“La speranza è l’unico bene comune a tutti gli uomini. Chi ha perso tutto, la possiede ancora.”
- Antico proverbio greco
Questa notte, come ogni dieci agosto, migliaia di famiglie italiane si stenderanno su prati e spiagge per osservare le stelle cadenti della notte di San Lorenzo, pronunciando in silenzio un desiderio al passaggio di ogni scia luminosa.
Anche noi, da anni, portiamo Christian, Alessandro e Gaia su una collina vicino casa, con coperte stese sull’erba, per questo piccolo rituale che si ripete puntuale ogni estate.
L’anno scorso, dopo aver osservato la prima stella cadente insieme, Gaia mi ha chiesto se i desideri espressi in quella notte funzionassero davvero, oppure fosse “solo una cosa che si dice”.
Non le ho risposto con una spiegazione scientifica sulle Perseidi, l’ho lasciata semplicemente nel dubbio poetico di quella domanda.
Ma quella sera, tornando a casa, ho ripensato a lungo a cosa renda così universale e persistente questo gesto, ripetuto in culture diverse da secoli, di affidare un desiderio al cielo notturno.
La tradizione di esprimere desideri osservando fenomeni celesti attraversa culture molto diverse tra loro, dalla notte di San Lorenzo nella tradizione cattolica alle pratiche di osservazione stellare in tradizioni orientali e precolombiane.
Questa universalità suggerisce che il gesto non risponda semplicemente a una superstizione locale, ma tocchi qualcosa di più profondo e condiviso nella psiche umana: il bisogno strutturale di nominare esplicitamente ciò che desideriamo, e di farlo in un contesto che ci ricordi, attraverso l’immensità del cielo notturno, la nostra appartenenza a qualcosa di più grande di noi stessi.
La psicologia della speranza, un campo di ricerca sviluppato in particolare dallo psicologo Charles Richard Snyder, offre strumenti preziosi per comprendere perché questo semplice gesto, apparentemente ingenuo, abbia un valore psicologico reale, indipendentemente da qualunque credenza sulla sua efficacia magica.

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