Comincio oggi una nuova serie di contenuti, parallela a Macchine Pensanti, che continuerà ad arrivarvi ogni quindici giorni, il venerdì mattina.
“Altre macchine” è uno spazio per condividere le cose più interessanti che mi capita di leggere su Substack: non pubblicazioni scientifiche chiuse e definitive ma articoli pensati come riflessioni aperte, da attraversare assieme a chi le scrivere.
Altre macchine uscirà il lunedì mattina, come invito a cominciare la settimana leggendo qualcosa che secondo me merita attenzione. Non avrà, almeno per ora, una cadenza rigida. Seguirà il ritmo delle mie letture ma soprattutto quello delle conversazioni che nasceranno attorno a esse.
Se vorrete entrarci, i vostri commenti e i nostri dialoghi saranno il suo vero motore.
Cominciamo con i primi tre suggerimenti di lettura.
Il primo suggerimento è un articolo di Michele Smargiassi sul suo Fotocrazia.
L’era delle psicoimmagini vi accompagna in una riflessione molto lucida su quale siano le possibilità distorsive offerte dalle nuove tecnologie applicate alle immagini. Siamo infatti abituati a pensare che una foto sia fake solo se ritrae un avvenimento che non è mai accaduto o ne modifica i dettagli; Michele Smargiassi ci aiuta a riflettere sul fatto che, talvolta, per produrre un effetto tossico basta calcare la mano su alcuni aspetti ‘emozionali’, senza inventare niente.
Per chi opera nella sfera della cura (nel senso più ampio) della vita psichica è oggi una sfida molto interessante il confronto con i LLM: non sono soggetti con una storia psichica ma reagiscono linguisticamente come se ce l’avessero. E questo apre una domanda delicata: non tanto se siano portatori di patologie, quanto se – e come – mettano in scena configurazioni sintomatiche attraverso il linguaggio.
Nell’articolo che vi segnalo, Il lutto senza il morto. Linguaggio e psicopatologia sintetica degli LLM nell’esperimento PsAIch, Davide Riboli racconta un esperimento di ‘sedute di psicoterapia’ a dei LLM per offrire una riflessione sul ruolo ‘traumatico’ che il linguaggio nella nostra esperienza quotidiana, secondo uno schema di lettura che a me piace molto quando si parla di nuove tecnologie: partire da come funzionano ‘loro’ per capire meglio come funzioniamo noi.
Abbiamo parlato di immagini il cui volume emotivo viene alzato fino alla saturazione. Ma, al di là delle forzature tossiche prodotte grazie alla tecnologia, che tipo di intensità cerchiamo nei contenuti che leggiamo o guardiamo?
La pornografia del dolore. Quando la sofferenza diventa spettacolo è il titolo dell’articolo con il quale Benedetta artefacile riflette su un intero ecosistema che premia ciò che scuote, colpisce, destabilizza. Qui la manipolazione non passa necessariamente dall’alterazione dei fatti ma dalla trasformazione della sofferenza in dispositivo narrativo ad alto rendimento emotivo (ed economico).
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