Un po’ di notizie fresche di stampa. Per una volta, invece di approfondire un singolo argomento, ti segnalo alcune notizie molto recenti - due sul fronte della ricerca climatologica e due legate alla nostra ancora forte dipendenza dal gas di origine fossile - sulle quali mi sono imbattuto e che ritengo importante darti subito anche per battere sul tempo la concorrenza!
Oggi ti propongo un nuovo format, un blister di piccole Pillole per aggiornarne alcune scritte tempo fa e darti qualche notizia breve. Se il formato ti piace, mettimi un like qui su Substack e provvederò a ripeterlo in futuro, quando ce ne sarà bisogno.
El Niño ritorna… ed è più arrabbiato di prima
La mia avventura delle Pillole di Sostenibilità partì proprio con un articolo dedicato all’imminente El Niño, di cui ti spiegai dinamiche ed effetti.
Il 6 aprile, il NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration) - o quello che ne rimane, visti i tagli imposti dall’amministrazione Trump - ha pubblicato un briefing, poiché da tempo iniziano a essere evidenti i segnali di un nuovo El Niño, molto probabilmente tra i più intensi degli ultimi anni, tanto da essere definito un “super” El Niño.
Come ti spiegai a suo tempo, il fenomeno dell’ENSO (El Niño Southern Oscillation) e de La Niña - la successiva fase di raffreddamento della superficie dell’Oceano Pacifico orientale - non ha una cadenza regolare: in linea generale, si ripete ogni 2-7 anni con una durata di circa un anno, anche se i modelli climatici puntano a un aumento sia della sua frequenza che della durata.
E’ raro, infatti, che il fenomeno si protragga per anni, come è successo alla Niña tra il 2020 e il 2023. E’ accaduto solo tre volte dal 1950. Le condizioni climatiche generate da El Niño si riflettono sui modelli previsionali delle precipitazioni in diverse parti del mondo, poiché hanno un effetto diretto sul comportamento del jet stream, la corrente di alta quota che delimita le celle polari.
Proprio per questo, gli effetti di El Niño si sentono particolarmente al termine dell’Estate, rallentando il jet stream polare proprio mentre tende a riacquistare vigore. Questo, in parte, contribuisce indirettamente anche ad aumentare la probabilità della formazione dei cosiddetti “Omega block”, ovvero condizioni stazionare prolungate di alte o basse temperature, oltre a intensificare le precipitazioni o i periodi di siccità, come stiamo imparando a convivere in tutto il mondo.
Gran parte degli oltre 20 modelli dell’anomalia termica superficiale della zona del Pacifico in cui si manifesta (Niño3.4) - visualizzati qui sopra - prevedono un innalzamento fino a 2.5°C delle temperature per ottobre, classificato come medio-alto.
La possibilità - per ora da confermare - che si possa trattare di un “super” El Niño, implica che il fenomeno superi la soglia dei 2°C di aumento rispetto ai livelli stagionali e possa, quindi, generare un cambiamento di regime climatico (climate regime shift o CRS), ovvero che gli effetti si ripercuotano per decenni sull’anomalia climatica globale.
Gli ultimi eventi di simile intensità si sono osservati nel 1982‑83, 1997‑98 e 2015‑16. Alcuni esperti - intervistati dal Washington Post - sostengono che si possa trattare dell’evento più forte in oltre un secolo.
Vedremo nei prossimi mesi come evolverà, per ora si tratta solo di speculazioni, sebbene sarà molto probabilmente un evento rilevante. Non mancherò di riparlarne in futuro.
Nuova ricerca sul probabile collasso dell’AMOC
Anche qui, ti invito a rileggere una mia precedente Pillola, in cui ti spiegavo ruolo e dinamiche delle circolazioni termoaline, in particolare di quella atlantica meridionale.
La ricerca redatta dal Potsdam Institute for Climate Impact Research (PIK) e pubblicata su Nature il 27 marzo, ha effettuato nuove simulazioni di uno scioglimento rapido della calotta polare artica, con la relativa immissione di enormi quantità di acqua dolce e fredda, per studiare gli effetti del collasso dell’AMOC.
Le conclusioni della ricerca sono tanto interessanti quanto inquietanti, poiché rivelano la possibilità di sollevare dalle profondità oceaniche acque ricche in carbonio, con la successiva emissione - su orizzonti temporali secolari - di CO2 in atmosfera.
Negli scenari analizzati dal paper, l’interruzione del flusso dell’AMOC potrebbe causare un aumento delle temperature globali di 0.17-0.27°C. Gli effetti localizzati potrebbero essere ben più marcati, con un aumento di 6°C della regione antartica, a fronte di un abbassamento di 7°C nella zona artica, dei quali effetti ti avevo parlato nella Pillola sul tema.
Quello che ne consegue è che, secondo il paper, il collasso dell’AMOC rappresenterebbe un importante feedback climatico, innescando un’aggiuntiva accelerazione dello scioglimento del ghiaccio sul continente antartico, il cui contributo è determinante nell’aumento dei livelli dei mari.
Se prima si riteneva che l’AMOC, entro la fine del secolo, avrebbe modificato radicalmente il clima dell’Europa settentrionale, questa nuova ricerca apre a scenari catastrofici su scala planetaria.
Nei racconti di fantascienza accettiamo che una minima azione nel passato possa cambiare radicalmente il presente. Eppure, non capiamo che anche oggi servono scelte immediate, se vogliamo evitare di vivere domani in un mondo più ostile.
Mal’aria da fughe di gas
Anche in questo caso, riprendo una vecchia Pillola, sempre attuale, sull’inquinamento dell’aria nelle abitazioni. A suo tempo, ti parlai delle emissioni delle fiamme dei fornelli a gas in cucina.
Una ricerca pubblicata il 25 marzo, che analizza le fughe di gas in casa con dati rilevati in più di un centinaio di abitazioni in tre Paesi europei - Italia, Regno Unito e Paesi Bassi - mi permette di tornare sull’argomento per integrare quanto detto in precedenza.
L’intero ciclo del metano è caratterizzato da fughe incontrollate, con il relativo contributo climalterante, che nel caso del metano arriva a 80 volte quello della CO2. Ne avevo parlato qui, in una Pillola relativa alle fughe nei siti di estrazione e avevo anche mostrato il suo impatto del settore della navigazione, dove le stime sulle emissioni non includono le fughe dai serbatoi delle navi.
In casa, siamo spesso convinti che questo fenomeno non avvenga. In fondo, chiudendo la valvola del fornello, si ha la sensazione di aver sigillato la tubazione. In realtà, bastano pochi anni per far sì che le valvole inizino a perdere, i tubi flessibili si lacerino, i raccordi si allentino e si corrodano.
Anche le caldaie a gas casalinghe presentano lo stesso problema. Il controllo annuale dei fumi si limita, infatti, ad analizzare quelli in uscita al camino e non valuta le perdite in casa.
Gli autori della ricerca riportano che il 40% delle cucine campionate risultava perdere gas. Nel 9% dei casi, i livelli di benzene rilevati hanno superato i limiti di legge. I quantitativi dell’idrocarburo cancerogeno contenuti nel gas incombusto, infatti, sono risultati da 9 a 73 volte superiori agli standard nordamericani, mentre gli odoranti a base di zolfo - che dovrebbero aiutare a rilevare le fughe - sono risultati inferiori.
Ne consegue che, a fronte di un limite - imposto dall’Unione Europea - di 1.6 ppbv (parti per miliardo in volume) per l’esposizione al benzene, la fuga di gas nelle case londinesi analizzate è rilevabile dall’odore quando i livelli di benzene raggiungono le 62 ppbv, 40 volte oltre la soglia.
In pratica - escludendo tutto il discorso sulle emissioni del gas combusto fatto nella mia pillola precedente - la sola emissione di gas incombusto risulta più pericolosa per i livelli di benzene di vivere con un fumatore. Un fumatore che consuma 20 sigarette al giorno, infatti, inala fino a 4 volte il benzene di un non fumatore.
Il problema non è circoscritto all’ambiente casalingo, ma si presenta anche in prossimità della rete cittadina di distribuzione del gas e alle pompe di rifornimento per gas per autotrazione.
Non ti pare che sia arrivato il momento di liberarsi del gas in casa? Fornelli a induzione e pompe di calore, subito!
Un successo delle politiche di transizione
Lo ha annunciato il Presidente del Governo spagnolo Pedro Sánchez pochi giorni fa e la notizia è girata parecchio, nonostante non fosse una novità per tanti di noi che seguono il mercato energetico e l’evolversi della transizione energetica europea.
In Spagna l’energia costa in media meno della metà che in Italia, arrivando persino a raggiungere un decimo del prezzo di mercato nostrano.
A causa della natura interconnessa della rete europea, l’aumento dei prezzi del gas ha inevitabilmente effetti su tutto il territorio dell’Unione (e oltre). Tuttavia, i Paesi ancorati a una forte dipendenza dal gas sono quelli che ne risentono maggiormente.
La crescita di solare fotovoltaico ed eolico - nei Paesi europei che hanno accelerato la transizione tra il 2019 e il 2024 - ha fatto risparmiare prezioso denaro in riduzione delle importazioni di gas e di carbone.
La Spagna è stata la più virtuosa: con oltre il 60% di copertura nel mix elettrico, ha ridotto le oscillazioni della bolletta nazionale causate dall’influenza del gas nella definizione del prezzo all’ingrosso dell’energia, risparmiando oltre 14 miliardi di euro in cinque anni. Seguita dalla Germania - che ha investito massicciamente nelle rinnovabili a partire dalla chiusura delle sue centrali nucleari - con oltre 12 miliardi di euro e dall’Olanda con 6 miliardi.
L’Italia, che solo da poco ha ripreso timidamente - dopo un fermo durato quasi 15 anni - ne ha risparmiati meno di 3 miliardi. Invece di comprendere che i costi energetici si possono ridurre unicamente con le rinnovabili, il governo investe nell’espansione della quota di gas, punta sulla creazione di un hub europeo con il Piano Mattei della Meloni e posticipa l’abbandono del carbone, mentre il resto dell’Unione se ne sta liberando.
L'Italia è uno dei mercati più esposti ai prezzi del gas e la Spagna, il meno. In Spagna, il gas ha influenzato il prezzo dell'elettricità solo nel 15% delle ore del 2026 finora, rispetto all'89% dell’Italia.
Il disaccoppiamento strutturale dalla fonte fossile raggiunto nel mercato spagnolo dovrebbe servire come modello, mentre è stato completamente ignorato dal governo italiano, orgogliosamente aggrappato alla propria ideologia politica e pertanto incapace di accettare una “buona pratica” da un rappresentante politico di sinistra, anche quando si tratta di tutelare la sopravvivenza di milioni di concittadini e migliaia di aziende, tra i quali i suoi stessi elettori.
Questa situazione è ulteriormente acuita dall’attuale conflitto in corso nella regione iraniana. Sarebbe auspicabile che il governo italiano intervenisse immediatamente con un “piano Marshall” di sblocco e accelerazione delle installazioni in attesa da mesi - alcune volte da anni - e sufficienti da sole a raggiungere i target al 2030 e assicurare una riduzione sensibile dei costi energetici.
Cosa dobbiamo ancora attendere perché i nostri politici si rendano conto di quanto l’Italia stia perdendo in competitività e letteralmente bruciando denaro pubblico nelle centrali elettriche a gas e carbone?
Grazie per aver letto Pillole di Sostenibilità. Questo post è pubblico, condividilo per aiutare il progetto a crescere!

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