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Blu Mediterraneo · Oct 5, 2025

La doppia aggressione al nostro mare

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[Cronache dal mare] Un report conta i reati, un libro misura il collasso: due sguardi, una sola diagnosi. La notizia positiva? Sappiamo quale strada dobbiamo seguire per uscirne.

Nelle isole Brioni, in Istria, a pochi metri dalla superficie riposa una villa romana di duemila anni fa. Le vasche termali, i camminamenti, le strutture portuali: tutto costruito a un’altezza funzionale rispetto al mare dell’epoca. Oggi è sommersa per 180 centimetri. Di questi, 30 si sono accumulati solo nell’ultimo secolo. A Castelvolturno, nel Casertano, i Carabinieri hanno sequestrato un villaggio abusivo di 43 immobili cresciuto per decenni sul demanio marittimo, sotto il controllo di un clan e sotto gli occhi di tutti.

Due storie distanti nel tempo e nello spazio, ma che raccontano la stessa aggressione. Da un lato il mare che reclama terra con una velocità mai vista prima. Dall’altro la criminalità che divora le coste con sistematicità.

Il rapporto Mare Monstrum 2025 di Legambiente conta 69.753 violazioni in un anno mentre Il libro “Rotte mediterranee” dell’oceanologo Sandro Carniel misura correnti profonde in tilt, ecosistemi al collasso, specie aliene invasive. Ma non si tratta di problemi separati.

Il nostro mare rischia di diventare un Mare Exhaustum, sfinito, proprio perché criminalità organizzata e crisi ecologica sono vasi comunicanti. Dove finisce l’una comincia l’altra, e spesso si alimentano a vicenda.


📈 [Il report] Mare Monstrum: l’anatomia del crimine ambientale

Lo so, i dossier con tante cifre non sono la lettura più entusiasmante. Ma ti chiedo di “resistere” un paio di minuti perché i numeri che seguono spiegano bene come funziona l’aggressione alle nostre coste. Vale la pena fermarsi a leggerli.

I dati parlano chiaro

Quando si consultano le cifre del 2024 nel report di Legambiente emerge un quadro che lascia poco spazio alle interpretazioni: 25.063 reati penali contro mare e coste, affiancati da 44.690 illeciti amministrativi. Facendo due conti: sono 191 infrazioni al giorno, 7,9 ogni ora, 9,5 per ogni chilometro di litorale italiano.

Per fortuna l’attività di contrasto ha macinato 935.878 controlli, portato a 26.902 le persone denunciate e 4.080 i sequestri. Ma il dato che colpisce di più riguarda il valore economico delle sanzioni: oltre 456 milioni di euro, con un balzo del 51% rispetto al 2023. Non è solo repressione, è un cambio di strategia: colpire le tasche potrebbe funzionare meglio delle manette, almeno per smantellare le fondamenta economiche delle organizzazioni criminali.

La mappa dell’illegalità racconta due storie diverse, a seconda di come la si legge. Se guardiamo i numeri assoluti, la classifica conferma il radicamento delle quattro filiere criminali nelle regioni a tradizionale presenza mafiosa: Campania (4.208 reati), Sicilia (3.155), Puglia (2.867) e Calabria (2.433) concentrano il 50,5% del totale nazionale.

Ma cambiando prospettiva e rapportando i reati ai chilometri di costa, la classifica si ribalta completamente. Al primo posto balza la Basilicata con 33,6 reati e illeciti per chilometro, seguita dall’Emilia Romagna (29,9), dal Molise (25,1) e dal Veneto (22,9). Questa doppia lettura rivela due modelli distinti di pressione ambientale. Il primo è un “modello mafioso”: controllo sistematico del territorio su vasta scala, infiltrazione strutturale nell’economia. Il secondo è un “modello da sovrasfruttamento”: regioni con litorali più brevi ma soggetti a una pressione turistica, urbanistica o industriale molto intensa.

La distinzione - che va detto, non è sempre così netta - è utile per capire come contrastare il fenomeno. Un territorio controllato da un clan richiede strategie diverse rispetto a una costa aggredita da una miriade di piccoli illeciti diffusi.

La costa di cemento che non si ferma

Il ciclo del cemento illegale guida questa classifica con 10.332 illeciti penali, il 41,2% del totale. E c’è un nodo che fa girare tutto il sistema: l’inefficacia delle demolizioni. Nei comuni di Campania, Calabria, Lazio, Puglia e Sicilia, solo il 15,3% delle ordinanze di abbattimento viene eseguito. Legambiente la chiama così: “l’incentivo perfetto per costruire illegalmente”. Se sai che non ti demoliscono, perché dovresti smettere?

Ripensa all’esempio di Castelvolturno, che ho fatto in apertura. Decenni di crescita indisturbata. Non è una violazione edilizia: è l’affermazione fisica del potere di un clan che si appropria di un bene pubblico e lo trasforma in business.

Sulle isole minori la pressione è drammatica: un’ordinanza di demolizione ogni 10 abitanti nelle piccole isole siciliane, una ogni 13 in quelle campane. A Ischia, la battaglia del procuratore Nicola Gratteri per accelerare le demolizioni si scontra con piazze che invocano il “diritto alla casa abusiva di necessità”. Amministratori locali e persino la Diocesi sostengono manifestazioni pro-condono. Lo Stato, rappresentato dalla Procura, combatte non solo contro i singoli abusivi ma contro una rete di consenso sociale, politico e religioso che legittima l’illegalità.

Il report documenta anche una lunga serie di sequestri a stabilimenti balneari che espandono illegalmente le loro attività sul demanio marittimo. Ogni metro quadrato occupato sottrae un bene comune alla fruizione pubblica, privatizzando di fatto tratti di costa a esclusivo vantaggio economico di pochi.

Dove la demolizione funziona
Non è tutto immobilismo però! A Carini, provincia di Palermo, il sindaco ha proseguito per mesi con l’abbattimento di decine di villette abusive sul lungomare, resistendo ai tentativi di bloccare le demolizioni attraverso cavilli legali. Ricorsi, pressioni, minacce. La battaglia è arrivata fino alla Corte Costituzionale, che il 23 maggio 2025 ha respinto le questioni di legittimità e ha riaffermato in modo definitivo il vincolo di inedificabilità assoluta entro i 150 metri dalla battigia in Sicilia. Una sentenza che blinda la posizione di chi vuole far rispettare la legge.
Il caso Carini dimostra che quando c’è volontà politica chiara e supporto giudiziario, il meccanismo si può invertire. Non è facile, richiede coraggio amministrativo e capacità di reggere la pressione sociale. Ma funziona.

Quando l’acqua sporca è un business

I reati legati all’inquinamento segnano l’aumento più marcato: 7.925 illeciti penali (+24,4%), 9.079 persone denunciate (+17,3%), sequestri e sanzioni per oltre 389 milioni di euro (+50,8%). Un’impennata che racconta qualcosa di preciso: l’inquinamento conviene ancora troppo, e qualcuno lo ha capito benissimo.

Intanto l’Italia sconta quattro procedure d’infrazione europee per il mancato adeguamento delle normative su collettamento fognario e depurazione. La Corte di Giustizia UE ha già condannato il Paese a pagare oltre 210 milioni di euro, con una stima di ulteriori 300 milioni da versare fino al 2030. Una seconda procedura aggiunge una multa di 10 milioni più penalità semestrali di quasi 14 milioni. Paghi le multe all’Europa e intanto qualcuno riempie il vuoto lasciato dall’inefficienza dello Stato.

L’inchiesta “Scirocco” della DDA di Catanzaro ha aperto una finestra su come funziona il sistema. 34 impianti di depurazione al servizio di 40 comuni calabresi gestiti in modo fraudolento. Il meccanismo è semplice: vinci l’appalto con ribassi eccessivi, ometti le manutenzioni, smaltisci illegalmente oltre 2.000 tonnellate di fanghi direttamente in mare o sui terreni. Le accuse vanno dall’associazione per delinquere al traffico di rifiuti, con un tentativo di estorsione aggravato dal metodo mafioso.

In Sicilia la situazione è ancora più paradossale. Solo il 61% degli abitanti è servito da impianti di depurazione e meno del 20% degli impianti opera con autorizzazione valida. Non è incapacità: è un modello di business che prospera sul degrado.

La pesca: risorsa o asset mafioso?

La pesca illegale, invece, conta 4.553 illeciti penali (+6,7%) e 7.293 illeciti amministrativi. Le operazioni di contrasto hanno portato al sequestro di oltre un milione di chilogrammi di prodotto ittico e più di 14.000 attrezzi da pesca illegali.

La Sicilia detiene il primato con 898 reati e 343.630 chilogrammi di pescato sequestrato, seguita da Puglia (567 reati) e Liguria (564 reati). Ma i numeri assoluti raccontano solo una parte della storia.

Un’indagine della Guardia di Finanza di Caltanissetta ha rivelato il vero ruolo della filiera ittica per la mafia: non solo fonte di reddito, ma strumento per riciclare i proventi del narcotraffico, monopolizzare il mercato dall’approvvigionamento alla distribuzione, con ramificazioni economiche che arrivano fino al Marocco. Per un clan, controllare la pesca significa controllare il territorio, infiltrare l’economia legale, costruire strutture imprenditoriali con proiezioni internazionali. La gravità va ben oltre il danno ambientale.

Quando il contrasto funziona
La Guardia di Finanza ha introdotto vedette ibride a propulsione elettrica per operare a emissioni zero in ecosistemi delicati come la laguna di Venezia e il Delta del Po. Nel triennio 2022-2024 queste unità hanno effettuato oltre 200 interventi nelle aree marine protette, sanzionando 515 soggetti e sequestrando oltre 15 tonnellate di pescato illegale. Nel più ampio contrasto al bracconaggio ittico, gli interventi sono stati 630, con il sequestro di oltre 130 tonnellate di prodotto.
Nell’Arcipelago Toscano hanno mappato e rimosso 75.000 metri di attrezzi illegali per la pesca del polpo: 11.151 “barattoli” posizionati sul fondale. A Taranto, l’operazione contro la pesca indiscriminata di oloturie (cetrioli di mare) ha portato a denunce per disastro ambientale e ha fornito le prove per un successivo intervento normativo del Ministero, che ha confermato il divieto di pesca. Un circolo virtuoso in cui l’attività di enforcement non si limita a punire il singolo reato, ma contribuisce a creare le condizioni normative per prevenirlo in futuro.

📘 [Il libro] Rotte Mediterranee: quando la scienza racconta il collasso

Mentre i dati di Legambiente quantificano l’aggressione criminale, il lavoro di Sandro Carniel - oceanologo dell’Istituto di Scienze Marine del CNR - racconta quello che sta succedendo sotto la superficie. Il suo libro “Rotte mediterranee” è un viaggio molto interessante che unisce ricerca sul campo, incontri con altri scienziati e testimonianze dalle comunità costiere.

Le trasformazioni che non si vedono (ma si misurano)

L’innalzamento del livello del mare è la minaccia più visibile, ma servono strumenti precisi per capirne la portata. Carniel e il suo team hanno usato la geo-archeologia, trasformando una villa romana nella baia di Verige, isole Brioni in Istria, in una vera macchina del tempo. Come anticipato all’inizio, le misurazioni hanno permesso di distinguere lo sprofondamento naturale della costa dall’innalzamento del mare. Il dato che allarma: dei 180 centimetri totali, 30 si sono verificati solo negli ultimi cento anni. Un tasso decine di volte più rapido rispetto ai processi geologici naturali.

Quelle rovine romane non sono solo un reperto archeologico: sono un monito per la nostra civiltà, che continua a costruire sulle coste senza concepire che il mare possa reclamare tutto.

✨ Gli strumenti per vedere quello che cambia
La tecnologia sta cambiando il modo in cui monitoriamo questi processi. Idrofoni che registrano i cetacei, tagging satellitare che traccia i movimenti, intelligenza artificiale che analizza migliaia di ore di registrazioni sonore per identificare le specie. Ma la vera rivoluzione è la citizen science: reti di volontari addestrati che raccolgono dati, segnalano anomalie, mappano le microplastiche con protocolli scientifici rigorosi.
Goletta Verde di Legambiente organizza laboratori di formazione per volontari che poi diventano gli occhi sul territorio. Non si tratta di attivismo generico: i dati raccolti entrano nei database ufficiali e contribuiscono alle ricerche. Quando le istituzioni scientifiche e la partecipazione civica lavorano insieme, la capacità di monitoraggio si moltiplica. E quello che si misura, si può gestire.

Ma le trasformazioni più profonde avvengono dove l’occhio non arriva. Nel Golfo del Leone, al largo di Cap de Creus, i ricercatori hanno documentato il malfunzionamento di uno dei tre “motori freddi” del Mediterraneo. Durante l’inverno, i venti freddi e secchi raffreddano l’acqua superficiale, aumentandone la densità fino a farla sprofondare verso gli abissi in un fenomeno chiamato “cascading”. Queste cascate sottomarine trasportano ossigeno e nutrienti nelle profondità, sostenendo la vita marina e la pesca.

Uno strumento scientifico recuperato a mille metri di profondità ha raccontato una storia inaspettata. Anziché trovarsi incrostato di organismi marini, era completamente abraso, “lucidato” da correnti di velocità estrema - fino a un metro al secondo - che trasportavano sedimenti grossolani. Gli eventi di formazione di acqua densa stanno diventando più rari, ma quelli che si verificano sono “eventi monster” di intensità anomala. Il sistema non si sta semplicemente indebolendo: sta passando a uno stato di maggiore instabilità.

E questo ha conseguenze concrete. Il declino della pesca del gambero rosso (Aristeus antennatus), pregiato e redditizio, è direttamente collegato a questi cambiamenti. La sua sopravvivenza dipende dai flussi di nutrienti generati dal cascading.

Quando si altera la fisica degli abissi oceanici, si altera la vita delle comunità costiere.

La costa adriatica che scompare

Sulla costa romagnola, dove Carniel è cresciuto, la situazione è altrettanto preoccupante ma più visibile. In passato, fiumi come Po, Adige e Tagliamento trasportavano enormi quantità di sabbia e ghiaia dalle Alpi e dagli Appennini al mare, alimentando le spiagge in un equilibrio dinamico. Questo ciclo millenario è stato interrotto: dighe che intrappolano i sedimenti, fiumi arginati che non possono più esondare, moli che alterano le correnti costiere. La danza si è fermata e le spiagge hanno iniziato a “dimagrire”.

A questo si somma la rimozione sistematica delle dune costiere, considerate un ostacolo al turismo di massa. Ma le dune sono la principale difesa naturale contro le mareggiate e un serbatoio cruciale di sedimenti. Senza di loro, la costa è rimasta nuda e vulnerabile. I ripascimenti d’urgenza, fatti per salvare la stagione turistica, sono costosi, temporanei e spesso inefficaci. La sabbia riportata viene rapidamente spazzata via dalla mareggiata successiva.

Si tratta il sintomo, ma non la causa. L’ideale di una “spiaggia perfetta”, un tavolo da biliardo progettato per il turismo, è in contraddizione diretta con ciò che rende una spiaggia sana e capace di auto-difendersi.

Lo sfruttamento delle risorse marine

La pesca eccessiva ha decimato le popolazioni ittiche del Mediterraneo. Stime passate indicavano l’85% delle specie commerciali come sovrasfruttate. E il fenomeno del bycatch (cattura accidentale) rappresenta uno sterminio silenzioso: nel Mediterraneo, circa il 60% di ciò che viene catturato da metodi non selettivi come la pesca a strascico viene rigettato in mare, con scarse possibilità di sopravvivenza.

L’acquacoltura, presentata spesso come soluzione, solleva alcune contraddizioni. L’allevamento di specie carnivore come salmone o tonno richiede enormi quantità di pesce selvatico per la produzione di mangimi: per produrre un chilo di tonno d’allevamento servono circa quindici chili di pesce pescato. E le pratiche di allevamento iper-intensivo sollevano questioni ambientali legate all’inquinamento da reflui, all’uso di mangimi OGM e alla densità eccessiva degli animali nelle gabbie.

La contaminazione invisibile

Il Mediterraneo agisce poi come una trappola per la plastica. Essendo un bacino semi-chiuso, l’acqua superficiale e i detriti galleggianti che vi entrano faticano a uscirne. Le microplastiche primarie (fibre sintetiche rilasciate durante il lavaggio dei vestiti) e secondarie (derivate dalla frammentazione di oggetti più grandi) contaminano anche le acque apparentemente cristalline.

Studi hanno identificato “punti caldi” di accumulo di microplastiche sui fondali tra Sardegna e Toscana. Le particelle plastiche agiscono come “pony di Troia”: assorbono e concentrano tossine chimiche e agenti patogeni dall’ambiente circostante. Quando vengono ingerite dagli organismi marini, queste tossine vengono trasferite lungo la catena alimentare, arrivando fino al nostro piatto. Il caso tragico di una femmina di capodoglio gravida trovata morta a Porto Cervo nel 2019, con lo stomaco pieno di oltre venti chili di plastica, illustra l’impatto letale di questa contaminazione.

Le minacce alla megafauna

I cetacei affrontano diversi pericoli nel Mediterraneo. L’inquinamento acustico sottomarino - generato dal traffico navale, dalla ricerca di idrocarburi e dai sonar militari - interferisce con l’ecolocalizzazione, il senso primario di questi animali, causando disorientamento, stress e danni fisici. E le collisioni con le navi rappresentano uno dei pericoli più letali: oltre l’80% delle collisioni nel Mediterraneo avviene proprio all’interno del Santuario Pelagos, un’area che dovrebbe essere un rifugio sicuro ma che manca di regolamentazioni stringenti sul traffico marittimo.

L’invasione silenziosa

Il riscaldamento globale ha accelerato la “migrazione lessepsiana”, l’invasione di specie marine dal Mar Rosso attraverso il Canale di Suez. Il Mediterraneo, diventato più caldo, offre ora un habitat ideale per specie tropicali che, in assenza di predatori naturali, proliferano in modo incontrollato.

La questione della giustizia climatica

Il libro sposta la prospettiva geografica dalla sponda europea a quella meridionale del Mediterraneo, dando voce a chi vive in prima linea le conseguenze della crisi. Le nazioni del Sud del mondo, che hanno contribuito in minima parte alle emissioni storiche di gas serra, subiscono le conseguenze più devastanti.

Mentre l’Europa “discute di adattamento”, l’Egitto “combatte per la sopravvivenza” contro l’innalzamento del livello del mare, la perdita di biodiversità e l’impatto sull’agricoltura.

✨ Il piano che potrebbe invertire la rotta
Carniel non si limita alla denuncia. Insieme alla comunità scientifica propone un piano articolato in sette punti per salvare la pesca mediterranea: istituire reti di Aree Marine Protette ecologicamente connesse, aumentare le zone a protezione integrale, perseguire obiettivi di rendimento massimo sostenibile basati su dati scientifici, coinvolgere attivamente i pescatori nelle decisioni, rivedere i sussidi governativi che incentivano la pesca eccessiva, implementare sistemi di tracciabilità del pescato, aumentare la consapevolezza dei consumatori.
Non sono ipotesi teoriche. Dove le AMP funzionano davvero — con controlli, finanziamenti adeguati e partecipazione locale — gli stock ittici si riprendono, la biodiversità aumenta, e la pesca artigianale ha un futuro. Il problema non è tecnico: sappiamo cosa fare. È politico: serve la volontà di farlo.

La convergenza delle crisi

L’illegalità documentata da Mare Monstrum e la crisi ecosistemica descritta in Rotte Mediterranee non sono fenomeni separati. L’abusivismo edilizio che sottrae sabbia alle spiagge accelera l’erosione che il cambiamento climatico già intensifica. La mala depurazione che sversa reflui in mare si somma all’inquinamento da plastica che altera la catena alimentare. La pesca illegale aggrava il collasso degli stock ittici già decimati dal riscaldamento delle acque e dall’alterazione delle correnti profonde.

Entrambe le narrazioni convergono nella necessità di un cambiamento sistemico. Il Mediterraneo è a un bivio. Il Mare Exhaustum può ancora tornare a essere Mare Nostrum, ma solo se la lotta alla criminalità ambientale si integra con la tutela degli ecosistemi.

Il futuro del mare dipende dalla capacità di riconoscere che proteggerlo dalla criminalità organizzata e dal collasso ecologico sono due facce della stessa missione.

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