RSS Amplifier

Bruno Pagnanelli · Aug 18, 2026

Lo ha scritto su Forbes eh!

0
Sign in to vote or save

Bruno Pagnanelli · Bruno Pagnanelli

Lo so è lungo.

Ma stamani lo avevo anticipato e avevo detto che se avessi finito la traduzione e avessi trovato il modo per comporlo, l’avrei pubblicato.

Lui si chiama Ingmar Rentzhog.

Mi ha molto impressionato pochi giorni fa ed è per questo che sono andato a cercare informazioni, come quando l’ho fatto per Jessica Tierney, o per Kate Marvel, o per il Professor Pasini, per Mercalli, per Ferrario, per Corigliano, Betti, Grimalda e per tutti quelli che alimentano la mia biblioteca del sapere.

Sono rimasto a bocca aperta per quello che ha scritto e per ciò che fa.

Non è un climatologo né uno scienziato del clima, anzi, è un imprenditore e un comunicatore proveniente dal settore finanziario. Prima di dedicarsi al clima gestiva una società di comunicazione finanziaria che lavorava con grandi banche e società quotate. Nel 2017, dopo la nascita del primo figlio e l’interesse crescente per la crisi climatica, vendette la propria azienda e fondò una piattaforma social che si chiama “We Don’t Have Time”, un portale dedicato all’azione climatica, della quale è tuttora CEO e fondatore.

Ha scritto un articolo che è stato pubblicato su Forbes, il 5 agosto scorso.

E questo mi ha impressionato ancora di più, perché Forbes è la quintessenza stessa del Capitalismo. Un imprenditore che scrive su Forbes, quello che pubblica la classifica dei ricconi del mondo, Forbes eh, non su Vetralla today o sui giornaletti dei padroni che paghiamo noi per farci dire quello che vogliono loro. Forbes, dicevo, una delle riviste di economia e finanza più famose e autorevoli al mondo. Il brand è celebre a livello globale soprattutto per i suoi approfondimenti dedicati a investimenti, tecnologia, leadership, imprenditorialità e lifestyle.

Mi son detto: chissà cosa mai potrà scrivere? Son rimasto lì invece.

A rileggere. Ebbene, su Forbes si parla di negazionismo e degli impatti che può avere questo atteggiamento. L’articolo va quindi letto come un’analisi di un imprenditore e di un comunicatore climatico, non come un contributo originale di ricerca scientifica.

Ma il suo valore sta soprattutto nel collegare letteratura su psicologia, sociologia, comunicazione e climate delay con gli attuali comportamenti dei politici. Che sono quelli che ci stanno rovinando.

Le fonti scientifiche che cita, però, sono numerose e in diversi casi provengono da Nature Climate Change e dalla letteratura accademica sul negazionismo e sulla psicologia climatica.

Hawaii, passata al tempesta l’altro ieri.

L’idea centrale dell’articolo è che il negazionismo climatico non sia scomparso, ma abbia cambiato forma ed è esattamente quello che ho riportato più volte con studi di settore e con le analisi del CAAD.

Secondo Rentzhog, una parte crescente della politica non nega più apertamente che il cambiamento climatico esista o che sia causato dalle attività umane. Accetta cioè la «diagnosi», ma rifiuta la «cura»: riconosce il problema, ma respinge sistematicamente le politiche necessarie per affrontarlo.

Rentzhog parte da un’apparente contraddizione: mentre gli eventi estremi peggiorano, molti governi stanno riducendo, rinviando o indebolendo le politiche climatiche. Cita, tra gli esempi, 45 importanti arretramenti delle politiche climatiche in 15 giurisdizioni nell’arco di un anno. La sua tesi è che non si tratti necessariamente di un ritorno al vecchio negazionismo scientifico, ma di una forma più sofisticata di negazione delle conseguenze.

L’autore utilizza la psicologia della malattia grave come metafora interpretativa. Come quello che fuma, che ha il tumore e che continua a fumare. Pensate che solo gli USA, dal 1980 all’agosto 2024, hanno subito 396 disastri il cui costo totale supera i 2.780 miliardi di dollari.

Di fronte a una diagnosi difficile da accettare, la negazione può inizialmente funzionare come meccanismo di protezione psicologica. Il problema nasce quando impedisce di agire. La stessa dinamica, sostiene Rentzhog, può verificarsi con il clima: una società può riconoscere pienamente la gravità del problema e contemporaneamente comportarsi come se non fosse necessario modificare il proprio comportamento.

Fa un esempio di cui ho parlato lo scorso anno. Se ci fate caso succede ogni giorno sui nostri TG, sui media. Il fatto c’è ma non si collega, non si dice mentre invece il collegamento tra evento e causa dovrebbe, anzi deve essere stabilito consapevolmente. Non si crea da solo.

E quando il collegamento è troppo doloroso da stabilire, alcune menti inventano alternative. Dopo che le inondazioni improvvise hanno ucciso più di 130 persone in Texas nel luglio 2025, una teoria del complotto che incolpava una piccola azienda di inseminazione delle nuvole si è diffusa così ampiamente che il commissario all’agricoltura dello stato ha dovuto smentirla pubblicamente.

Teorie simili sulle “armi a energia diretta” si sono diffuse a macchia d’olio poche ore dopo gli incendi di Los Angeles. La scarsa fiducia nelle istituzioni e l’amplificazione algoritmica di questi cazzo di social che permetto il ventilatore sulla merda hanno contribuito in larga misura alla loro diffusione. Ma per almeno una parte di coloro che le abbracciano, il fascino potrebbe essere di natura psicologica: una macchina meteorologica è un nemico che si può identificare, incolpare e fermare.

Un sistema climatico destabilizzato, alimentato da un secolo di emissioni, non offre tale conforto. La cospirazione non è semplicemente una spiegazione. È una spiegazione più sopportabile.

L’autore classifica le quattro forme del moderno negazionismo

Riprendendo la classificazione del sociologo Stanley Cohen e la letteratura sul climate delay, Rentzhog identifica quattro livelli:

1. Negare la diagnosi: il cambiamento climatico non esiste oppure non è causato dall’uomo.

2. Negare la causa: l’evento estremo è reale, ma non è collegato al cambiamento climatico.

3. Negare la cura: il problema esiste, ma ogni specifica politica viene giudicata troppo costosa, inefficace, prematura o ingiusta.

4. Negare la responsabilità: bisogna agire, ma deve farlo qualcun altro: la Cina, i consumatori, l’industria o il prossimo governo.

Se ci fate caso è la narrazione attuale.

È soprattutto il terzo e quarto livello che, secondo l’autore, stanno diventando politicamente importanti. Il negazionismo quindi diventa più difficile da individuare e da confutare, perché non deve più contestare i dati scientifici: può limitarsi a sostenere che «non possiamo permettercelo», «non serve a nulla se gli altri non fanno altrettanto» oppure «la transizione deve essere rimandata».

Peraltro, le catastrofi non producono automaticamente maggiore consenso climatico. Un punto particolarmente interessante riguarda gli eventi estremi. Sarebbe intuitivo pensare che una persona colpita da un’alluvione, un incendio o un’ondata di calore diventi automaticamente più favorevole all’azione climatica.

L’articolo cita invece una ricerca del 2025 su oltre 70.000 persone in 68 Paesi, secondo la quale la semplice esperienza di un evento estremo non predice necessariamente il sostegno alle politiche climatiche. È soprattutto l’attribuzione dell’evento al cambiamento climatico a essere associata al sostegno all’azione.

La trasformazione è particolarmente evidente in Europa. Il vecchio negazionismo esplicito è diminuito, mentre sono aumentati argomenti che la letteratura definisce «discourses of climate delay»: competitività economica, costo della vita, emissioni cinesi, sicurezza energetica, lentezza della transizione e necessità che «qualcun altro faccia il primo passo».

L’autore sottolinea però che sarebbe sbagliato spiegare ogni arretramento esclusivamente attraverso la psicologia. Esistono fattori materiali reali: pressioni industriali, lobby, elezioni, prezzi dell’energia, sicurezza energetica e politiche mal progettate. La sua tesi è che interessi economici e meccanismi psicologici possano rafforzarsi reciprocamente.

A questo punto, quali sono le soluzioni?:

1. collegare immediatamente ogni evento estremo alla sua causa climatica;

2. associare sempre la spiegazione del problema a una possibilità concreta di agire, evitando che la paura produca fatalismo;

3. presentare la transizione climatica non come un sacrificio, ma come una forma di protezione: della salute, della sicurezza energetica, dei prezzi, dell’economia e della competitività.

L’articolo si conclude con un messaggionetto: i dati scientifici e persino il mercato possono essere già oggi, molto più avanti della politica.

Il problema non è quindi necessariamente la mancanza di conoscenza, ma la trasformazione della conoscenza in policy.

La negazione non cambia la diagnosi; riduce semplicemente il tempo disponibile per intervenire.

Fonte:

https://www.forbes.com/sites/we-dont-have-time/2026/08/05/climate-denial-didnt-disappear-it-moved-from-the-diagnosis-to-the-treatment/

Nessun post

Read the original on brunopagnanelli.substack.com

Comments

Nothing yet. Say the first thing.

    Sign in to join the conversation.

    Reading · Bruno Pagnanelli · RSS Amplifier