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Balena · Apr 8, 2025

Insegnare la speranza

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Tiziana Palmieri · Balena

I tempi appaiono tristi. Quasi si stenta a credere alle notizie che circolano: il riarmo dell’Europa, accordi di pace che non durano, Capi di Stato che sembrano bulli, linguaggi di violenza e aggressione… ma ogni mattina in ogni singola scuola della Repubblica si entra in classe e si deve sostenere lo sguardo di chi sta crescendo in un mondo così incomprensibile e difficile. Cosa può aiutarci?

Oceani idee generative per una scuola che vuole ricominciare a nuotare in alto mare

Non si nasce disperati. E diventarlo non è un destino già scritto. La letteratura scientifica ci racconta di bambini e bambine che crescono in contesti di disagio anche estremo e che, quando è permessa una socialità fra pari anche minima, ad esempio lo stare insieme, il giocare, il dormire insieme, continuano a fare progetti, a vivere una vita che ancora porta le promesse immaginate.

Lo ha scritto su Avvenire Maria Pia Veladiano, scrittrice oltre che insegnante e dirigente, in un articolo dal titolo eloquente: La più bella sfida per la scuola è riuscire a insegnare la speranza. Nessuno nasce disperato, è vero. Eppure, a scuola ci arrivano bambine e bambini, ragazze e ragazzi che quella speranza l’hanno già persa.

Cos’è capitato in mezzo, fra la nascita e la scuola non lo sappiamo, spesso non abbiamo proprio idea. Però in un punto la loro storia incrocia le nostre vite di insegnanti, collaboratori, operatori e presidi. Adulti, in una parola. Quando si dice che a scuola arriva il mondo così com’è si intende proprio questo, che arriva anche la sua mancanza di speranza.

Ma si può insegnare la speranza? Perché, del resto, impegnarci in lezioni, progetti, laboratori, colloqui… se non a partire da una speranza?

La scuola è luogo di educazione e anche se di sicuro la speranza non è materia di studio, è in qualche modo il respiro di ogni progetto educativo.

Certo, per insegnare qualcosa a qualcuno occorre in qualche modo possederlo: ci vogliono adulti competenti, che non abbiano perduto uno sguardo positivo sulla vita e sugli alunni. Occorre che come educatori lavoriamo su noi stessi, cercando anzitutto per noi le ragioni per sperare.

Isolotti libri, film, documenti come terre emerse dove riposare, interessanti per chi insegna, per chi desidera approfondire educazione, didattica, inclusione, apprendimenti

Adolescence

È una miniserie Netflix in quattro episodi, girati con piani sequenza che inchiodano lo sguardo allo schermo, ognuno dedicato a un aspetto della vicenda: l’arresto del tredicenne Jamie, le indagini a scuola, il colloquio con la psicologa, la famiglia. Tutto sembra convergere verso un unico semplice colpevole: il potere dei social. Lo sappiamo, gli schermi creano e amplificano ansie, esponendo al giudizio dei pari e al cyberbullismo. E questo è già un aspetto del problema: i genitori e gli insegnanti non comprendono il mondo del sottosopra. Non ne conoscono le regole di ingaggio né la lingua. A tradurre all’ispettore ciò che è successo ci pensa suo figlio, compagno di scuola di vittima e carnefice. Il padre coglie l’opportunità e capisce di dover accompagnare un po’ più da vicino il suo ragazzo.

A darci una chiave di lettura più utile è lo psicologo Matteo Lancini:

l’aspetto più importante di ‘Adolescence‘ non è quel che succede dietro agli schermi in cui i nostri figli sembrano persi. Non è Internet, non è il cyberbullismo, non sono i social. È la mancanza, in tutta la serie Netflix, di un adulto significativo.

Gli adulti che circondano Jamie, lo hanno “perso di vista”, lo ritengono al sicuro nella sua cameretta, ma in realtà non sanno nulla di lui. Il problema è l’assenza di un adulto di riferimento, che veda Jamie. Non lo è il padre, ancorato all’immagine del suo bambino. Non lo è la psicologa che, pur in grado di smascherarlo, non gli tende la mano quando lui la implora (Ti piaccio io?). Gli insegnanti, non pervenuti.

Correnti lungo le quali anche i genitori potranno ricaricarsi, seguendo il flusso

Spesso a togliere la speranza tra la nascita e l’ingresso a scuola sono dinamiche familiari disfunzionali o, come si diceva, adulti non competenti. Vi ricopio qui una pagina tratta da Mio figlio è normale? di Stefania Andreoli, che suggerisce, con la consueta ricchezza di parole, come predisporre i figli al successo scolastico:

Educarli sin da piccoli alla bellezza impareggiabile di conoscere per avere delle cose da dire; testimoniare loro quello che lo psicanalista Massimo Recalcati chiama l’«erotismo della didattica», ovvero il piacere del sapere; non imporre ma accompagnare con gesto gentile a capire che vince chi sa; appassionarli all’uso potente della mente come scrigno di soluzioni, storie e risorse; avvicinarli ai libri, alla musica, alle lingue, ai musei, al cinema, al teatro e alla lettura delle emozioni come trasmissione di vocabolari alternativi e possibili per dire le loro cose (perché i loro pensieri sono importanti e meritano di essere presentati al meglio per ottenere ascolto, fosse anche perché vogliono diventare youtuber e guadagnarsi un’audience); creare continue connessioni tra ciò con cui entrano in contatto e la loro personale esperienza di vita; farli sentire capaci di realizzare e inventare qualunque cosa venga loro in mente: tutto questo crea un terreno fertile su cui costruire un’opinione favorevole dell’apprendimento e della cultura, così come aiuta a instillare l’idea che la scuola avrà anche le turche del ’15-18, ma è comunque un bel posto dove andare.

Tra gli oneri riservati alle famiglie c’è, insomma, quello di fornire metaforicamente all’ambiente scolastico “pianticelle che si integrino al meglio, senza infestare il terreno, portare parassiti, fagocitare le altre. E poi, fidarsi del giardiniere.”

Scandagli citazioni alla ricerca di ispirazione

C’è in Giappone un detto che recita così: Homete nobasu «Far crescere lodando». La bontà di questo detto è ampiamente dimostrata, perché è sulla felicità che si forma la motivazione a fare meglio. Il dispiacere può corroborare la spinta a migliorarsi, a smentire opinioni ingiuste. Tuttavia è la gioia che ci nutre e ci consente di svegliarci la mattina con il desiderio di ricominciare un’altra volta. Laura Imai Messina

Onde strategie, attività, progetti per movimentare la didattica

-Applicando i principi della Scienza della Felicità all’ambito educativo, la pedagogista e formatrice Monica Lombardi ha elaborato un metodo che facilita l’apprendimento attraverso l’ascolto delle emozioni. La pedagogia della gioia si basa su alcune idee di base: la gioia facilita l’apprendimento, tutte le emozioni sono educative, portare nelle scuole la pedagogia della gioia è possibile.

-RaiPlay dedica una sezione di risorse proprio alla speranza: “c'è chi dice che il male delle nuove generazioni sia lo smartphone, chi l'assenza di voglia di fari o di guide. Noi pensiamo che tutto parta dalla speranza, qualunque cosa accada.”

-31 guerre conclamate, ma più di 50 sparse nel mondo (56 ne registra l’associazione Un ponte Per), 23 situazioni di crisi, soprattutto in Africa. Per tenerne conto quando insegniamo, per esempio, geografia, storia o educazione civica segnalo l’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo giunto quest’anno alla tredicesima edizione. La pubblicazione affianca il sito Atlante guerre (che contiene, tra l’altro un planisfero di Peters che non deforma i continenti come in quello di Mercatore) e un canale Telegram costantemente aggiornato. Qui se volete saperne di più.

-da poco si è svolta a Trapani la Giornata Nazionale della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Le scuole partecipanti (tra le quali c’è stata anche quella che dirigo) si preparano approfondendo una delle tematiche proposte ogni anno: eccole qui.

Immersioni proposte e segnalazioni di iniziative e cose utili

Sapevate che Unicef offre una serie di corsi gratuiti per educatori e operatori? Visitate il portale Agorà e troverete molteplici proposte multilingui su svariati argomenti, consultabili in un nutrito catalogo attraverso utili filtri.

Un quiz per verificare quanto ne sappiamo di cultura palestinese: Terre des hommes sceglie un’attività leggera per farci conoscere usi tradizionali, cucina, parole e musica di un popolo conosciuto solo in relazione al conflitto con Israele.

Deviazioni digressioni, sconfinamenti, frivolezze; perché abbiamo bisogno di uscire fuori dai margini delle mappe, magari perdendoci, per poi ritrovare la rotta

Per capirci qualcosa del mondo che ci circonda, vi consiglio due podcast:

-Scanner (in abbonamento su Storytel, ma ci sono promozioni): Valerio Nicolosi, giornalista in prima linea sulle tematiche delle migrazioni, delle guerre dimenticate, di chi non ha voce, ogni mattina passa in rassegna la stampa sulle notizie nazionali e soprattutto internazionali, offrendoci un punto di vista pacato ma incisivo e intervistando persone esperte delle tematiche trattate.

-Sei e trenta (free): anche questo un podcast quotidiano di commento alle notizie del giorno, con una sezione (Viva Voce) affidata al punto di vista di chi ha le mani in pasta nelle vicende di cui si parla. Nato dalla fucina di Choramedia, è un podcast nato dal tentativo di non farsi travolgere dal rumore assordante delle notizie, in cui è difficile capire cosa è davvero importante.

Immagini: la prima da Unsplash (Nick Fewings), la seconda dalla serie Adolescence, la terza da IBS, la terza dall’AI di Canva, la quarta dal sito di Libera, le ultime da Storytel e Choramedia.

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