Nel quinto secolo avanti Cristo arrivò ad Atene un uomo che sapeva parlare di qualunque cosa senza saperne quasi nulla, e che proprio per questo suscitò insieme fascino e allarme. Gorgia di Leontini non insegnava la verità delle cose: insegnava la tecnica grazie alla quale qualunque cosa potesse apparire vera, plausibile, degna di adesione. Nella sua difesa di Elena, l’esercizio retorico più audace che ci sia giunto dall’antichità, sosteneva che la donna più calunniata del mondo greco non fosse colpevole di nulla: se era stata persuasa dal discorso di Paride, allora era stata vinta da una forza non meno reale della violenza fisica. Il logos, scriveva Gorgia, ha sull’anima lo stesso potere che i farmaci hanno sul corpo: può addormentare, eccitare, incantare, atterrire, secondo la propria composizione. Chi ne è soggetto non delibera: subisce.
Per venticinque secoli questa capacità, produrre un discorso che convince indipendentemente dalla sua verità, è rimasta una competenza rara, un’arte che richiedeva anni di formazione, un orecchio educato, una pratica paziente. Oggi basta un abbonamento mensile, o nemmeno quello. I sistemi conversazionali che da qualche anno popolano le nostre tastiere non si limitano, come fecero i social network in una diagnosi ormai classica, a dare diritto di parola a chi prima non l’aveva. Distribuiscono, a chiunque lo richieda, la facoltà tecnica di Gorgia.
Nel giugno del 2015, ricevendo a Torino una laurea honoris causa, Umberto Eco pronunciò la frase che sarebbe diventata proverbiale: i social, disse, avevano provocato l’invasione degli imbecilli, dando a chi prima si limitava a borbottare al bar lo stesso diritto di parola di un premio Nobel. La rete, aggiungeva, aveva promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità. La diagnosi colpiva nel segno, e per un decennio è stata la lente attraverso cui abbiamo letto la crisi dell’autorevolezza in rete. Ma oggi, a guardarla bene, quella lente mostra i suoi limiti: non perché fosse sbagliata, ma perché descriveva un problema che i grandi modelli linguistici hanno, nel frattempo, cambiato di natura.
...
Eco descriveva una moltiplicazione delle voci. Tutti potevano parlare, ma ciò che dicevano restava, nella maggioranza dei casi, riconoscibile per quello che era: l’opinione poco informata di chi non aveva competenza, espressa con i mezzi linguistici di chi non aveva competenza. La sintassi incerta, l’argomento debole, il tono querulo tradivano l’origine del discorso, anche quando il megafono era ormai lo stesso per l’esperto e per il dilettante. Con un minimo di attenzione, si poteva ancora distinguere.
Con i modelli linguistici, questa possibilità di distinzione si assottiglia fino quasi a scomparire. Chi non possiede alcuna competenza in un campo, medicina, diritto, politica economica, esegesi teologica, può produrre in pochi secondi un testo sintatticamente impeccabile, lessicalmente sorvegliato, strutturato secondo le convenzioni retoriche del genere che imita: il parere tecnico, l’editoriale, la recensione accademica. Un testo dotato, soprattutto, di quel tono di autorevolezza che nessuna competenza reale sostiene da dietro le quinte. Non si tratta più, dunque, soltanto di legioni di persone senza competenza specifica che parlano: si tratta di legioni di persone che ora possono parlare come se la competenza l’avessero. Il problema non è più, o non è più soltanto, chi ha diritto di parola; è la dissociazione crescente tra la consistenza reale di un sapere e l’efficacia della sua messa in scena discorsiva.
...
È a questo punto che il riferimento a Gorgia smette di essere un’erudita digressione e diventa una chiave di lettura. Il suo Encomio di Elena è, in apparenza, un esercizio minore: una difesa paradossale della donna che la tradizione accusava di aver scatenato, con la propria fuga, la guerra di Troia. Gorgia elenca le possibili cause di quella fuga, la volontà degli dèi, la violenza, la parola persuasiva, l’amore, e si sofferma soprattutto sulla terza. Se Elena fu condotta via dalle parole di Paride, argomenta, allora non scelse nulla: subì un logos che agisce sull’anima come i farmaci agiscono sul corpo, capace di produrre gioia, dolore, audacia o terrore a seconda della propria composizione interna, indipendentemente da ciò che è vero.
L’argomento di Gorgia non riguardava, in fondo, la colpa di Elena: riguardava la natura del linguaggio persuasivo, la sua capacità di costituirsi come potere autonomo, sganciato dalla verità di ciò che afferma. È difficile non riconoscere, in questa fenomenologia di venticinque secoli fa, una descrizione anticipata di ciò che accade quando un grande modello linguistico produce un testo coerente, fluido, dotato di quella prosodia argomentativa che imita, spesso alla perfezione, i tratti superficiali della competenza. Quel testo non chiede di essere valutato: chiede di essere subito, nel senso preciso in cui Gorgia intendeva il verbo. La differenza rispetto al sofista ateniese è di scala e di accesso. Gorgia era uno, e si esibiva nelle piazze di poche città; i Gorgia tecno-umani sono milioni di istanze simultanee, gratuite o quasi, e parlano con la voce e nella lingua di chiunque li interroghi.
...
Ciò che fino a pochi anni fa poteva sembrare una suggestiva analogia filosofica trova oggi un fondamento empirico sorprendentemente preciso. Un gruppo di ricercatori ha analizzato che cosa accade ai modelli linguistici durante l’addestramento per rinforzo dal feedback umano, la tecnica con cui questi sistemi vengono allineati alle preferenze di chi li valuta. Il risultato, pubblicato nel 2024 e ampiamente discusso nella comunità scientifica, è stato battezzato con un nome che a un lettore di Gorgia suona quasi ironico: sofisteria non intenzionale. Dopo l’addestramento, i valutatori umani giudicavano le risposte del modello sensibilmente più convincenti, ma non più corrette. In uno dei compiti analizzati, la percentuale di risposte sbagliate giudicate corrette è quasi raddoppiata. Il sistema non aveva imparato a essere più affidabile: aveva imparato ad apparire più affidabile, ottimizzando esattamente quel divario fra logos e verità che Gorgia aveva teorizzato come potere autonomo del discorso.
Un secondo filone di ricerca ha mostrato qualcosa di altrettanto rilevante. Uno studio internazionale, pubblicato su una rivista scientifica di primo piano nel 2025, ha messo a confronto la capacità persuasiva di un modello linguistico avanzato e quella di interlocutori umani in centinaia di dibattiti online su temi controversi. Quando nessuno dei due contendenti conosceva nulla dell’altro, le rispettive capacità di persuasione risultavano equivalenti. Ma appena il modello riceveva informazioni minime sull’interlocutore, età, livello di istruzione, orientamento politico, lo stesso genere di dati che chiunque lascia disseminati nei propri profili social, la sua capacità di convincere superava sistematicamente quella umana, e la probabilità di far cambiare opinione all’interlocutore cresceva in proporzione. Il modello non cambiava argomento: cambiava registro, enfasi, lessico, esattamente come farebbe un oratore esperto che adattasse il proprio discorso al pubblico che ha di fronte.
Se Gorgia scrisse un encomio di Elena, oggi possiamo immaginare un encomio su misura per ciascuno di noi: un discorso costruito non sulla base di ciò che è vero, ma sulla base di ciò che, dato il profilo di chi legge, risulterà più difficile da non credere.
...
C’è un filosofo che ha dato un nome a questo passaggio, anche se scriveva decenni prima che i modelli linguistici esistessero. Per Jean Baudrillard, la simulazione non è l’opposto della realtà, né un suo inganno: è una condizione in cui il segno smette di rinviare in modo stabile a un referente e comincia a circolare come superficie autonoma di senso. Il simulacro, nella sua forma più compiuta, non finge di rappresentare qualcosa di reale: produce un effetto di realtà che non ha più bisogno, per funzionare, di un retroterra a cui corrispondere.
Applicata al testo generato da un modello linguistico, questa categoria illumina un aspetto che la sola idea di disinformazione lascia in ombra. Un testo prodotto da un LLM non si impone perché corrisponde al vero o perché lo nega deliberatamente: si impone perché è sufficientemente coerente, verosimile, formalmente compiuto da essere accolto come ciò che pretende di essere. È un simulacro di competenza, non necessariamente falso in ogni sua parte, ma strutturalmente svincolato da quella responsabilità conoscitiva che tradizionalmente fondava l’autorità di un discorso esperto. Ciò che lo spazio pubblico consuma, in questi casi, non è propriamente un contenuto: è l’effetto di autorevolezza che il contenuto produce, indipendentemente da come è stato generato.
In questo senso Baudrillard è, sorprendentemente, più vicino a Platone di quanto si potrebbe pensare: entrambi diagnosticano, nel potere delle immagini e dei discorsi, una forza capace di occupare il posto della verità senza mai doverla incontrare. Ciò che cambia, con i sistemi generativi, è che questa forza non è più appannaggio di pochi sofisti o di pochi media: è una funzione disponibile on demand, scalabile, personalizzabile.
...
Se i social, secondo Eco, avevano dato voce a legioni di persone senza competenza, i grandi modelli linguistici rischiano di dare a milioni di persone senza competenza la facoltà di essere persuasive come Gorgia. Lo spazio pubblico si popola allora di milioni di Elena: non vittime in senso morale, ma figure di un trascinamento, adesione, mobilitazione, consenso, che non passa per la verifica di ciò che è vero, perché la forma del discorso che la richiederebbe è stata anch’essa, nel frattempo, perfezionata.
Hannah Arendt distingueva la verità di fatto, fragile, sempre contingente, sempre esposta alla possibilità di essere negata, dall’opinione, che è invece il terreno legittimo del confronto democratico. Il pericolo che descriveva non era tanto la menzogna isolata, quanto l’erosione di quel sottile strato di fatti condivisi su cui l’opinione stessa può poi articolarsi e confrontarsi. Una tecnologia capace di produrre, su richiesta e su misura, discorsi indistinguibili dalla competenza non minaccia soltanto l’accuratezza delle singole informazioni: minaccia le condizioni stesse in cui un giudizio, che è sempre, in ultima istanza, un giudizio su ciò che è vero prima di essere un’opinione su ciò che è giusto, può ancora formarsi.
...
Nell’Iliade c’è una scena che vale la pena di ricordare. Sulle mura di Troia, i vecchi della città guardano Elena passare e, colpiti dalla sua bellezza, dicono che non c’è da meravigliarsi se Achei e Troiani combattono da anni per una donna come quella. Non la giudicano: ne sono persuasi. È esattamente il movimento che Gorgia avrebbe poi teorizzato: la bellezza, come la parola, agisce prima e indipendentemente dal giudizio che dovrebbe valutarla.
Oggi, davanti a un testo prodotto da un modello linguistico, fluido, ben argomentato, dotato di tutti i segnali esteriori della competenza, rischiamo di essere quei vecchi sulle mura: persuasi prima ancora di aver deliberato, ammirati prima ancora di aver verificato. La domanda che l’etica delle tecnologie dovrà porsi nei prossimi anni non è soltanto come correggere gli errori di questi sistemi, ma come ricostruire, nei lettori, nelle istituzioni, nei processi educativi, quella distanza minima tra l’essere persuasi e il dare il proprio assenso, senza la quale il giudizio smette di essere un atto e diventa un riflesso.
Chi sono, oggi, i vecchi sulle mura di Troia? E che cosa li renderebbe, di nuovo, capaci di guardare senza essere immediatamente persuasi?
Nessun post

Comments
Nothing yet. Say the first thing.
Sign in to join the conversation.