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Macchine pensanti · Jun 19, 2026

Magnifica, fragile umanità

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Una riflessione sull'enciclica di Leone XIV

Il 25 maggio 2026 papa Leone XIV ha pubblicato la sua prima enciclica, Magnifica Humanitas, dedicata alla “custodia della persona umana nel tempo dell'intelligenza artificiale”. È proprio sul significato di tale ‘custodia’ che mi soffermo oggi, per raccogliere la domanda di senso che emerge dalle parole della enciclica: in questo momento in cui la tecnologia imita i nostri processi cognitivi e le nostre produzioni in modo così efficace, abbiamo chiara quale è la nostra visione antropologica?



Risposte implicite

L'enciclica si compone di sette parti: una introduzione, cinque capitoli e una conclusione. Nei primi due capitoli, Leone XIV delinea la sua visione antropologica. Una visione antropologica è l’insieme delle risposte che diamo alla domanda ‘che cosa è per me un essere umano?’. Tutti abbiamo una nostra visione antropologica, che usiamo e applichiamo nelle nostre scelte, quasi senza accorgercene: nel modo con cui rispondiamo a telefono, nel tono che usiamo nello scrivere una mail, quando scegliamo se rispettare o meno una fila, se trarre vantaggio dagli errori di un nostro concorrente, se usare la violenza come modalità di confronto e così via. In tutti questi casi, infatti, partiamo da una considerazione implicita di cosa sia l’essere umano (cioè di noi stessi e degli altri), di quanto vada rispettato, di quanto possiamo abusarne, di come pensiamo di conviverci; decidiamo, spesso inconsciamente, se ogni persona sia portatrice di diritti non negoziabili o se la dignità sia un lusso che si può accordare o meno, secondo convenienza.

La visione antropologica che Leone XIV delinea nei primi due capitoli parte dalla semplice constatazione delle difficoltà che ognuno di noi incontra ogni giorno nella sua vita: non sappiamo mai se quello che stiamo leggendo o che ci stanno raccontando è vero o falso; abbiamo sempre dubbi nelle nostre scelte perché non sempre sappiamo decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato; non abbiamo mai la certezza che le persone che ci circondano siano intellettualmente ed emotivamente oneste con noi e anche noi siamo spesso ondivaghi nei rapporti; viviamo continuamente stagioni di conflitto delle comunità; siamo testimoni, giorno per giorno, dei piccoli grandi inciampi del nostro corpo; avvertiamo sempre la potenziale incombenza della morte. Non sono colpe né fallimenti di chi non sa ‘fare bene’ l'essere umano: sono le dimensioni costitutive della nostra condizione. Siamo fragili, per natura e tutti. Ed è proprio su queste caratteristiche di 'naturalità' e di 'universalità' che si fonda la visione di Leone XIV: poiché queste difficoltà non derivano da negligenza o da debolezza personale ma appartengono a tutti nella stessa misura, nessuno può imputarle all'altro come una colpa e nessuno può dire di sé di non essere fragile. La fragilità non è uno stato di cui vergognarsi; è il terreno su cui ogni umano deve e non può non stare.


Fragilità

Nel terzo capitolo, Leone XIV, dopo aver delineato questa visione antropologica, analizza le caratteristiche dell’IA. Di questa tecnologia il papa indica due aspetti decisivi: la rapidità della sua evoluzione (che rende qualsiasi affermazione su di essa obsoleta in pochi giorni) e la sua opacità (il fatto cioè che non solo chi la usa ma anche chi la sviluppa non sa fino in fondo come funziona). Ed è proprio in virtù di questi due aspetti che Leone XIV ritiene necessario premettere, all’analisi dell’IA, la sua visione antropologica. Prendere infatti piena consapevolezza della nostra condizione (delle difficoltà che incontriamo tutti ogni giorno nel discernere il vero dal falso o il giusto dallo sbagliato, nel disegnare spazi di tolleranza sociale o nel convivere con la malattia e la morte) significa riconoscere preventivamente i limiti della nostra capacità di giudizio. E riconoscere preventivamente questi limiti è l’unico atteggiamento ‘sano’ di fronte a una tecnologia opaca e veloce: chi sa di non sapere abbastanza mantiene una vigilanza critica quando non comprende fino in fondo ciò che usa o crea; quando cioè lo strumento che ha davanti evolve con una rapidità incontrollabile e funziona secondo logiche non trasparenti. Senza questa consapevolezza preventiva, la tecnologia rischia di alimentarsi delle nostre fragilità, trasformandole in leva di controllo: facendoci credere vere cose che sono false, indirizzandoci verso scelte morali deviate senza che ce ne accorgiamo, colonizzando il nostro spazio decisionale con la forza stessa della sua opacità. Per questo una visione antropologica è necessaria, preventivamente: se si sviluppa o si usa una tecnologia così rapida e opaca senza ben chiara prima la propria visione dell’umano, il limite di ciò che vogliamo che faccia o non faccia per noi non sarà più fissato dai nostri valori e dal rispetto delle nostre fragilità ma verrà ricalcolato continuamente dopo, in una perversa inversione: non la tecnologia che supporta la nostra fragilità ma la nostra fragilità che insegue la tecnologia.


Leone XIV scrive da capo della chiesa cattolica, e la sua valorialità ha ovviamente una matrice e un obiettivo religiosi. Sono però da tempo convinto che una visione antropologica che si fondi sulla presa d’atto della fragilità umana sia oggi per tutti indispensabile (ne ho parlato in questo breve commento alle Confessioni di Agostino): nei teatri di convivenza politica come in quelli economici, nel confronto tra culture e tra individui e, ancor di più, nella relazione con le nuove tecnologie, quelle che riescono a imitare perfettamente le nostre capacità di calcolo e di produzione di contenuti. Ci sono infatti due ‘atti di prudenza’ che la consapevolezza della nostra fragilità ci suggerisce nella relazione con l’IA. Il primo è epistemico: nessuno di noi (né l'utente, né il progettista, né il legislatore) sa abbastanza di questa tecnologia da poter prevedere dove andrà a parare, e chi finge di saperlo sta già negando la propria, umana fragilità, ipnotizzato dalla potenza di quello strumento. Il secondo è morale: l'IA non è neutra, perché si nutre delle fragilità di chi l'ha costruita (i pregiudizi, le priorità, le omissioni di chi ha scritto il codice e selezionato i dati) e incide su quelle di chi la usa, amplificando vulnerabilità, orientando scelte, modellando desideri, e per questo rischia di diventare, da strumento di potenziale supporto alle nostre debolezze, occasione di dominio.


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