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Paolo Benanti · Jul 5, 2026

Il primo computer della storia non sapeva di esserlo

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A Santiago, davanti a un quipo inca rimasto indecifrato, la domanda che l'intelligenza artificiale non riesce a eludere

Sono arrivato a Santiago per discutere, in un’aula della Pontificia Università Cattolica del Cile, di governance algoritmica e di limiti dell’intelligenza artificiale: un tema che presuppone, quasi per definizione, di collocarsi dalla parte più recente della storia del pensiero calcolante. Tra una sessione e l’altra ho attraversato il centro della città fino a Plaza de Armas, e sono entrato nel Museo Chileno de Arte Precolombino, ospitato nell’antico Palacio de la Real Aduana. Nella sala dedicata alle Ande meridionali, in una teca poco illuminata, era sospeso un quipo: centinaia di cordicelle di fibra di camelide, di colori diversi, annodate a intervalli irregolari lungo una corda principale orizzontale. Una scheda accanto alla teca informava che l’esemplare era stato ritrovato nel 1940 nella valle del Lluta, presso Arica, durante la costruzione della strada internazionale verso la Bolivia, e che le sue cordicelle, più di cinquecento, disposte su tredici livelli di gerarchia informativa, potevano in teoria custodire oltre quindicimila dati. Aggiungeva, con una sobrietà che mi ha trattenuto davanti al vetro più a lungo del previsto, che il significato esatto di quei nodi resta, in larga parte, sconosciuto.

Mi sono fermato a lungo. Non per l’eleganza dell’oggetto, benché ce ne fosse, ma per la sproporzione che si era aperta nella mia testa tra il motivo del viaggio e ciò che avevo davanti agli occhi. Ero arrivato in Cile per parlare di sistemi che nessuno comprende fino in fondo, di modelli linguistici i cui pesi interni restano opachi anche a chi li costruisce, di una governance che si misura ogni giorno con la difficoltà di rendere conto di un calcolo che eccede la possibilità di spiegazione umana. E mi sono trovato di fronte, forse, al primo grande esempio di questa stessa opacità: un dispositivo costruito per immagazzinare informazione con una densità e una sistematicità sorprendenti, che oggi nessuno, nemmeno i discendenti di chi lo ha annodato, sa più leggere per intero. Il computer più antico della storia, verrebbe da dire, non sapeva di esserlo: nessuno, tra gli Inca che lo fabbricavano, avrebbe avuto un concetto a cui assimilarlo. Eppure la sua architettura logica, posizionale, binaria nelle sue componenti più sottili, anticipa di millenni il linguaggio in cui scriviamo oggi i nostri algoritmi.

Quella sproporzione, tra l’antichità remota del nodo e l’urgenza contemporanea del bit, è il filo, è proprio il caso di dirlo, che vorrei tirare in queste righe.

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