EDITORIALE
Da giovane, Francesco Guccini voleva diventare uno scrittore. Il caso volle che si cimentasse invece con il giornalismo: dai compensi per i primi articoli di giornale ebbe il denaro necessario per comprare la prima chitarra. E con la prima chitarra si iniziarono le serate nelle balere e la composizione delle prime canzoni.
Le. vocazioni, tuttavia, se sono davvero tali non si esauriscono. Si esprimono in altre maniere, poi alla fine escono. Guccini - scomparso il 6 agosto 2026 a Pavana (Pistoia) sull’Appennino tosco-emiliano - è del resto sempre stato un narratore. Ricordo i suoi concerti dal vivo, dove i racconti delle sue esperienze personali piuttosto che le origini delle sua canzoni inframmezzavano le sue cantate. I concerti, insomma, erano anche l’occasione per fare teatro e per raccontare.
Nel 1989, il Maestrone - come veniva affettuosamente chiamato per la sua statura - esordisce con il primo libro: Cronache Epafàniche. Ricordo il mio libraio di fiducia, a Verona, che scosse la testa: non lo considerava un grande esordio. Guccini credeva invece nel suo ruolo di scrittore.
“Una delle collaborazioni più fortunate è quella con lo scrittore bolognese Loriano Macchiavelli. Insieme danno vita a una serie di romanzi gialli ambientati sull'Appennino, con protagonista il maresciallo Santovito”, leggo sul giornale online Bologna Today. Mi viene allora in mente che ho il loro romanzo Macaronì, con tanto di autografo di Francesco, presentato a Verona nel 1998.
Ecco la trama di Macaronì: “Benedetto Santovito, maresciallo campano, esiliato in un piccolo borgo dell'Appennino tosco-emiliano a causa della sua mancata reverenza nei confronti del regime fascista, si trova a dover indagare su di una catena di omicidi scatenati da vicende avvenute addirittura alla fine dell'Ottocento”.
Quello che mi è sempre piaciuto di Guccini - come cantautore e come scrittore - è la sua passione per la libertà e il rifiuto di ogni forma di dittatura: la netta contrapposizione, insomma, al pensiero unico. Ricordo ancora l’intervista, nella sua casa di Pavana, nel giugno del 2010, per il quotidiano L’Arena di Verona, dove lavoravo. A quel giorno risale la foto qui in alto, con lui che mi sovrastava di una buona spanna.
La lezione che ci dà Guccini è duratura nel tempo: è la lezione di leggere e studiare, con passione e con applicazione. Grazie a lui ho scoperto, giovanissimo, Ernest Hemingway, citato nella canzone Incontro. Tra l’altro, Francesco Guccini, invecchiando, ha preso ad assomigliare - tra barba e fisico possente - allo scrittore americano di Addio alle armi, Di là dal fiume e tra gli alberi e Fiesta.
La sua scomparsa mi ha addolorato nel profondo, perché dai 17 anni a oggi i versi delle sue canzoni hanno accompagnato la mia vita: c’è una strofa per ogni situazione in cui mi possa ritrovare. Il suo modo di raccontare per immagini, poi, è un grande insegnamento per chiunque voglia scrivere.
Oltre il dolore di una perdita, tuttavia, quello che resta è un metodo: la scelta del pensiero critico, la scelta del dissenso verso il Potere, e lo stare dalla parte degli ultimi. Ovvero, tre direzioni che possiamo applicare in ogni ambito della nostra vita, sia personale che professionale; e che ci consentono di essere innovativi. E di non essete mai scontati.
Maurizio F. Corte
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