Strage di Bologna del 2 agosto 1980: in occasione del ricordo degli 85 morti e degli oltre 200 feriti, la premier Giorgia Meloni si è superata nella prova di cinismo machiavellico. Nel suo messaggio per l’anniversario di un attentato su cui mancano ancora molte verità, Meloni ha parlato di “terrorismo”. E ha dimenticato di dire che era certo terrorismo, però di una ben precisa identità: quella neofascista.
Il terrorismo neofascista, va ricordato, è stato il braccio armato e l’esecutore di un disegno di attacco all’Italia, quindi alla Patria. Un attacco per sopprimere la democrazia repubblicana, nata dalla Resistenza al fascismo.
Il disegno eversivo vede la loggia massonica P2 di Ligio Gelli come stratega. Vede gli apparati di intelligence e della sicurezza italiani come agenti di depistaggio. E vede i neofascisti come esecutori materiali dell’attentato terroristico. Il tutto con icollegamenti a potenze straniere.
L’album di famiglia neofascista di Meloni
Quello che la premier Giorgia Meloni ha messo in atto con il suo messaggio è una cinica, abile e lucidas azione di diversione dell’attenzione dalle responsabilità del neofascismo italiano nella strage di Bologna. Un neofascismo protagonista di tutta la strategia della tensione in Italia (1969-1993).
Va ricordato che del neofascismo in Italia uno dei maestri e ideologi è stato Pino Rauti (1926-2012). Rauti, politico e giornalista, da giovane aderì alla Repubblica Sociale Italiana. Nel 1953 fondò a Roma il Centro Studi Ordine Nuovo, fucina di terroristi: un terreno di coltura ideologica e operativa a cui sono collegati i terroristi dei Nar (Nuclei Armati Rivoluzionari) che sono stati condannati per la strage a Bologna del 2 agosto 1980.
Pino Rauti è stato sempre assolto, in via giudiziaria, dalle accuse di essere coinvolto nelle operazioni stragiste dei terroristi legati a Ordine Nuovo da lui fondato. Questo va ricordato. Non vi è dubbio, comunque, che lui è l’ideologo del neofascismo. Rauti, va ricordato anche questo, è stato anche segretario del Movimento Sociale Italiano da cui proviene Fratelli d’Italia; ed è il padre di una senatrice del partito di Giorgia Meloni, ovvero Isabella Rauti.
Possiamo affermare che nell’album di famiglia di Fratelli d’Italia vi è una presenza neofascista ingombrante, che - a livello ideologico - si collega al tempo delle stragi. Tra queste la Strage di Bologna del 2 agosto 1980.
A proposito di stragi e attentati, se vogliamo portare invece l’attenzione sul terrorismo di matrice marxista-leninista, una parte della Sinistra ha gli stessi riferimenti ideologici a cui dicevano di ispirarsi le Brigate Rosse. E a cui si ispiravano i violenti della Sinistra extraparlamentare durante gli Anni Settanta.
Non vi è comunque un filo diretto, anche familiare, tra un ideologo della violenza marxista-leninista e un partito della Sinistra attuale in Italia.
Giusto per non dimenticare nessuno, ricordiamo che al centro dello schieramento politico - Democrazia Cristiana e partiti liberaldemocratici - vi erano piduisti, figure compromesse con i servizi segreti golpisti e connessioni con la mafia. La stessa mafia che a sua volta era in collegamento con i terroristi neofascisti.
A quel “centro democristiano e liberaldemocratico” si rifanno alcuni esponenti politici di oggi.
Insomma, nella storia del terrorismo italiano e della strategia della tensione, nessuno può dire di non avere - per via personale, ideologica o politica - un qualche cosa di cui vergognarsi. Almeno sul piano etico, non per forza di contiguità ideale o eversiva.
Uso il verbo “vergognarsi” non perché il credere in certi valori, a cui dicono di rifarsi i terroristi, sia di per sé disdicevole. La vergogna nasce dal fatto che ancora oggi - con spesso in documenti secretati o l’uso del “segreto di Stato” - i politici contemporanei non si impegnano per fare luce, almeno sul piano storico, sulle stragi. Bologna in testa.
La diversione dell’attenzione dai fallimenti del governo
Possiamo, allora, affermare che la premier Giorgia Meloni non specifica che il terrorismo della Strage di Bologna è “neofascista” per evitare di offendere parenti ed eredi dell’ideologia neofascista? La risposta è… forse.
Quello che è invece certo è l’obiettivo della machiavellica mossa di comunicazione politica, da parte della presidente del Consiglio dei ministri: distrarre l’attenzione dai fallimenti e dagli errori del governo, presieduto proprio da Giorgia Meloni. La polemica sollevata dalle parole vuote di Meloni ci dimostrano una cosa: la distrazione degli italiani, dai problemi a cui il governo non dà rispost,a è da tempo la principale azione di governo della leader che ha il neofascismo nell’album di famiglia.
Dall’assenza di politica industriale al carovita, dalla sanità sull’orlo dello sfascio alla perdita di potere di salari e stipendi, dalla fuga dei giovani dall’Italia al fallimento della politica sulla sicurezza, l’elenco dei fallimenti del governo Meloni è sotto gli occhi di tutti.
In quattro anni di governo, Giorgia Meloni non solo non ha fatto nulla. Ma non facendo nulla ha fatto peggiorare tutta una serie di situazioni economiche, politiche e sociali compromesse da anni. Tant’è che se il centrosinistra fosse un blocco politico unito, con un/a leader autorevole, avremmo già oggi il risultato delle prossime elezioni del 2027.
È interessante prestare attenzione a come fa comunicazione Giorgia Meloni, che grazie a questo è riuscita a farci credere in passato di avere di fronte una donna di Stato di una certa levatura. Siamo invece davanti a una mediocre politica (a prescindere da ogni nostra posizione ideale rispetto al partito che guida).
Più Meloni ripete la parola “Nazione” - evitando peraltro di usare la parola Patria - più ella dimostra di voler dissimulare il nulla della sua azione di governo. Come ci insegna la Critical Discourse Analysis, il ruolo primario del linguaggio generico è occultare gli attori sociali responsabili di un’azione (agenti) e chi ne subisce le conseguenze (pazienti).
L’uso di termini ampi e indefiniti permette, infatti,m di creare un consenso apparente. Un enunciato generico può essere accolto con favore da pubblici con interessi contrapposti, poiché ciascun gruppo vi proietta il proprio significato positivo. Concetti come “nazione” e “sicurezza” uniscono proprio perché privi di denotazione stringente.
Il sottile veleno nel linguaggio politico
Vi è poi un sottile veleno nel linguaggio politico di Giorgia Meloni. Non usa mai la parola Patria: utilizza sempre la parola Nazione. Alla Patria, infatti, possono aderire anche le persone di origine straniera, tant’è che si usa l’espressione “la mia seconda Patria”. È insomma un’appartenenza ideale, di valori e di cittadinanza. La Nazione, al contrario, ha invece un radicamento etnico-culturale preciso.
Tornando alla Strage di Bologna, ad opera di terroristi neofascisti che nell’Ordine Nuovo di Pino Rauti avevano il loro riferimento ideologico, l’analisi degli storici è comunque arrivata a una serie di conclusioni. Sono quelle conclusioni a cui il sistema giudiziario italiano ancora non è arrivato.
Sono quelle conclusioni sulla Bologna 1980 a cui la premier Giorgia non vuole arrivare anche e soprattutto per bassi interessi di bottega: dalla matrice neofascista dell’attentato del 2 agosto al depistaggio dei servizi segreti e di elementi delle forze dell’ordine, alla loggia massonica P2. Questa è la dimostrazione, direi matematica, dell’incapacità di Giorgia Meloni di essere una donna di Stato, rimandendo una figura politica di giorni che passano e che andranno dimenticati.
Strage di Bologna. La ricostruzione e il ricordo
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