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Immersioni · Sep 21, 2025

Perdonare l'imperdonabile

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BalenalaB · Immersioni

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-11:05

Per molto tempo, alle donne della mia vita non ho perdonato nulla. Agli uomini, invece, continuo a perdonare tutto.

Avevo pochi anni, andavo all’asilo. Una ragazza più grande, che frequentava lo stesso istituto, mi fece qualcosa tra le gambe che non sapevo nominare. Quello che mi è rimasto impresso è la confusione che quel gesto aveva generato: la sensazione di essere stata presa in ostaggio nel mio stesso corpo, senza che nessun adulto arrivasse a spiegare, proteggere, riparare. Credo che lì mi si sia formata l’idea che dalle donne potesse venire un male inatteso e inspiegabile che è l’esatto contrario dell’orizzonte che una bambina di 5 anni dovrebbe avere. Il luogo della cura, la madre.

Dall’altra parte, gli uomini hanno forse tratto giovamento dal mio uomo primordiale: il mio papà che ha permesso che la stima e l’amore che provavo per lui scagionassero anche le meschinità, le menzogne e i torti più feroci dei miei ex.

Il verbo perdonare viene dal latino: per e donare, dare completamente. È quindi un gesto assoluto.

Quando ci fanno un torto, quando una relazione viene sporcata da una colpa, quando un evento storico appare così enorme da sfidare la ragione stessa, il perdono è un paradosso perché chiede di fare ciò che sembra impossibile: aprire uno spazio di vita là dove tutto è sigillato a doppia mandata e sta morendo.

Perdonare significa rinunciare alla vendetta, ma anche rinunciare alla sicurezza che ci dava il rancore. Significa smettere di proteggersi con l’armatura della colpa altrui. E non è che ci sia un tempo preciso. Non sempre il perdono coincide con la guarigione. A volte perdoniamo quando non amiamo più, quando l’offesa ha smesso di ferire perché non c’è più niente da ferire, altre volte, invece, il perdono è la prima forma di amore o l’ultima rimasta in piedi.

Le religioni hanno cercato di incastonare questa materia incandescente dentro rituali, forme, pratiche. Nel giudaismo, il Giorno del Grande Perdono (Yom Kippur) è una richiesta collettiva; nel cristianesimo, con la confessione e un pentimento autentico, Dio assolve. Nel sufismo, è un viaggio interiore: ci si libera dai pensieri che amareggiano, imparando ad amare il creato tutto.
Nelle loro diversità, queste tre forme di perdono ruotano attorno allo stesso pilastro: la colpa. Perché dove c’è vita, c’è colpa. E se c’è colpa, il perdono diventa una domanda inevitabile.

La filosofia invece ha diffidato del perdono.
Per gli stoici, il saggio non deve lasciarsi dominare dalle emozioni. La pietà, la compassione, perfino la tenerezza rischiano di distogliere dalla ragione. Spinoza, poi Kant, hanno rincarato: perdonare è una forma di ingiustizia. Se concedo perdono a mia sorella ma non al mio amico, non sto rispettando l’uguaglianza della legge. La giustizia ha bisogno di regole universali, non di umori contingenti. Eppure oggi esiste la giustizia riparativa, che affianca la legge mettendo vittima e colpevole nello stesso spazio per guardare insieme le conseguenze dell’atto. Non sempre funziona. Non sempre è possibile. Ma quando accade, diventa un laboratorio di riconoscimento reciproco.

Poi è arrivato Vladimir Jankélévitch.

Dopo la guerra, ruppe con la Germania a causa della Shoa. Giurò di non mettere mai più piede sul suo suolo, di non leggere mai più filosofi tedeschi, di non ascoltare più musica tedesca.

Eppure, un giorno del 1980, ricevette una lettera. Un insegnante di una piccola città del nord della Germania gli scrisse in francese. Diceva soltanto: «La lingua tedesca non è solo quella degli assassini. È anche la lingua delle vittime». E concludeva: «Se mai dovesse passare di qui, suoni alla nostra porta ed entri». Jankélévitch rispose: «Sono commosso dalla sua lettera. L’ho attesa per 35 anni». Ne nacque una corrispondenza che aprì uno spiraglio in mezzo alle atrocità.

Jankélévitch mette in guardia dai falsi perdoni, quelli che si travestono da gesti generosi ma che in realtà sono scorciatoie, ne individua in particolare due, l’usura e l’attenuante. Nell’usura, il perdono nasce dal tempo. Semplicemente si dimentica. L’oblio si limita a ridurre il dolore, a lasciar svanire le tracce. È un processo lento, impersonale e senza intenzione. Con l’attenuante, il perdono riduce il male. Si giustifica l’atto. La comprensione contiene la radicalità del male, lo minimizza, lo rende spiegabile.

Per farsi spazio tra la gente, in francese si dice pardon. In italiano, lo stesso gesto prende la forma di un mi scusi. Non solo semanticamente ma anche ontologicamente ci troviamo di fronte a una grossa differenza, perché la scusa appartiene al linguaggio del razionale: spiega, attenua, cerca un contesto. Il perdono ha un’altra statura: non dipende dalle cause, è un gesto eccedente e gratuito.

Per questo è necessario distinguere: scusare non è perdonare. Scusare è ridimensionare, collocare i fatti in un contesto che li renda meno gravi. È dire: capisco perché lo hai fatto. Il perdono invece non si fonda sul perché. Non dice: avevi le tue ragioni. Dice: non ti terrò più prigioniero del tuo errore.

La scusa assolve il colpevole perché comprende, mentre il perdono all’inizio perdona senza ragione e poi, in un certo modo, comprende o intuisce. Comprendere non è perdonare ma perdonare è in qualche misura comprendere, perdonare inizialmente l’imperdonabile senza averlo capito.

Quando Jankélévitch ne parla in Le pardon, sembra volerci portare proprio lì: tra ciò che possiamo giustificare e ciò che resta inspiegabile. Di fronte all’orrore della storia scusare non si può, perché non c’è attenuante possibile. Eppure, il filosofo apre uno spiraglio in cui il perdono diventa un miracolo, un atto che non si può reclamare, un gesto che non cancella il male ma lo attraversa per spezzarne il potere.

Scusare è umano. Perdonare sfiora il divino.

Ciò che è stato fatto non può essere disfatto. È la condizione stessa della vita: l’irrevocabilità. La freccia del tempo non torna indietro.

Eppure il perdono sembra osare l’impossibile: disfare ciò che è stato. Non nel senso magico di annullarlo, ma nel senso di liberare il presente dalla sua condanna. Ciò che è accaduto resta, ma smette di esercitare il suo dominio su di me.

Il perdono è l’unico gesto capace di interrompere l’eternità del risentimento. L’unico a osare l’atto paradossale di trasformare l’irrevocabile in qualcosa che può ancora essere abitato. Per questo è stato definito da Jankélévitch “un evento che non ha luogo nello spazio né nel tempo” perché non si lascia misurare con categorie psicologiche o storiche.

Tutto è movimento: cambiano le situazioni, cambiano le persone che ne sono coinvolte. Il perdono scorre in questa direzione, quella dell’evoluzione che non smette di andare avanti. Il rancore, invece, resiste. Rimane fermo, blocca il superamento, blocca la crescita, la vita.

Hannah Arendt mette il perdono accanto alla promessa: entrambi sono modi di sfidare l’irreversibilità del tempo. La promessa ci lega al futuro, il perdono ci scioglie dal passato. Insieme, creano la possibilità di muoverci.

La colpa è il luogo in cui scopriamo l’altro. È nel peccato, nello scandalo, nell’offesa, che appare l’umanità nella sua nudità, riconoscendo che proprio lì, nella frattura, possiamo intravedere il volto intero dell’altro.

Forse per questo il perdono è così difficile: perché non riguarda solo l’altro, riguarda anche la nostra capacità di sopportare la sua fragilità senza trasformarla in condanna perpetua.

Perdonare è fare credito a un innocente
che sembra in tutto e per tutto colpevole.

- Valdimir Jankélévitch

Se il perdono dell’altro è difficile, quello verso di sé è quasi impossibile. Siamo insieme vittima e colpevole e in questa mancanza di distanza l’errore ci abita. Paul Ricoeur parla del perdono come di un “ricordo trasfigurato”: significa riuscire a guardare l’errore senza farne una condanna eterna per far sì che la colpa diventi una parte della nostra mappa. Non lascerò che questo fatto continui a definire chi sono.

Così perdonare significa accettare che nell’altro (o in noi) c’è qualcosa di irriducibilmente fragile e che questa fragilità non ci esenta dall’amare. Guardare l’offesa in faccia e accettare di non poterla risolvere.

Alla fine, forse il perdono è soprattutto restituire all’altro la dignità di essere visto come umano, con tutte le contraddizioni che questo comporta. E di restituirla anche a sé stessi.

Il perdono non nasce da un cuore indulgente, ma dal coraggio di guardare in faccia ciò che resta irrimediabile e dire: non avrà l’ultima parola.

Per fortuna, l’ultima parola è sempre la penultima.

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