È una sensazione strana, quella di una mente ADHD a riposo forzato. Quasi destabilizzante, sicuramente straniante. Abitare la quiete è un allenamento che non avevo mai provato prima, se non con la meditazione guidata quotidiana a cui concedevo giusto 15 minuti (e che fatica). Ho sempre pensato che non fosse cosa mia, che il mio essere ADHD mi imponesse l’eterno movimento corporeo e mentale che definisce questo disturbo.
E in effetti è così. La neurobiologia del mio cervello non è cambiata, sono sempre un’ADHD di tipo combinato. Per me continua a essere impensabile stare ferma davanti alla tv o tenere la stessa posizione per più di qualche secondo. Se sono obbligata a farlo, tipo quando faccio rilassamento a yoga o meditazione, devo avere la garanzia di poter viaggiare con la testa o cadere nell’oblio del sonno. Eppure mi sono dovuta imporre un cambio di passo.
Dopo l’ennesimo episodio di malessere e burnout, ho provato a mettere in pratica qualche buon proposito. Non ci crederete, ma sto riuscendo a essere pure costante.
Il primo è stato togliere cose, soprattutto dalla mia vista. Di quanto il disordine faccia male alla calma mentale ne abbiamo già parlato, e io ero arrivata a un punto per cui avrei dato fuoco ai luoghi che abito per la quantità di oggetti che riempivano il mio sguardo. Basta, via tutto dalle superfici. Un giorno mi sono svegliata con il sacro furore di Marie Kondo e ho fatto sparire (quasi) tutto. L’effetto calmante è stato visibile e immediato. Da non crederci.
Il passo successivo sarà un decluttering di armadi e angoli nascosti della casa. La mia cantina sta già tremando.
Meno è meglio è il mantra che mi ha portato anche a fare meno ma con una strategia di base. Meno affanno per le cose da fare, più programmazione a lungo termine. Sono arrivata al punto di organizzare anche il week-end: quando cambiare le lenzuola, cosa delegare dei lavori di casa, cosa realmente riesco a fare per non arrivare stremata a sera. In altre parole, misurarsi meglio la palla e lasciare andare.
Il fatto che io scriva di mestiere ha fatto sì che con gli anni abbia perso la buona abitudine di scrivere per me stessa. Avete presente quella roba del diario adolescenziale? L’oggetto che custodisce i segreti e che si sfoglia con malinconia per gli anni a venire? Perché a un certo punto si smette di farlo? Qual è esattamente il momento in cui smettiamo di mettere nero su bianco emozioni, sogni e aspettative e iniziamo a fare le to do list? È come se il passaggio all’età adulta imponesse solo obblighi e cose-da-fare senza soluzione di continuità.
Visto che la meditazione da sola non basta a mettere a fuoco me stessa, ho iniziato a scrivere. Ho comprato un’agenda per la morning routine e ho iniziato a compilarla. Con metodo, riflessione, oggettività. Giorno dopo giorno. Fa niente se qualche giorno salta, perché la mia mente va in automatico a quei punti fermi: cosa ho imparato ieri? Quali sono le difficoltà di oggi? Com’è la mia energia?
Fare ogni mattina un check-up mentale, emotivo e fisico mi ha portato a leggermi, oltre che a sentirmi.
E, credimi, fa tutta la differenza del mondo.
A gennaio avevo iniziato il dry january – cioè: niente alcol, baby – ma è fallito miseramente dopo dieci giorni sotto il peso di una quotidianità molto complicata e gli strascichi del trasloco.
Ho fatto pace col fatto che in quel momento chiedermi di non bere vino nel week-end era troppo. Avrei compensato con altro: libro al posto dello scrolling sui social prima di addormentarmi, per esempio. Siamo ad aprile e non sono ancora pentita di questa compensazione, anzi.
Da qualche tempo il momento pre-cena mi angoscia. Ancora non mi è chiaro il motivo, per cui ho cercato strategie di sopravvivenza banali: ascoltare musica o podcast, leggere, guardare la tv. Niente, non funzionava nulla. Ho iniziato a chiudermi in camera e guardare gli alberi fuori dalla finestra. Eccola, la soluzione che mi ha permesso di non soccombere. Non fare niente. L’avreste mai detto? Io neanche lontanamente.
Il punto, quando ci si sente nella ruota del criceto è cercare di individuare il momento critico e fermarsi prima. Ancora meglio riuscire a prevenirlo, così si evita di crollare. Sai di avere un mese di maggio delirante? Non prenderti impegni extra, cerca solo di arrivare sana a sera. Stai cercando di mettere insieme i pezzi della tua vita? Scegli un ambito per volta, perché non si possono combattere tutte le battaglie insieme. Men che meno se non sono le tue.
Questa primavera mi sta insegnando a rallentare, quando tutto intorno spinge per accelerare.
È la stagione per eccellenza che porta a uscire di più, fare di più, vedere più gente. E va anche bene, ma non a costo della propria salute. C’è chi in primavera fiorisce, io ho deciso di farmi travolgere dalla luce.
Non potevo che condividervi uno dei brani a me più cari dei Ministri. Se non li conoscete è d’obbligo un recupero.
Ogni settimana scegliamo una parola che racconta il mondo Atipiche.
Abilismo: è un sistema di credenze, atteggiamenti e pratiche che attribuisce maggiore valore alle persone considerate “abili” secondo standard fisici, cognitivi e comportamentali dominanti, discriminando — in modo esplicito o implicito — chi se ne discosta. Si manifesta non solo nelle barriere materiali, ma anche nel linguaggio, nelle aspettative sociali e nelle norme che definiscono cosa è “normale” o desiderabile. In un’ottica neurodivergente, l’abilismo contribuisce a marginalizzare modi diversi di pensare, apprendere e percepire il mondo, invece di riconoscerli come parte della naturale varietà umana.
Grazie, come sempre, per essere arrivatə fin qui.
Un abbraccio
Anna

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