La settimana scorsa, parlando del primo capitolo del mio libro Una intelligenza fantastica (è possibile scaricarlo gratuitamente o acquistare una copia cartacea a questo link), abbiamo concluso che, anche quando capiamo che dietro gli incredibili output della IA c’è solo un ‘gioco matematico’ e non un pensiero, in noi resta comunque la meraviglia per il risultato quasi magico che otteniamo.
Oggi proviamo a fare un passo in avanti, per mostrare che quella meraviglia nasce dalla nostra passione per le imitazioni ben fatte.
Aristotele - Fonte
Cominciamo con una definizione di ‘imitazione’.
Nel dialogo Sofista, Platone ne distingue due tipologie.
C’è l’imitazione icastica, che riproduce fedelmente le proporzioni e la struttura dell’originale, a costo di risultare ‘sbagliata’ agli occhi di chi guarda; e c’è l’imitazione fantastica, che dell’originale non si cura affatto e distorce deliberatamente le proporzioni pur di apparire convincente all’osservatore.
Facciamo un esempio.
Immaginiamo un lungo colonnato, con le colonne tutte identiche e allineate a distanze regolari. Se lo guardiamo dal fondo, la prospettiva rimpicciolisce le colonne più lontane e le fa apparire via via più basse e ravvicinate. Un pittore icastico dipingerebbe il colonnato per com’è realmente, con tutte le colonne uguali: una riproduzione estremamente fedele alla realtà ma, ai nostri occhi, piatta e quasi sbagliata. Un pittore fantastico, al contrario, dipingerebbe le colonne via via più piccole, tradendo così le proporzioni reali ma restituendo esattamente l’immagine che il nostro occhio si aspetta. Il primo è fedele a come è la realtà; il secondo è fedele a come la vede il nostro sguardo.
L’IA appartiene alla seconda famiglia. Non imita ciò che noi siamo (cioè la base biologica e neurale che ci rende capaci di pensare, parlare e scrivere) ma ciò che di noi appare all’esterno: il linguaggio, la scrittura, il testo che produciamo o le operazioni necessarie per installare un software. È stata costruita osservando la superficie del pensiero, la sua efficacia esteriore. È, in senso platonico, un’imitazione fantastica: dentro non c’è nulla che pensi mentre fuori, sullo schermo, tutto sembra pensato. Ed è proprio questa sua capacità di imitarci (almeno esteriormente) che ce la fa sembrare magica e che ci attrae così tanto.
Come a teatro
In linea generale, nel nostro immaginario, la parola ‘imitazione’ non ha sempre una accezione positiva: indica una copia, e una copia, per quanto ben fatta resta a distanza dall’originale. In questo siamo rimasti ostinatamente platonici: nessuno di noi, potendo scegliere, preferirebbe la più brava delle cover band al proprio cantante nel pub sotto casa.
In tante altre occasioni, però, l’imitazione suscita in noi una reazione esattamente opposta, di ammirazione e fascino. Quando per esempio entriamo in una sala teatrale o guardiamo un film, sappiamo che le spade sono finte, che il sangue è liquido colorato, che l’attore che sta per morire si rialzerà agli applausi e che tanto di quello che vediamo sono effetti speciali. Nonostante questa consapevolezza, piangiamo o ci entusiasmiamo per qualcuno che non è mai esistito e per vicende mai accadute. È il paradosso su cui si ferma Aristotele nella Poetica: come può una messa in scena commuovere chi guarda, se chi guarda sa benissimo che ciò che vede non è reale? La risposta è che non ci affascina la verità di quegli eventi, ma la loro verosimiglianza: non il fatto che l’attore stia morendo davvero ma la capacità di imitare quella azione; il fatto che sembra veramente che stia morendo.
Quando guardiamo ChatGPT o Claude costruire, parola per parola, una risposta, la struttura di quell’esperienza è la stessa. Sappiamo senza dubbio che ciò che abbiamo davanti non è un essere umano; abbiamo imparato che non pensa ma calcola; eppure, la fluidità della scrittura e il ritmo del dialogo ci colpiscono e l’effetto emotivo scatta lo stesso, esattamente come quando siamo in platea.
Non ci stupisce (soltanto) la verità di ciò che l’IA scrive ma la maestria con cui fa finta di essere noi.
L’IA non pensa, non è una mente né un soggetto: lo abbiamo determinato entrando nel suo mulino e guardando da vicino i meccanismi di calcolo che la governano. Eppure continua a stupirci, perché ci imita in modo spesso eccellente e lo fa proprio là dove ci riconosciamo di più: nelle parole, nel dialogo, nel modo in cui diamo forma ai pensieri. Ma un’imitazione così riuscita non è sempre una buona notizia. Ciò che sa somigliarci tanto da vicino può anche avvicinarsi ai nostri punti più scoperti e toccarci dove siamo più fragili.
Ne parliamo la settimana prossima.
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