, che cambierà dall’anno prossimo, è abbastanza una follia, ma non mi addentro nei dettagli perché è lunga da spiegare. In ogni modo, tra le partite che si possono vedere gratis in streaming c’è Inter-Juventus. Ci sono giocatrici fortissime (al di là dei gol, partitona, secondo me, di Milinkovic, Tomaselli e Sertulini per l’Inter e di Cantore e Boattin per la Juve), la partita è stata emozionante - non dico com’è finita e consiglio di vederla senza conoscere il risultato -, tatticamente molto interessante e purtroppo segnata da un arbitraggio non all’altezza di una sfida così importante.
Lissyelle Laricchia è una fotografa di successo che io però non conoscevo e ho scoperto da poco. Mi sembra interessante e metto alcune foto che ho trovato senza dovermi sforzare troppo a cercare. Ce ne sono anche di più belle.
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