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Immersioni · Jan 18, 2026

Il sesso: in conversazione con i corpi

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Sappiamo parlare di sesso?

Non potrei parlare di sesso senza partire da dove tutto nasce, cresce, muore: dal corpo. Il corpo che è il modo attraverso cui ci esponiamo al mondo, attraverso cui lo viviamo e ne prendiamo dei pezzi.

Il corpo è una situazione

Simone de Beauvoir, nelle prime pagine di Deuxième Sexe, rifiuta di ridurre il corpo a un fatto biologico. Il corpo, scrive Beauvoir, è una situazione: un insieme di dati biologici, ritmi imposti, vulnerabilità e possibilità che prendono senso solo dentro una storia, una cultura, un sistema di valori.

Dire che il corpo è una situazione significa dire che non è mai neutro. Che non entriamo nel mondo e nelle relazioni come soggetti puri, autonomi, già padroni di noi stessi. Il corpo femminile, in particolare, porta con sé una stratificazione di sguardi, aspettative, norme, violenze più o meno sottili. È un corpo che è stato pensato come oggetto prima ancora che come soggetto. Un corpo al quale è stato chiesto di funzionare, di piacere, di riprodurre, di contenere, di tacere.

Dire che il corpo è una situazione significa anche un’altra cosa: il corpo è il luogo in cui la libertà incontra i suoi limiti concreti. Non esiste libertà che non passi da un corpo vulnerabile, esposto, finito. E questo vale in modo particolarmente evidente nella sessualità. Il sesso è uno dei luoghi in cui l’illusione di una libertà pura, “faccio ciò che voglio”, si infrange più facilmente contro ciò che accade davvero. Questo scarto mostra che il sesso è un’esperienza che si gioca nell’intervallo fra ciò che pensiamo di volere e ciò che il corpo effettivamente vive.

Io che ho imparato tardi a dire no

Beauvoir rifiuta l’idea che questa frizione condanni le donne a una forma di passività naturale. Ma rifiuta altrettanto l’idea che basti rivendicare la libertà per dissolverla. Il corpo è il luogo in cui la storia individuale e quella collettiva si intrecciano. E il sesso, più di ogni altra esperienza, rende visibile questo intreccio: desiderio e apprendimento, piacere e norma, slancio e cautela non smettono mai di coesistere.

Il sesso non è mai solo un incontro di desideri individuali. È una pratica che avviene in corpi situati, carichi di storia, asimmetrie, ruoli appresi. E se il corpo è l’“instrument de notre prise sur le monde”, allora il sesso è uno dei momenti in cui questa presa si fa più fragile, più ambigua, più esposta.

Per molto tempo, il discorso pubblico sul sesso ha oscillato tra due poli ugualmente rassicuranti: da una parte la repressione, dall’altra la liberazione. O il sesso come colpa o il sesso come salvezza. O silenzio o parola. O proibizione o esibizione. Ma questa oscillazione ha sempre lasciato fuori qualcosa: l’esperienza vissuta nella sua complessità.

La grammatica del sesso

È per questo che la filosofa francese Manon Garcia parla, in modo volutamente provocatorio, di “analfabetismo sessuale”. Non siamo analfabeti perché non facciamo sesso o perché non ne parliamo abbastanza. Siamo analfabeti perché non sappiamo nominare ciò che ci attraversa mentre facciamo sesso. Sappiamo giudicarlo, classificarlo, normalizzarlo. Sappiamo dire se è giusto o sbagliato, normale o deviante, riuscito o fallito. Ma fatichiamo a dire cosa succede davvero nel corpo, nel desiderio, nella relazione. Fatichiamo a riconoscere l’ambivalenza, l’esitazione, la contraddizione.

Questo analfabetismo non è individuale. È strutturale. È il prodotto di una cultura che ha separato il sesso dalla soggettività, riducendolo a prestazione, a prova, a scambio. Una cultura che ha insegnato alle donne a interrogarsi continuamente sulla legittimità dei propri desideri, più che sulla loro verità. E agli uomini a confondere il desiderio con il diritto.

Se il corpo è una situazione, il sesso è una situazione intensificata. Un luogo in cui si condensano aspettative culturali, ruoli di genere, rapporti di potere, fantasmi collettivi. È un momento in cui la vulnerabilità aumenta, ma non in modo simmetrico per tutti i corpi. E proprio per questo, ridurre la questione del “buon sesso” a una check-list di comportamenti corretti significa mancare il bersaglio.

Cosa mi porto a casa tra le tante cose buone e giuste che dice Garcia? La sua proposta di spostare l’attenzione dal consenso come atto puntuale alla conversazione erotica come pratica continua. Un’attenzione condivisa, che attraversa il prima, il durante, il dopo. Una disponibilità a leggere i segnali, a riconoscere i silenzi, a non interpretare automaticamente l’ambiguità come consenso implicito. Io ci sto provando, in questo periodo della mia vita, l’ho visto fare a coppie (e io fortunata spettatrice) e ogni volta che è successo ha arricchito l’esperienza.

Finché dura

Il sesso è una relazione che si costruisce nel tempo, anche quando dura poco. Anche quando è destinata a non avere seguito. Anche quando non la chiamiamo relazione. Questa idea incrina una delle narrazioni più radicate: quella secondo cui il sesso sarebbe un territorio extra-morale, uno spazio in cui le categorie dell’etica non avrebbero diritto di cittadinanza. Al contrario, pensare il sesso moralmente significa prenderlo sul serio. Significa riconoscere che coinvolge soggetti, non solo corpi. Che produce effetti, non solo piacere. Che lascia tracce.

Il sesso crea legami anche quando non li cerchiamo, anche quando ci diciamo che “è solo sesso” perché significa esporsi a una forma di mescolanza. Qualcosa dell’altro entra in noi: immagini, frasi, gesti, aspettative. E qualcosa di noi resta nell’altro.

Dire che il sesso crea legami non significa sacralizzarlo, né trasformarlo in promessa romantica ma riconoscerne la potenza trasformativa. Il fatto che non sia mai completamente reversibile. Che non passi senza lasciare segni, anche quando vorremmo che fosse così.

In questo senso, la distinzione netta tra sesso e amore appare sempre più fragile. Non perché ogni rapporto sessuale debba diventare amore, ma perché il sesso mette in gioco qualcosa che eccede la pura funzionalità del piacere. Un coinvolgimento che non sempre sappiamo nominare, ma che sentiamo nel corpo.

Pensare il sesso in questi termini significa anche rinunciare a una narrazione rassicurante: quella secondo cui basterebbero più informazione, più competenza, più “bravura” per risolvere tutto. Come se il problema fosse una carenza tecnica. In realtà, ciò che rende il sesso difficile è che mette in crisi l’idea stessa di controllo. Non solo sull’altro, ma su di sé.

Espone alla possibilità di non sapere chi siamo in quel momento. Di scoprirci diversi da come ci raccontiamo. Più dipendenti, più vulnerabili, più permeabili. È per questo che può essere così potente, e anche così destabilizzante. E forse è proprio da qui che nasce il bisogno di regole rigide o, al contrario, di cinismo difensivo: due modi diversi per non restare troppo a lungo in quella zona incerta.

In questo momento della mia vita, mi trovo in una fase di riscoperta e riscrittura dei codici che regolavano la mia affettività. Codici del desiderio, del piacere, della relazione. Non perché abbia trovato paradigmi nuovi da applicare, ma perché ho smesso di fidarmi delle risposte automatiche e dell’unica forma che avevo conosciuto (la coppia monogama e prima ancora il matrimonio) e che ho scardinato un pezzetto alla volta in questi anni, mesi. Lascio spazio all’esplorazione. All’incertezza. Alla possibilità di non sapere subito cosa voglio, cosa mi piace, cosa mi fa bene. Non lo vedo come una sospensione della responsabilità. È, al contrario, un modo per prenderle più sul serio. Per accettare che il desiderio non sia un oggetto chiaro, disponibile alla volontà. Che il consenso non sia una formula che risolve tutto. Che il sesso non sia una performance. Che il confine tra sesso e amore forse non è così netto. Quello che posso dire con certezza è che una sessualità più completa nasce da una maggiore capacità di restare in ascolto. Di sé. Dell’altro. Della situazione. Di noi che cambiamo mentre ci mischiamo.


I Vlogmas sono nati come esigenza espressiva ed esperimento autobiografico: un gesto quotidiano, una videocamera accesa ogni giorno di dicembre, ho parlato di quello che stavo attraversando, del corpo, delle relazioni, del desiderio, delle rotture, dell’amore e dell’età, della violenza di certe prese di coscienza.

Non pensavo che avrebbero aperto così tante conversazioni. E invece, giorno dopo giorno, sono arrivati messaggi. Storie. Confidenze. Pezzi di vita che mi sono stati affidati, rendendo il mio monologo, un dialogo.

Da lì nasce questa chiamata. Insieme a Ilaria Liberti, come me di segno zodiacale Ariete (e per questo fieramente fearless), stiamo pensando a un podcast che parli di relazioni e di tutto ciò che ruota intorno alle coppie. Partiremo ogni volta da una storia che attraversa uno di questi temi (o più di uno):

  • la rottura

  • il restare insieme nonostante

  • il tradimento

  • la coppia aperta

  • scegliersi

  • la gelosia

  • invecchiare insieme

  • le relazioni a distanza

  • il sesso

Cerchiamo voci. Complessità. Onestà. Se senti che c’è qualcosa che vuoi dire, scrivimi a info@balenalab.com: raccontaci a grandi linee la tua storia. Il resto lo costruiremo insieme.

Read on balenalab.substack.com

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