C’è un tema che da un po’ di tempo mi arrovella: l’apicoltura di una volta era davvero “barbarica” perché il metodo di raccolta prevedeva spesso l’uccisione di alcuni alveari — o lo è di più quella moderna, che risparmia l’individuo ma mette in pericolo la specie Apis mellifera?
Siccome mi interessa il vostro parere, butto sul tavolo un po’ di fatti su cui poi costruire un pensiero condiviso.
L’uomo non è l’unico animale che si avvantaggia del lavoro dell’ape da miele. L’orso, il gruccione, il falco pecchiaiolo, il tasso, i calabroni, fino ai parassiti come la Varroa e ai più microscopici funghi e batteri. Lo stesso scimpanzé, evolutivamente il nostro diretto antenato, di tanto in tanto uno spuntino dolce dalle api se lo concede. In natura è normalissimo che accada.
La strategia di sopravvivenza di molti esseri viventi è l’abbondanza: dove c’è abbondanza c’è resilienza. La stragrande maggioranza delle piante ne è un esempio lampante. Producono una quantità di foglie, frutti e semi la maggior parte dei quali, malgrado vi sia una moltitudine di altri esseri viventi che se ne cibano, va letteralmente sprecata — o meglio, finisce per diventare humus. E questo ha permesso una biodiversità strabiliante. Siccome ogni spreco in natura si traduce in una pericolosa dispersione di energia, generalmente tutte le specie tendono a evitarli e a mantenere solo quelli che sembrano tali ma che in realtà nascondono vantaggi evolutivi. Per essere onesto, ancora non capisco come l’evoluzione premi queste specie “sprecone”. Una cosa è certa: sprechi probabilmente non sono.
Fra tutti gli animali, l’ape è forse quella che più di tutte ha scelto l’abbondanza come strategia di sopravvivenza. Il comportamento più evidente è la capacità di stoccare una quantità di alimenti — miele e polline — maggiore delle proprie necessità, e così gli apicoltori possono utilizzarle per trarne reddito.
Ma prima di continuare vorrei fare un po’ di etologia delle colonie di api, perché così riesco a spiegarmi meglio. Secondo gli studi del professor Seeley della Cornell University, in un areale non antropizzato, gli alveari si pongono in media a una distanza di 800 metri l’uno dall’altro. Quindi in un’area di 27 km² — che è il territorio in cui un alveare raccoglie ciò che gli serve per vivere e riprodursi — ci sono una ventina di alveari che producono insieme, in un anno, una cinquantina di sciami, lo stesso numero di regine vergini e circa 70.000 fuchi in cerca di accoppiamento. Se consideriamo che, sempre secondo Seeley, la vita media di un alveare in natura si aggira intorno ai 7 anni — dato rilevato dopo che la Varroa ha infestato le colonie dell’Arnot Forest, e che la selezione naturale ha nel tempo favorito le colonie più resistenti — ogni anno in 27 km² si liberano solo 3 nidi su 50 sciami che cercano casa. Gli altri che fine fanno? Produrre più sciami di quelli che troveranno sicuramente dimora non sembra uno spreco enorme di energia? In realtà questo spinge la selezione naturale a favorire le colonie che sciamano precocemente: chi prima sciama più facilmente si accasa.
E che dire dei 70.000 fuchi che partecipano all’accoppiamento quando meno di mille riusciranno nell’impresa? Ogni alveare in natura può arrivare ad allevare in una stagione circa 5.000 fuchi, mentre una regina vergine si accoppia con una media di 15 fuchi — un fenomeno chiamato poliandria. Non esiste probabilmente altro animale la cui femmina si accoppi in un unico atto riproduttivo con così tanti maschi.
Uno dei motivi principali sta nel terrore che l’ape da miele ha per la consanguineità. Accoppiarsi con tanti maschi diminuisce la probabilità che la vergine si accoppi con un fratello. Con il padre non è possibile perché i fuchi, durante l’atto sessuale, muoiono — anche questo meccanismo serve a evitare la consanguineità. Nelle api da miele la consanguineità è un problema grave: il fuco è aploide e, nascendo da un uovo non fecondato, porta con sé solo il corredo cromosomico della madre. La determinazione del sesso non deriva, come negli animali superiori, dalla presenza di una coppia di cromosomi (XX per la femmina, XY per il maschio) ma da un singolo gene. Quando gli alleli presenti nel locus legato alla determinazione del sesso sono in eterozigosi (diversi tra loro), l’uovo dà origine a una femmina. Quando sono in omozigosi (identici), danno origine a un maschio. In condizioni di forte consanguineità — ad esempio con l’inseminazione artificiale tra fratelli — può capitare che da un uovo destinato a produrre una femmina nasca invece un maschio. Le api se ne accorgono appena si schiude l’uovo e cannibalizzano la larva, producendo una covata poco compatta e mettendo a rischio la sopravvivenza della colonia. Non vi allarmate però, la covata poco compatta potrebbe derivare anche da qualche malattia della covata non facile da diagnosticare perché in forma subletale.
C’è poi un altro motivo per cui la regina si accoppia con così tanti maschi. La popolazione di operaie di un alveare — poniamo 30.000 api — è composta di sorellastre: figlie di una madre e di tanti padri diversi. Questo perché la regina conserva nella spermateca il seme di circa 15 maschi. All’interno di questo gruppo convivono però sottogruppi di “supersorelle”: operaie figlie dello stesso padre che, essendo il fuco aploide, condividono tra loro fino al 75% del patrimonio genetico. Questi sottogruppi funzionano come piccole équipe specializzate, con comportamenti simili che influenzano positivamente la termoregolazione del nido e la resistenza alle malattie. David Tarpy, genetista della North Carolina State University, ha dimostrato con ricerche pionieristiche che una bassa poliandria rende le colonie drammaticamente più vulnerabili alle malattie, incluse la covata calcificata e la peste americana.
Tutta questa lunga premessa per dire che l’ape ama l’abbondanza in ogni suo comportamento — dalla quantità di miele stoccato al numero di maschi con cui si accoppia — e la usa per evolversi, adattarsi all’ambiente e aumentare le probabilità di sopravvivere alle avversità. I fatti dicono che finora ha avuto ragione: malgrado eruzioni vulcaniche che hanno oscurato il sole per lunghi periodi, glaciazioni e meteoriti, l’ape è sempre sopravvissuta, portando con sé tutti gli animali e i parassiti che dipendono dalla sua presenza. Fino all’arrivo dell’uomo moderno, che ha spinto la specie verso il rischio di estinzione.
Eppure quello che ho sempre sentito dire, fin da quando ero ragazzo, è che l’apicoltura moderna — quella che si pratica dalla scoperta dello spazio d’ape a opera del reverendo Langstroth nel 1851 — è razionale e permette di non uccidere le api e ottenere raccolti addirittura maggiori. Eppure l’ape occidentale è oggi classificata dall’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) come “In Pericolo” (Endangered) nelle sue popolazioni selvatiche all’interno dell’Unione Europea.
Allora era davvero barbarica l’apicoltura del passato? A mente fredda, quel tipo di apicoltura non faceva altro che sfruttare il surplus di sciami prodotti dalle colonie. Un apicoltore dell’antica Roma che allevasse 100 alveari ne aveva già il doppio ad aprile, poteva raccogliere il miele in estate con le colonie dell’anno precedente e lasciare gli sciami per la stagione successiva. Molti apicoltori, peraltro, non uccidevano le colonie ma le costringevano a ricostruire il nido cambiando loro arnia, raccogliendo il miele tagliando i favi della vecchia. Il 24 ottobre 1611, nel Granducato di Toscana sotto il governo di Cosimo II de’ Medici, fu addirittura emanato un bando — “Bando sopra le Api, e Favi di quelle” — che vietava l’apicidio. Soprattutto, quell’apicoltura non interveniva sulla genetica delle api: la specie, come tale, rimaneva perfettamente integra.
Cosa è cambiato con la moderna apicoltura? Si risparmia l’individuo, ponendo attenzione persino alla vita della singola operaia — che però, essendo sterile, non lascia progenie. Nel frattempo tutti i manuali consigliano di sostituire la regina ogni due anni, il che significa che bisogna ucciderla. Poniamo che un apicoltore con 100 alveari sostituisca 50 regine quest’anno e le altre 50 il prossimo. Le regine che introduce provengono perlopiù da due o tre linee genetiche: aveva 100 colonie diverse e si ritrova con 100 colonie imparentate. Alcuni vanno ancora oltre, introducendo ibridi tra sottospecie — ad esempio Apis mellifera ligustica × Apis mellifera mellifera — per sfruttare l’eterosi, l’aumento di produttività che si ottiene incrociando individui di origine molto diversa. Ma come si sa fin dai tempi di Mendel, l’ibrido nelle generazioni successive perde questa spinta produttiva, scendendo sotto le performance delle api locali. La sostituzione della regina diventa allora un obbligo strutturale. Il risultato a lungo andare è lo stesso che ha colpito tutte le specie domesticate: perdita di rusticità, riduzione della vita media, dipendenza dai farmaci.
Ma l’ape da miele non è una specie domestica — è selvatica. E la sua funzione principale per il benessere dell’umanità non è tanto legata ai suoi prodotti quanto al servizio ecosistemico dell’impollinazione. Senza di lei i raccolti agricoli diminuirebbero in modo drammatico. Siamo davvero sicuri di poter continuare a mettere in pericolo la specie Apis mellifera, imperterriti, ripetendo gli errori del passato?
Ho iniziato ad allevare api da ragazzo e non ho mai smesso di farlo — né di interrogarmi su quello che faccio. Bee Fly Zone nasce da questa tensione: quella di un apicoltore che conosce bene il proprio mestiere e proprio per questo non riesce a tacere su come viene praticato.
Qui troverete articoli liberi come questo, dedicati alla biologia delle api, al loro comportamento e al loro ruolo nel mondo. E articoli riservati agli abbonati — più tecnici e pratici — su come lavorare il miele, come affrontare la Varroa, come impostare un’apicoltura che faccia meno danni possibile. Sono disponibile anche per consulenze individuali.
Scrivo perché dopo una vita con le api sento di avere ancora molto da dire. E molto ancora da imparare.

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