RSS Amplifier

Bruno Pagnanelli · Aug 15, 2026

Buon Ferragosto.

0
Sign in to vote or save

Bruno Pagnanelli · Bruno Pagnanelli

C’era un vento leggero stamani, si sentiva fra le foglie dei tigli, dei platani degli alberi che ancora resistono sotto la canicola a regalare ombra.

Era fresco stamani, un regalo della notte a cancellare la follia di ciò che abbiam combinato.

Era Ferragosto stamani, lo è ancora adesso mentre scrivo.

Un giorno in cui ci si fanno gli auguri, un giorno in cui spesso spengo il telefono. Eppure è una festa antica che coincide con le ferie di massa, tipicamente italiche, con le fabbriche chiuse, i prezzi impazziti, i bollini neri, i barattoli della Tupperware abbinati e lo zio che russa in pineta dopo pranzo. E’ il giorno dei gavettoni al mare, di quegli schiaffi che donano quel fastidio/piacere ad allentare la morsa del caldo che non senti, perché sei così giovane per farli.

E’ la rappresentazione unica dell’estate, forse il suo trionfo.

Undici anni fa ero tornato da correre. Come stamattina.

Come stamattina ero uscito, con le scarpe comode, una maglietta e le

cuffie a godermi l’alba, il silenzio, il rumore del vento.

Fino al 2015. Da allora, almeno per me, ha cambiato significato.

Ogni 15 agosto, dal 2015, questo giorno significa un’altra cosa.

Mi torna in mente una telefonata, la voce che mi si strozza in gola, la corsa verso un piazzale vuoto, quell’albero, l’auto e il corpo di mio padre, con il lenzuolo bianco sopra. E quello schiaffo che invece d’esser d’acqua, mi è arrivato in faccia sotto forma di dolore e disperazione.

Ma succede, è sempre successo e succederà a tutti. Non c’è retorica inutile in questo scritto, vi vorrei portare ad una considerazione che di questi tempi assume sempre più valore, con sempre meno dolore. Perché poi il tempo interviene, il tempo lima, smussa, leviga, a volte addirittura cancella.

Eppure ricordo ancora tutto, i vigili urbani, mamma in auto incredula e il caldo che si attaccava all’anima già troppo pesante di suo. Ma succede.

Succede a tutti. La morte è parte della vita, inevitabile suggello al ciclo biologico della specie. Siamo noi che l’abbiamo relegata a parole scure, a significati tristi.

Invece dovrebbe essere la celebrazione della vita,, di quel miracolo che si ripete. Sembra che la nostra sia l’unica società che la rifiuti, che cerchi di allontanarla con pozioni, addendi e rimozioni. E’ semplicemente inevitabile, anche se l’abbiamo scomunicata, anche nel modo di chiamarla, di dirla.

Basta leggere l’enfasi e le parole di un necrologio. E’ venuto a mancare, la dipartita, scomparso, spento, lasciati. E’ morte. Inutile chiosare.

E’ qui che diventa dura da sopportare. In questo contesto è dolorosa, non perché biologicamente inevitabile ma perché spostiamo l’evento nella parte emotiva.

E se biologicamente è per tutti uguale, è il senso che ognuno di noi da alla stessa che cambia, è il come ti prende, è il come arriva che sorprende, che lascia sbigottiti, senza fiato, specie se inaspettata o se legata alla sofferenza o all’età non coerente con l’evento.

E ti porta a pensare ai prima, ai dopo, al come, al perché, al “forse se”, al “se avessi…“ Ma si accetta, camminiamo su una terra che “vive” grazie a miliardi di vite e di esistenze terminate (sperando non si stufi mai della nostra mancanza di rispetto per la vita in quanto tale).

E comunque questo è ciò che mi capita ogni quindici di agosto.

Con quell’evento di 11 anni fa, mi arriva gratitudine.

Si, questo provo: gratitudine. Per quello che ho avuto, per quello che ha dato, a prescindere dagli errori, dai difetti. Io gli sono grato.

Al giorno della morte di mio padre.

No, non credo sia strano.

Succede così, piano, in silenzio.

Riprendo la sua vita e la collego di nuovo alla mia, riprendo la sua foto e lego le mie lacrime alle sue, la guardo con gioia e provo a ricordare la sua voce, il suo “pronto” al telefono, le sue parole.

Lo collego alle cose che vedo.

E lì mi si apre il cuore, perché mi torna tutto quello che mi ha insegnato, sia consapevolmente che con l’esempio, e quello che mi ha proibito.

Mi tornano i consigli, le idee che mi ha fornito, gli sfottò reciproci che cambiavano col crescere, i diversi punti di vista e tutto quello che mi ha dato e che mi ha permesso di essere ciò che sono.

Tanto che ora, ogni volta che vedo qualcosa che mi esalta e mi lascia la meraviglia addosso, mi dico dentro, in quel dentro che è nella parte più impulsiva della mia corteccia, la parte più calda del mio cuore: “cazzo pà vorrei tu fossi qui con me!”. Come quando ero in Antartide, come quando partii per l’America, come quando tornai.

E quel pensiero, quello stupido pensiero, mi regala la gioia infinita.

Ecco, se dovessi augurarvi qualcosa oggi, vi augurerei di provare gioia per la gratitudine. Perché poi ci sono giorni in cui quella gratitudine scompare, e ti guardi intorno, ti guardi per quello che è diventato e spesso non ti riconosci più.

Ed è allora che guardi le stelle, più di altri giorni e più di altre persone. Ci sono giorni in cui le stelle servono a trovare conforto, per avere consigli, o semplicemente per immaginare di trovarci chi non c’è più.

Oggi è uno di quei giorni. Stanotte le guarderò.

Ogni volta che cerco fra le stelle della notte spero sempre di sentirmi dire un “ciao cocco... “, perchè Ferragosto per me non sarà mai più Ferragosto. Mai più. Pur celebrando la vita io ricordo quello schiaffo, quell’albero, quel caldo che opprimeva come e più di oggi.

E per non ricordarmi la parte peggiore, cerco sempre di rimanere a bocca aperta di fronte alla parte migliore, alla meraviglia, sperando mi aiuti a superare quella sberla alla vita ricevuto quella mattina.

Di ferragosto.

Se me lo permettete, visto che siete tanti e visto che a me piace scrivere e oggi avevo necessità di riprendere le parole e di metterle in ordine, con quella meraviglia vorrei farvi gli auguri per questa giornata.

Trovatela, cercatela, non fermatevi mai di fronte alla rabbia, al dolore e ai miserabili. Non fate ad esempio come me, che galleggio da 11 anni implorando un perdono per una stupida lite avuta il giorno prima. Un perdono che non potrò più avere.

E se non volete diventare scuri dentro, sopratutto perché è nero tutto quello che c’è fuori, amate invece di odiare.

A prescindere dalle convenzioni, dal dogma, dai mantra ideologici, dalla famiglia tradizionale o da tutte quelle puttanate che raccontano oggi. E’ meglio amare che odiare. Lo raccontavo a mia madre stamani parlando di un conoscente che ha rinnegato un figlio che ha scelto di amare. Chi non importa. Amava. Mentre il padre ha odiato.

Questo volevo raccontare.

Con la retorica di chi ci è passato e ci passerà.

Magari pure quando toccherà a me.

Lasciate stare chi vi fa male, provateci ma se non avete modo di recuperare concentratevi su chi stimate, su chi volete vicino, quelli a cui volete bene. Chiedete loro perdono, godete del vostro tempo, del loor, prendete quello che potete. Perché poi passa. E poi magari non fate più in tempo.

E per uno come me che ripudia i cimiteri, non c’è stata miglior cosa che rubare un fiore e andare a salutarlo stamani. A ricordare quello che era, sotto un albero, all’ombra, con le foglie che facevano sussurrare il vento del mattino e che a me sembrava di sentire “ciao cocco” ancora una volta.

Lasciate perdere il nero, prendete i colori di quello che c’è stato.

Che è infinito, come i colori.

Perché è ovunque.

La Meraviglia.

Anche di ferragosto.

Nessun post

Read the original on brunopagnanelli.substack.com

Comments

Nothing yet. Say the first thing.

    Sign in to join the conversation.