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Immersioni · Nov 9, 2025

Crisi d'identità

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BalenalaB · Immersioni

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La parola crisi arriva dal verbo greco κρίνω (krino) che vuol dire separare, cernere in senso lato, discernere, giudicare, valutare. Nella sua etimologia il senso è positivo: un momento di crisi è un momento di riflessione, di valutazione, di discernimento. Chissà quando, nell’uso comune, ha assunto un’accezione negativa.

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Per secoli la vita è stata scandita da tappe riconoscibili: l’infanzia come preparazione, la vecchiaia come epilogo e in mezzo la maturità, il tempo dell’azione, della piena esistenza. Ma oggi, non è più così. Da una parte, l’adolescenza sembra non finire mai; dall’altra, una terza età attiva e intraprendente non accetta di farsi da parte. In mezzo, l’adulto, stretto tra due generazioni rumorose, cerca un posto che non c’è più. Il suo spazio si restringe mentre la vita si allunga.

In questo tratto di tempo compresso si accumulano tutti i doveri: costruire una carriera, crescere i figli, assistere i genitori, tenere il passo con tutto e con tutti. Bisogna essere competenti, presenti, efficienti e felici o almeno sembrarlo. L’adulto è colui che non ha tempo, e che si accorge ogni giorno di averne un po’ di meno. Se non raggiunge gli obiettivi che si era imposto, sente di aver fallito; se li raggiunge, scopre che non gli bastano.
Finisce così, spesso, per provare un senso di vuoto: quello che arriva quando si smette di inseguire qualcosa e non si sa più cosa desiderare.
Come se la “promessa dell’alba”, di cui scriveva Romain Gary, si fosse ormai spenta. Essere un buon genitore, una buona compagna, una professionista stimata non garantisce più né pienezza né durata. L’età adulta, che un tempo rappresentava la stabilità, è diventata un terreno fragile.

Gli psicologi la chiamano midlife crisis, crisi di mezza vita.
Un’espressione che cerca di dare un nome a quella fase intorno ai quarant’anni in cui ci si scopre improvvisamente diversi da come ci si era immaginati. Non è chiaro dove cada esattamente la metà del nostro tempo, ma è certo che la seconda parte sembra correre più veloce della prima.

Ma la crisi di mezza età esisteva già da tempo. Dante, nel mezzo del suo cammino, si perde in una selva oscura. Prima di lui, le Scritture parlavano di un “demone del meriggio”: un male che coglieva l’eremita nel pieno del giorno, quando la luce è più alta e impietosa. Portava torpore e un’indifferenza sottile che lo allontanava da Dio. È quello che i monaci chiamavano accidia: una malinconia pigra in cui non si trova il senso del proprio andare. Un sentimento doppio, sospeso tra la nostalgia dell’inizio e la speranza di una quiete che non arriva.

Nel Novecento, lo scrittore Paul Bourget riprende quell’immagine nel suo romanzo Le Démon de Midi (1914), dove racconta la discesa e la redenzione di un sacerdote che, nel pieno del successo, abbandona tutto per una giovane donna. Da lì, “il demone del mezzogiorno” è diventato il simbolo del desiderio che si riaccende, della voglia di cambiare vita, di ricominciare altrove. Ma Bourget voleva dire qualcosa di più profondo: che la tentazione dell’accidia non arriva nel declino, ma nel culmine della forza, quando la costruzione di sé è quasi completa. È allora che può nascere la pulsione a distruggere tutto, a fuggire dalla propria immagine per non restarne prigionieri.

Noia, ribellione, distruzione, sono i sintomi di questa fase che chiamiamo crisi di mezza età. E ciascuno la attraversa a modo suo: c’è chi parte per un viaggio in India, chi cambia lavoro, chi si compra il macchinone, chi divorzia e abbandona tutti, amici compresi, chi si deprime, si ammala, si mette con una ragazzina di 15 anni più piccola, chi fa tutto questo insieme. Che poi la ragazzina, il macchinone, l’India sono la superficie, quello che si gioca nel fondo sono spesso valori che vengono rinegoziati, l’immagine di se che non corrisponde più a quella che abbiamo cercato di creare fino a quel momento. Abbiamo bisogno di nuovi occhi che ci guardino, perché i vecchi ci rimandano un immagine di noi che vogliamo abbandonare e per questo cerchiamo di sbarazzarci di tutto.

La crisi arriva quando si fa strada il pensiero che l’esistenza è fragile, contingente, fatta di possibilità che avrebbero potuto prendere un’altra direzione. Ogni scelta, ogni incontro, ogni rinuncia avrebbe potuto generare un’altra versione di noi. E a un certo punto lo si capisce davvero: avremmo potuto essere diversi e forse non siamo mai del tutto nel posto giusto.

Questa consapevolezza svela quanto poco comprendiamo delle nostre decisioni. Come scriveva Hannah Arendt, c’è una distanza tra ciò che siamo e chi siamo. Il primo si può descrivere con un elenco di ruoli, azioni, tratti di carattere. Il secondo sfugge, non è conoscibile da sé ma solo dagli altri, nei loro sguardi. E se questa distanza, all’inizio, spaventa, poi, con il tempo, diventa una risorsa: ci permette di prendere le misure della nostra vita, di guardare successi e fallimenti con più leggerezza, di accettare che quella che viviamo non è l’unica vita possibile, ma solo una delle molte che avremmo potuto abitare.

Guardarsi indietro a metà del cammino è come affacciarsi su un precipizio. Molti evitano di farlo per paura di restare fermi sul bordo, pietrificati. Tolstoj ne La confessione, diceva che la personalità umana è un enigma che non si risolve mai. Nessuno può sapere davvero cosa verrà fuori da una vita, quale sia il suo senso profondo. Forse è questo a renderla, come scriveva lui, “impossibile”, è impossibile comprenderla del tutto.

Eppure, proprio per questo, vale la pena continuare a interrogarsi per restare in dialogo con ciò che cambia. Piangersi addosso per ciò che non è stato, o temere ciò che verrà, serve a poco: le nostre scelte non ci appartengono mai del tutto. A quarant’anni, o giù di lì, molti se ne accorgono. L’ho chiesto a persone incontrate di recente, amici e sconosciuti: sembra che attorno a questa età affiori un sentimento comune, quello di essere intrappolati nella propria storia, di desiderare una nuova versione di sé che non cancelli la precedente ma la superi.

sono state giornate furibonde
senza atti d’amore
senza calma di vento
solo passaggi e passaggi
passaggi di tempo

Fabrizio De André, Anime salve

Non si smette mai di crescere.
Oggi sembra un’affermazione semplice, quasi ingenua, ma questa è la tesi rivoluzionaria di Passages, il libro che Gail Sheehy pubblicò nel 1976 e che cambiò il modo in cui pensiamo la vita adulta. Fino ad allora, si credeva che la crescita finisse con l’adolescenza dopodiché si diventava adulti e finito lì.

Sheehy capovolge la prospettiva: mostra che anche la maturità è un territorio in movimento, attraversato da crisi prevedibili, da rivoluzioni interiori che si ripetono con un ritmo riconoscibile. La vita adulta, ci dice, non è una linea retta ma una sequenza di passaggi: momenti in cui tutto ciò che avevamo costruito sembra traballare, solo per spingerci verso una nuova forma di noi stessi.

A sostegno di questa intuizione, Sheehy raccoglie centinaia di interviste a uomini e donne di ogni età. Ne emerge un paesaggio umano in evoluzione continua: i vent’anni che provano e sbagliano, i trentacinque che sentono l’urgenza del “devo farcela ora o mai più”, i quaranta che si risvegliano in una selva oscura, come dice Dante, e si chiedono dove abbiano perso la strada. Ogni passaggio porta con sé un dolore e una nascita.

Dietro la chiarezza della prosa, Sheehy nasconde una visione quasi filosofica: le crisi non sono guasti del sistema, sono il sistema. Sono i momenti in cui l’identità si allenta, in cui la forma che abbiamo tenuto fino a quel momento non basta più. È in quell’intervallo che si genera crescita.
A vent’anni cerchiamo chi siamo.
A trenta impariamo a scegliere.
A quarantacinque ci chiediamo se quella scelta ci corrisponde ancora.
Ogni decennio è un nuovo compromesso tra il desiderio e la realtà, tra ciò che pensavamo di volere e ciò che la vita, nel frattempo, ci ha insegnato.

Passages parla anche della pressione sociale che trasforma ogni età in una soglia da attraversare “in tempo”: sposarsi, avere figli, fare carriera, “realizzarsi”. Ma Sheehy ci avverte: non esistono orologi giusti o sbagliati. L’unico errore è credere che ci sia un momento in cui tutto smetterà di cambiare. Le persone che intervista raccontano che la stabilità tanto desiderata spesso porta con sé un vuoto, una perdita di senso. Eppure, Sheehy non è mai pessimista.

La sua tesi più luminosa è che queste fratture sono porte di accesso alla libertà. Ogni volta che la vita ci toglie un’identità, ce ne restituisce una più vera. Ogni volta che un ruolo si sbriciola - il genitore, la professionista, il figlio - possiamo riscrivere la nostra storia da un punto di vista più ampio. Non si tratta di “rifarsi una vita”, ma di lasciare che la vita si rifaccia dentro di noi.

Il suo lavoro, radicato nella psicologia di Erik Erikson e nell’osservazione del reale, diventa un manuale di umanità: ci insegna che il cambiamento non è una deviazione dal percorso, è il percorso stesso. E che alle crisi che più temiamo - la perdita, il disincanto, la noia, l’errore - non bisogna resistere, ci si deve buttare dentro come nell’occhio del ciclone e ahimé attraversarle.

Diventare adulti ha meno a che vedere con un avanzare anagrafico e più con un continuo esercizio di adattamento e libertà. La stabilità è un mito, e forse la cosa più saggia che possiamo fare è imparare a stare nei passaggi: con grazia, con curiosità, con quel minimo di fiducia che serve per restare in piedi mentre cambiamo forma.

Ma non è che prima sia stato più facile. Anche lasciare l’infanzia comporta inevitabilmente uno scarto, una tensione, una forma di perdita. Crescere non è mai un processo indolore.
Nelle società antiche, questo momento era regolato da riti di passaggio che segnavano l’ingresso nell’età adulta: prove collettive che davano forma a ciò che oggi è un percorso confuso e solitario. Ma, spariti i rituali, come si diventa adulti nel mondo contemporaneo?

Lo scrittore Paul Nizan, amico e compagno di studi di Sartre, ironizzava così:

“I primitivi sono fortunati… hanno i loro riti di passaggio, poi è fatta, si è uomini. Noi, invece, niente stregoni a facilitarci la vita: per noi i riti sono l’amore, la morte, la miseria e le malattie dell’anima.”

Oggi l’ingresso nell’età adulta non è più un evento, ma un processo indefinito, spesso accompagnato da smarrimento. La precarietà del lavoro, la lunga permanenza nelle istituzioni scolastiche, la convivenza prolungata con i genitori, hanno spostato in avanti e reso incerta la fine della giovinezza. I giovani vivono così una condizione sospesa: non più bambini, ma non ancora riconosciuti come adulti. A mancare non è solo una tappa sociale, ma un gesto collettivo che riconosca il cambiamento.

Gli antropologi che hanno studiato i riti di iniziazione spiegano che servivano a trasformare. L’antropologo Pierre Clastres, per esempio, mostra come in molte culture la sofferenza, fisica o simbolica, avesse un ruolo formativo: il dolore inciso nel corpo diventava un segno di appartenenza, un modo per dire “ora fai parte del gruppo”. Come scrivono Deleuze e Guattari, il corpo veniva “segnato nella carne viva”: il dolore era la traccia che collegava l’individuo alla comunità, il passaggio dall’essere singolo all’essere sociale. Era una sofferenza imposta dall’esterno, una prova visibile e circoscritta nel tempo.

Oggi la dinamica sembra rovesciata. La sofferenza non è più fisica, ma psichica; non ha più un inizio e una fine stabiliti, ma si estende nel tempo, spesso senza forma né direzione. Non essendoci più un ordine collettivo in cui entrare, l’adolescente non sa più quando o come diventare adulto. La crisi non è più un passaggio momentaneo, ma una condizione che rischia di diventare permanente.

L’antropologo Arnold van Gennep, all’inizio del Novecento, fu il primo a sistematizzare i riti di passaggio. Li descrisse come un movimento in tre fasi: separazione da ciò che si era prima, sospensione in una zona intermedia, e infine integrazione nel nuovo stato. Per spiegare questa logica, usava una metafora spaziale: la società come una casa fatta di stanze e corridoi, e il rito come l’atto di oltrepassare una soglia.
Oggi quella casa sembra essersi disgregata: non sappiamo più quale porta aprire né dove conduca il corridoio. Ci muoviamo tra spazi che non comunicano, tra stanze che non hanno più nome.

Forse è per questo che diventare adulti oggi non è tanto attraversare un confine, quanto costruirlo da sé, pezzo dopo pezzo, con le esperienze, le cadute e le scelte che la vita ci impone.

Non esiste una formula per evitare il rimpianto o la nostalgia. Ma forse dovremmo diffidare dell’idea di felicità come obiettivo. La vita offre momenti di piacere, certo, ma ci chiede soprattutto di imparare a convivere con i nostri limiti e con le nostre contraddizioni. Come scriveva George Orwell in un saggio su Dalí, ogni esistenza è una sequenza di fallimenti. E il punto è riconoscerli come propri: trasformarli in materia viva, in traccia di ciò che siamo diventati.

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