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Blu Mediterraneo · Nov 8, 2025

Il soffio del Leviatano

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[Taccuini mediterranei] Mostro biblico, risorsa industriale, ossessione letteraria, icona ambientalista. Le mille vite della balena.

Nel 1851, anno di pubblicazione di Moby Dick, le lampade di New York si accendevano grazie allo spermaceti contenuto nella testa del capodoglio. Nel 1982, il mondo si riuniva per vietarne la caccia. Centotrent’anni: il tempo necessario perché la balena smettesse di essere benzina e diventasse icona.

Da mostro biblico a risorsa industriale, da ossessione letteraria a simbolo ambientalista. Pochi esseri viventi hanno attraversato così tanti significati come la balena. Significati e valori così profondi cambiati radicalmente in un tempo che possiamo definire relativamente breve.

Li racconta molto bene Philip Hoare in “Leviatano o la Balena, libro che ho portato con me tutta l’estate. Non solo per leggerlo, ma perché volevo che le pagine si impregnassero dell’odore del mare in cui mi trovavo. Non è un saggio naturalistico né una cronaca della caccia. È un’indagine su come l’uomo abbia proiettato sulla balena ogni sua ossessione: la paura dell’abisso, l’avidità, la vendetta, e infine la colpa.

La balena è stata, per secoli, uno specchio deformante della nostra stessa natura. E forse lo è ancora.

La balena come industria

New Bedford, nel Massachusetts, fu costruita interamente con i proventi della caccia. Ismaele, il narratore di Moby Dick, ci dice che la città era stata “arpionata e trascinata qua, su dal fondo del mare”. Ogni portico, ogni giardino, ogni mattone pagato con il grasso dei cetacei. Nel XIX secolo, l’olio di balena illuminava le città, lubrificava i macchinari della rivoluzione industriale, diventava candele e cosmetici. Il capodoglio, in particolare, conteneva nella sua enorme testa fino a duemila litri di spermaceti, una sostanza che non congelava mai e che valeva una fortuna.

La balena franca (Right whale) era detta “quella giusta” proprio perché lenta, costiera, e – dettaglio macabro – galleggiava anche da morta. Il 40% del suo corpo era grasso puro. Non serviva inseguirla: bastava aspettarla lungo le sue rotte millenarie. Il capodoglio invece era più sfuggente, capace di immergersi a tremila metri e restarci per un’ora, ma il suo cranio conteneva un tesoro liquido che giustificava ogni rischio.

Sul ponte delle baleniere, il grasso veniva scuoiato e fuso in caldaie alimentate – paradosso tremendo – dagli avanzi della balena stessa. L’animale bruciava “per opera del suo stesso corpo”. La nave diventava un inferno galleggiante, illuminato dai fuochi notturni, con l’odore acre del grasso che si solidificava in barili.

La balena come mito

Herman Melville trasformò questa violenza in letteratura. Nel 1841 si imbarcò sulla baleniera Acushnet da Fairhaven. Aveva ventidue anni e nessuna idea che quella nave – quel mondo chiuso di ossessione e cameratismo – sarebbe diventata il Pequod di Moby Dick.

Il suo romanzo non è semplicemente un racconto d’avventura: è un’allegoria della vendetta, del destino, della bianchezza come vuoto assoluto.

La Balena Bianca non è un animale. È “uno strumento, seppur diabolico, del Fato”, come la definisce Hoare. È il lato oscuro della natura, l’alterità che non si piega alla volontà umana. Achab la insegue non per profitto, ma per punire l’universo stesso. E l’universo risponde con la distruzione.

Hoare dedica interi capitoli a questa metamorfosi: dal viaggio reale al mito, dall’esperienza vissuta all’archetipo. Ma ciò che rende Moby Dick così potente non è la caccia. È il riconoscimento, nel momento finale, che la balena è incomprensibile. Che esiste al di fuori della nostra logica, della nostra morale, del nostro controllo.

Foto di <a href=&quot;https://unsplash.com/it/@gabrieldizzi?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText&quot;>Gabriel Dizzi</a> su <a href=&quot;https://unsplash.com/it/foto/squalo-bianco-e-nero-in-acqua-WPXxp36tkHQ?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText&quot;>Unsplash</a>

La balena come mistero

Le balene mi hanno sempre affascinato proprio per questo: sono figure che sfuggono. Creature che respirano come noi ma abitano un mondo che conosciamo molto meno di quanto crediamo. Il capodoglio usa la sua testa come un amplificatore sonoro, emettendo clic talmente potenti da stordire le prede. Forse “vede le prede come fossero rumori”, ci suggerisce Hoare, citando i biologi marini. Una percezione sensoriale che non possiamo nemmeno immaginare.

Il narvalo, la balena artica con la zanna dritta, era nel Medioevo spacciato per unicorno. Gli scienziati hanno scoperto che quella zanna non è un’arma: è un organo sensoriale con milioni di terminazioni nervose. Il narvalo “sente” l’acqua attraverso di essa: temperatura, salinità, pressione. Un modo di percepire il mondo che ci è completamente estraneo. La balena della Groenlandia può vivere oltre duecento anni. Lo si è scoperto trovando nelle loro carni punte di arpione di selce, usate dai cacciatori Inuit nel XVIII secolo.

Questi animali attraversano i secoli portando con sé memorie che non possiamo decifrare del tutto. Forse le matriarche trasmettono conoscenze ai piccoli, forse esistono “dialetti tribali” che cambiano da un clan all’altro. La scienza ha appena iniziato a indagare.

La balena come simbolo

E in un solo secolo siamo passati - per fortuna! - dalla caccia forsennata alla contemplazione. La moratoria del 1982 fermò la caccia commerciale. I balenieri di Provincetown divennero guide di whale watching. Le stesse mani che stringevano arpioni ora puntano binocoli. La balena è diventata simbolo di innocenza, icona ambientalista, creatura da proteggere.

Eppure, come nota Hoare con amarezza, riconosciamo le megattere “solo sulla base dei segni da noi stessi causati”: cicatrici di eliche, tagli di reti, lacerazioni di collisioni.

Le identifichiamo per il male che abbiamo fatto.

Le rotte delle grandi navi si sovrappongono ai loro corridoi migratori. I sonar militari interferiscono con la loro comunicazione. Le tossine si accumulano nel loro grasso e vengono trasmesse ai piccoli attraverso il latte.

La balena oggi non è più il Leviatano biblico, il mostro da abbattere. Ma non è nemmeno l’innocente creatura degli acquari. È un mistero irriducibile, qualcosa di radicalmente altro, un confine che ci ricorda quanto poco conosciamo davvero del pianeta che abitiamo. È una figura che porta con sé domande senza risposta: cosa pensano? Come comunicano? Che immagine hanno di noi quando ci incontrano?

Hoare racconta di aver nuotato accanto a un capodoglio alle Azzorre, di essere stato “assimilato dalla sua alterità”. Dice che nella mente della balena c’era un’immagine di lui, e che questo lo ha cambiato. Non possiamo sapere cosa vedano le balene quando ci guardano. Ma forse proprio questo è il loro regalo: ricordarci che esistono intelligenze, linguaggi, mondi paralleli al nostro.

Il soffio del Leviatano, oggi, è un suono che rassicura. Significa che sono ancora lì, nei loro abissi. Che respirano, comunicano, vivono secondo logiche che non ci appartengono. Significa che l’oceano non è ancora solo nostro.

E forse, proprio per questo, dovremmo imparare a lasciarlo in pace.

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  • Il libro - Leviatano. Come avrai intuito fin qui, il libro di Philip Hoare è un viaggio meraviglioso tra storia, natura, mito e letteratura. Un’avventura che non vorresti mai che finisse. Almeno, per me è stato così. Consigliatissimo!

  • I suoni - Songs of the Humpback Whale. Un album del 1970 prodotto da Roger Payne, che ha documentato per la prima volta le vocalizzazioni complesse delle megattere: gemiti, richiami e sequenze che i maschi ripetono per ore, strutturate come temi musicali. Le registrazioni originali risalgono agli anni ‘60, catturate da idrofoni sottomarini al largo delle Bermuda.

    L’album ha venduto oltre 100.000 copie e ha contribuito in modo decisivo al movimento per fermare la caccia commerciale alle balene, all’epoca prossime all’estinzione. Le registrazioni furono usate nelle testimonianze ufficiali che portarono al Marine Mammal Protection Act del 1972 e al divieto internazionale di caccia nel 1986.
    Lo ascolto spesso quando voglio rilassarmi o immergermi mentalmente in qualcosa di bello!

  • La canzone - Il grande leviatano. “Nel mio canto per sempre vorrò ricordare / Quell’istante gioioso di nuova concordia / D’ora innanzi e per sempre dovrà risuonare / Del grande Leviatano la potenza e la misericordia”. Brano meraviglioso di Vinicio Capossela, all’interno di quell’album capolavoro che è Marinai, profeti e balene.

  • Il documentario - Il regno delle balene. Anni di ricerca sul comportamento dei grandi cetacei documentati in questo bel lavoro, che parte da un assunto: nonostante l’ampia letteratura scientifica, conosciamo ancora poco dei processi cognitivi di questi animali.


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