RSS Amplifier

Appunti - di Stefano Feltri · Aug 23, 2026

Un’altra idea di potere

0
Sign in to vote or save

Andrea Cavallini · Appunti - di Stefano Feltri

Sottoporre il potere a criteri, controlli e finalità morali presuppone che il potere possa degenerare, cioè che chi lo esercita non sia moralmente affidabile. È una premessa antiutopica: l’utopia è semmai la fiducia che il potere, se affidato alle persone giuste o alle regole giuste, non abbia bisogno di essere sorvegliato. La struttura teologica del già e non ancora funziona quindi come antidoto all’utopia politica, non come sua fonte

Andrea Cavallini

Abbonati ora

Andrea Cavallini, sacerdote della Diocesi di Roma, insegna presso la Pontificia Università Gregoriana e scrive su Appunti. Ha studiato filosofia e teologia a Roma (Sapienza, Gregoriana, Augustinianum) e a Salerno (Università di Salerno). È specialista del pensiero tardoantico e medievale.

Il saggio dello storico Giovanni Orsina (Il Foglio, 17 agosto) sulla prima enciclica di Leone XIV è un testo serio, e su una parte non piccola del suo argomento sono d’accordo. Non lo sono sulla tesi centrale, e credo che il disaccordo dipenda da una premessa non dichiarata.

Per Orsina fare politica significa «arbitrare in modo autoritativo tra valori e interessi che confliggono, [...] scegliere e far valere la scelta anche contro chi non la condivide»: il potere è dunque, per definizione, la capacità di costringere un attore riluttante.

È il concetto dello Stato sovrano moderno, e con quel metro la tradizione cattolica appare come assenza di una teoria del potere. A mio parere è invece una teoria concorrente, più antica, contro la quale lo Stato sovrano è stato costruito.

Aggiungo un secondo punto: la tensione escatologica che percorre l’enciclica non è la sorgente della deriva antipolitica che Orsina denuncia, ma il suo antidoto.

Il saggio muove dal confronto fra la politica senza morale di Donald Trump e la morale senza politica di Leone XIV, e nel merito accusa l’enciclica di perfettismo. Il potere vi comparirebbe quasi solo in forme patologiche: «il solo potere che la Magnifica Humanitas riconosce buono, in fin dei conti, sembra esser quello che ha cessato di essere tale».

Il capitolo quinto dedicherebbe una sezione agli strumenti della civiltà dell’amore, ma «non vi troviamo una sola leva capace di costringere, un solo meccanismo grazie al quale un attore riluttante possa esser forzato»: solo «disposizioni dell’animo, atti verbali, pratiche spirituali».

Sul piano storico, Orsina colloca il documento in una genealogia lunga: la spinta individualista degli anni Sessanta, il rifiuto della politica come macchina disciplinante negli anni Settanta, la migrazione dell’utopia verso l’etica, il diritto e il mercato, fino a quello che chiama «ordine storico radicale»: regole astratte amministrate da corti, banche centrali e tecnocrazie internazionali, con l’aspirazione a una perfezione finale e senza conflitti ultimativi.

La cultura democristiana si sarebbe accomodata dentro quell’ordine, e l’Europa lo avrebbe tradotto in istituzioni.

Di qui la conclusione: un pontificato «del tutto sbilanciato sul versante universalista», che indica «una grande meta etica» ma «non è in alcun modo una guida all’azione».

Il primo punto su cui Orsina ha ragione è l’analisi della crisi europea, la parte migliore del saggio. L’Unione non riesce a decidere a quale livello ripoliticizzarsi – centro sovranazionale, capitali nazionali, prassi intergovernativa – e le tre risposte si paralizzano a vicenda perché la sovranità richiederebbe un soggetto solo.

Si aggiunge il conto delle promesse: per trent’anni si è assicurata alle opinioni pubbliche la pace come dato acquisito e i diritti come orizzonte in espansione perpetua, e oggi quelle opinioni si trovano impreparate all’imperfezione.

La diagnosi regge, e la richiesta finale – che i cristiani tornino a pensare concretamente la politica – la condivido.

Il secondo riguarda la guerra giusta. Orsina ha visto bene e sbaglia solo il nome. Il n. 192 “ribadisce” il superamento della teoria della guerra giusta, «fermo restando il diritto alla legittima difesa intesa nel senso più stretto», rinviando a Fratelli tutti 258 e al Catechismo 2309.

È uno sviluppo dottrinale reale, che non va minimizzato. La regola che vi opera è però classica: resta stabile il principio – la forza è lecita solo se difensiva, proporzionata, con speranza fondata di successo – e muta la premessa empirica, cioè quali mezzi possano oggi soddisfare quelle condizioni.

Ciò che muove il magistero in avanti è il giudizio prudenziale sulle circostanze, cioè su ciò che cambia, e la direzione è in effetti quella del restringimento progressivo della nozione. Ma non si arriva allo zero: la soglia è quella della legittima difesa e di una interpretazione non estensiva di questa nozione.

Chiamarlo perfettismo significa scambiare per moralismo un argomento sui fatti.

Da qui, però, Orsina trae una conseguenza che non mi sembra accettabile. Poiché l’enciclica ammette la forza solo come legittima difesa in senso stretto, l’attacco americano all’Iran andrebbe condannato sic et simpliciter; e anche se fra qualche anno si scoprisse che Trump ha reso il Medio Oriente più stabile, «l’iniziativa americana resterebbe comunque illegittima».

Questo mostrerebbe che nel documento «la legge e la morale prevalgono sull’opportunità politica», e che il breve periodo finisce per prevalere sul lungo.

Ma è precisamente ciò che una norma morale deve fare. Se un esito favorevole potesse rendere legittimo a posteriori il mezzo che lo ha prodotto, il criterio ultimo del giudizio politico diventerebbe il risultato; e poiché il risultato è conoscibile soltanto dopo, ogni politica di potenza potrebbe giustificarsi in anticipo con una previsione favorevole del futuro.

Il vincolo morale non è qui un difetto di realismo: è ciò che impedisce al realismo di scivolare nel consequenzialismo.

Orsina osserva del resto lui stesso (e io concordo) che «è dubbio che l’offensiva militare rappresenti il modo migliore per tagliare le unghie alla Persia»: se il criterio fosse l’esito, quella incertezza basterebbe a sospendere il giudizio, non a fondarlo.

Quanto al breve e al lungo periodo, l’enciclica dice l’opposto di ciò che le si imputa. Il n. 63 accusa la politica che «rinuncia a una visione di lungo periodo e si riduce a calcoli di breve termine o a sterili polarizzazioni»; il n. 191 osserva che le decisioni prese su calcoli di forza risultano «prive di una visione delle conseguenze a lungo termine».

Il criterio degasperiano che Orsina invoca è dalla parte del testo che critica.

Ma il punto principale è l’accusa di antipolitica: Leone XIV starebbe al termine di una tendenza antipolitica novecentesca e il generale consenso per le sue affermazioni sarebbe la prova che siamo tutti intrisi di antipolitica.

Prima due rilievi testuali: le espressioni citate come prova – «progettazione responsabile», «valutazioni d’impatto umano e sociale», «inclusione» – non stanno nel capitolo quinto. Stanno al n. 14, nell’introduzione, nel paragrafo sul linguaggio evangelico, dove il Papa si rivolge ai credenti e non alle istituzioni.

Quanto alla presunta assenza di leve capaci di costringere, il testo in realtà ne contiene diverse, tutte come richieste esplicite all’autorità pubblica: interventi legislativi che fissino limiti di età e responsabilizzino i fornitori di servizi digitali «senza scaricare l’onere della limitazione sulle famiglie» (n. 142); la proprietà dei dati che «non può essere affidata solo a privati» e «va regolamentata» (n. 108); una fiscalità che «chieda di più a chi dispone di maggiori risorse» (n. 162); controllo umano effettivo sull’uso della forza letale (n. 200). Un’imposta progressiva è una leva coercitiva.

Anche sul terreno internazionale, dove l’obiezione inciderebbe di più, le leve in realtà ci sono.

Il n. 202 lamenta che «i tribunali competenti sui crimini di guerra» e «le corti chiamate a dirimere le controversie tra Stati» vengano «aggirati o indeboliti»; il n. 200 chiede «regole condivise, anche a livello internazionale» che frenino la corsa agli armamenti tecnologici. Sono apparati coercitivi, e l’enciclica ne deplora la perdita di forza.

Il n. 71 è una chiave utile: oggi, nella rivoluzione digitale, «il livello superiore non è lo Stato, ma ogni grande attore economico e tecnologico che esercita un potere di fatto sulle condizioni della vita comune».

La sussidiarietà è qui rivolta contro il potere privato, non contro quello pubblico, e il n. 69 aggiunge che essa «non giustifica il disimpegno dello Stato, ma ne orienta l’azione».

Chiedere all’autorità pubblica di sottoporre a norma soggetti più forti di molti governi non è antipolitica: è domanda di restaurazione del politico.

Il passaggio decisivo del saggio è questo. La cultura democristiana «ha sempre maneggiato con sospetto e fatica il concetto di sovranità» e «ha considerato l’idea di una potestà separata e trascendente che governi il corpo politico dall’alto un errore teologico prima ancora che politico»; ne sarebbe risultato «un complesso sistema finalizzato a espungere la dimensione del potere assoluto dalla realtà umana».

L’ultima affermazione è esatta. Le prime due invertono la cronologia.

Orsina sostituisce alla genealogia dichiarata dall’enciclica una sua ricostruzione. Il documento espone la propria nel capitolo primo, ripercorrendo il magistero sociale da Leone XIII in avanti; ma le radici si trovano anche prima di fine Ottocento, e risalgono alle riflessioni della prima e seconda Scolastica.

La sussidiarietà riceve formulazione sistematica in Quadragesimo anno 79-80 (1931), e la sua elaborazione concettuale risale a Luigi Taparelli d’Azeglio, Saggio teoretico di dritto naturale (1840-1843).

L’idea di un ordine sovranazionale che vincoli gli Stati è in Vitoria nel 1528: totus orbis, qui aliquo modo est una respublica (De potestate civili, n. 21, ed. Urdánoz, p. 191). Il limite alla sovranità assoluta è la posta in gioco della potestas indirecta di Bellarmino, che limita insieme il papa e il principe, e della Defensio fidei di Suárez (1613), scritta contro Giacomo I Stuart, bruciata a Londra per aver negato il diritto divino dei re e condannata dal Parlement di Parigi per la dottrina del tirannicidio: colpita, cioè, da entrambi i lati della frattura confessionale, da chi difendeva la sovranità del principe.

Il fondamento metafisico resta quello di Tommaso nel XIII secolo: anche nello stato d’innocenza vi sarebbe stato *dominium* di liberi su liberi, ordinato al bene del suddito (Summa theologiae I, q. 96, a. 4).

Il potere non è conseguenza del peccato; lo è soltanto la sua forma dispotica. Con quel testo alle spalle non si può leggere la tradizione come se trattasse il potere alla stregua di una patologia.

Ne emerge invece un concetto di potere preciso: finalizzato, perché giudicato dal fine per cui esiste, e articolato, perché distribuito su livelli e corpi.

Nel 1576 Bodin definisce la sovranità come “puissance absolue et perpétuelle”: concentrata, indivisibile, sciolta dalle leggi. È il potere della modernità.

Si tratta di due concetti alternativi di potere, e la tradizione cattolica non si è ritirata davanti a quello moderno ma, possiamo dire, gli si è opposta e ha perso.

Ciò che Orsina descrive come esorcismo del potere è l’idea cattolica che debba essere limitato e lo sia di fatto: il potere è limitato di diritto (perché finalizzato) e di fatto (perché ogni ordine storico è penultimo).

La limitazione è ciò che distingue il potere dalla forza.

Resa l’accusa più insidiosa, quella di utopismo, e mi sembra che l’enciclica dica l’opposto di ciò che le si attribuisce.

L’«ordine storico radicale» descritto da Orsina è quello che colloca la perfezione sociale al termine di un processo immanente e affida il suo raggiungimento alle regole, alla crescita economica e alla moralizzazione progressiva.

La struttura è facilmente riconoscibile: una condizione finale di perfezione, nessun conflitto ultimativo, giochi che sul lungo periodo daranno necessariamente somme positive. È una escatologia trasferita dentro la storia, secondo lo schema descritto da Karl Löwith in Meaning in History.

Magnifica Humanitas fa il movimento contrario. La città compiuta non è un esito storico: discende dall’alto come dono (nn. 10 e 242, con Ap 21,2), e la ricapitolazione di ogni cosa in Cristo (n. 233, con Ef 1,10) è una promessa e non un programma da applicare.

Il quadro di lettura è quello agostiniano delle due città e dei due amori, citato al n. 130: lo stesso in cui la “pax terrena” è un bene reale, che la città pellegrina cerca e usa, ma penultimo (De civitate Dei XIX, 17).

Da qui le affermazioni antiutopiche del testo: ogni transizione reale «procede per discontinuità: è disuguale, frammentaria, talvolta conflittuale» (n. 153), e le conquiste morali hanno «il volto di un cammino lungo e faticoso, segnato anche da battute d’arresto» (n. 123).

A questo si aggiunge un argomento antropologico che vale la pena esplicitare. Sottoporre il potere a criteri, controlli e finalità morali presuppone che il potere possa degenerare, cioè che chi lo esercita non sia moralmente affidabile.

È una premessa antiutopica: l’utopia è semmai la fiducia che il potere, se affidato alle persone giuste o alle regole giuste, non abbia bisogno di essere sorvegliato.

La struttura teologica del già e non ancora funziona quindi come antidoto all’utopia politica, non come sua fonte.

Se la civiltà dell’amore, di cui parla Paolo VI e che Leone rilancia, fosse un programma storico sarebbe utopica; come orizzonte escatologico è invece un principio critico che relativizza in permanenza ogni ordine politico, compreso quello che si presenta come definitivo.

Certo, questo non rende il richiamo innocuo: un orizzonte regolativo può anche essere usato male, come alibi per non decidere, come spinta al disimpegno, e la storia recente del cattolicesimo politico ne offre esempi. Ma è un’obiezione all’uso concreto, non alla struttura dell’argomento.

Del resto l’enciclica avverte che la civiltà dell’amore «non è un’utopia ingenua, ma un progetto esigente», che consiste «nel tradurre la carità in strutture di giustizia» (n. 186). Che quella meta vada rilanciata mi sembra vero, ed è compatibile con quanto Orsina chiede.

Orsina rimprovera all’enciclica di idealizzare il personaggio biblico di Neemia omettendo che è un governatore militare per conto dell’Impero persiano, che i costruttori lavorano con un’arma in mano (Ne 4,11) e che nel capitolo finale ricorre alla coercizione (Ne 13,25).

Il Papa ne farebbe solo un esempio innocuo di ecologia relazionale.

Il rilievo storico è esatto, ma non colpisce il bersaglio: in Magnifica Humanitas Neemia non compare mai come esempio autonomo, bensì sempre come polo di un dittico antitetico con Babele, coerentemente dall’introduzione alla conclusione (nn. 7, 9, 10, 90, 129, 184, 241).

Chiedere completezza storico-critica a una figura tipologica significa pretendere che funzioni come non funziona.

L’omissione, poi, non è totale. Il n. 242 nomina ciò che Orsina ritiene taciuto: le mura della Gerusalemme futura «non sono più fortificazioni difensive», e «le sue porte, che Neemia custodiva con tanta attenzione, restano permanentemente aperte a tutte le nazioni». La dimensione militare non è rimossa del tutto, ma superata escatologicamente.

Va osservato, infine, che la figura di Neemia è stata impiegata in ambienti della destra religiosa americana come modello del politico costruttore di mura (ne ho già parlato qui). Se così è, Neemia con le porte aperte è un intervento in una contesa politico-teologica in corso, e non solo un’immagine innocua di ecologia relazionale.

Resta la formula che regge l’intero saggio. Orsina anticipa l’obiezione di genere – che senso avrebbe aspettarsi altro da un pontefice? – e la respinge dicendo che il suo scopo non è pretendere che il Papa dica altro, ma mostrare quanto l’enciclica sia in sintonia con la civiltà dell’antipolitica.

La risposta però non tocca il punto, che non riguarda ciò che è lecito aspettarsi, ma ciò che la simmetria dimostra.

Il chiasmo equipara due termini incommensurabili. Il presidente degli Stati Uniti è un attore che decide in circostanze contingenti; il Papa che scrive un’enciclica sociale è un’istanza che formula criteri per giudicare le decisioni.

Chiamare l’uno politica senza morale e l’altro morale senza politica produce un effetto retorico notevole ma nessuna reale comparabilità: due cose che non fanno lo stesso mestiere non possono essere due eccessi opposti dello stesso mestiere.

Un’obiezione di Orsina resta valida e seria. L’enciclica chiede a Stati e istituzioni internazionali di regolare, vincolare, redistribuire; ma la stessa analisi papale della crisi del multilateralismo (nn. 201-203) mostra che quei destinatari non sono più in condizione di rispondere.

Gli Stati moderni sono, almeno in parte, istituzioni in crisi di potere in un mondo in cui poteri privati transnazionali dettano l’agenda.

Questo però non fa di Magnifica Humanitas un testo antipolitico: ne fa un testo che chiede il ritorno di una politica che non c’è.

E il compito che Orsina assegna ai democratici cristiani – pensare di nuovo il conflitto fra identità e interessi contrapposti senza rinunciare a una morale – richiede esattamente un concetto di potere limitato e finalizzato: una Realpolitik senza morale non ne possiede uno, ma neppure la Realpolitik con la morale, quella che Orsina invoca, può semplicemente prendere il suo concetto di potere da Bodin.

C’è davvero bisogno di ripensare il tema. Su questo il disaccordo è meno ampio di quanto le nostre premesse facciano sembrare.

Lascia un commento

Se siete nuovi di Appunti, vi segnalo qui sotto alcuni articoli che potreste trovare interessanti.

Grazie a una novità appena introdotta da Substack, ora gli iscritti gratuiti potranno vedere gratis fino a 3 articoli al mese riservati agli abbonati prima di dover fare un abbonamento. Ho attivato questa funzionalità, vediamo come va.

Se volete sostenere il nostro lavoro, leggere gli articoli dietro paywall, consultare l’archivio, valutate di abbonarvi: costa 5 euro al mese o 50 all’anno (i prezzi sono più alti se vi abbonate tramite app perché Apple o Google trattengono una quota).

Abbonati ad Appunti

Qui trovate il nuovo, lungo, saggio di Christian Raimo sulle università telematiche: non è un pezzo tanto sulle “lauree facili”, quanto una dettagliata analisi su quale debba essere il ruolo dello Stato in un settore come quello dell’istruzione che non può essere lasciato a logiche di mercato.

Cosa fanno davvero le università telematiche

·

Aug 21

Quando le imprese hanno smesso di formare e lo Stato ha scelto di definanziare, il costo e il rischio dell’aggiornamento professionale hanno cominciato a ricadere sul singolo lavoratore, che deve come meglio riesce autoassicurarsi comprando credenziali – a proprie spese, a proprio rischio, e lungo tutta la vita lavorativa; oh il

Nei giorni scorsi sono stato attaccato da ogni genere di lobby agricola e da una lunga serie di politici di destra per aver osato criticare in tv, a In Onda, i sussidi all’agricoltura. Qui una mia dettagliata risposta.

La lobby agricola del lamento

·

Aug 20

Il nostro futuro non dipende dall’agricoltura. Si può sostenere che dipenda da una qualche forma di autonomia strategica (e su questo io ho i miei dubbi), ma di certo non sono i sussidi e gli aiuti a permetterci di avere cibo in tavola a prezzi accettabili: sono l’aumento della produttività dell’agricoltura dovuta alla tecnologia e la specializzazione che consente di tenere bassi i costi grazie alla globalizzazione

Manlio Graziano è il nostro analista geopolitico di riferimento, e in un pezzo fondamentale spiega perché l’Europa delle frontiere chiuse che anche Meloni propugna è un suicidio collettivo. Leggetelo e rileggetelo.

Chiudere le frontiere è un suicidio demografico

·

Aug 12

Se qualcuno avesse ancora bisogno di un esempio per dimostrare come, in gran parte del mondo (e non solo in Europa, si badi bene), la priorità delle classi politiche non sia la difesa degli interessi del proprio paese e dei propri cittadini, bensì la ricerca delle manovre più efficaci per raccogliere voti, la gestione della questione migratoria costituisce probabilmente l’esempio più eloquente

Non tutti hanno il rigore intellettuale e la prudenza di Manlio Graziano, sul web è pieno di divulgatori un po’ disinvolti. Qui trovate tutto sul caso di Parabellum e i suoi presunti contatti con il Mossad.

Ci possiamo fidare degli youtuber che parlano di geopolitica?

·

Aug 19

C’è un aspetto di tutta questa vicenda che non è stato sottolineato a sufficienza, ed è la totale imperizia di un analista che non ha saputo minimamente maneggiare una fonte. Per capire la gravità della questione facciamo un gioco: fingiamo che la telefonata tra Mirko Campochiari e il Mossad sia realmente avvenuta. Il 7 ottobre 2023, mentre Mirko era in doccia o in treno (o entrambi), un agente del Mossad lo chiama e gli manda pure un audio. Ora immaginate di essere al suo posto. Voi cosa fareste?

Marzia Maccaferri ha scritto tutto quello che bisognava dire sul caso di Jason Arday: il problema non è un professore con un rapporto un po’ disinvolto con la verità, ma il sistema universitario che lo ha prima elevato come un simbolo e poi scaricato.

Best of Appunti - Il caso Jason Arday

·

Aug 15

Interrogarsi sui processi di selezione e, più in generale, sulla neoliberalizzazione dell’università non significa continuare un giudizio su Jason Arday. Significa, spostare lo sguardo dal singolo al sistema. Di quel sistema - che trasforma biografie, identità, risultati e visibilità in mere commodities da lanciare nel mercato accademico, salvo poi scaricarne sui singoli le contraddizioni - anche Arday può essere considerate una vittima

Il tema dell’estate è il caso Ranucci-Lavitola. Fin dall’inizio ho sostenuto che il centro del dibattito non dovrebbe essere l’etica giornalistica o di Sigfrido Ranucci o la qualità dei servizi di Report, ma le manovre del faccendiere Valter Lavitola. Chi vuole distruggere Ranucci e Report non lo fa in nome della deontologia professionale o della qualità dell’informazione, ma semplicemente perché Report infastidisce il potere. Qui il mio ultimo pezzo sulla vicenda.

Chi crede a Lavitola?

·

Aug 15

La vera questione non è se Ranucci sia un giornalista al di sopra di ogni critica (chi lo è?). La vera questione è che Lavitola - e i suoi eventuali mandanti - stanno vincendo. Grazie anche al supporto di tutti quelli che, in questa storia, hanno deciso che il problema è Ranucci e non Lavitola con la sua bomba e i suoi piani ancora da capire davvero

E poiché in molti avrete visto l’Odissea di Christopher Nolan, vi ricordo anche il lungo e splendido saggio di Christian Raimo e Lucio Dal Corso che discute la politica (e la poetica) del film. Un pezzo che sta avendo un grande successo.

Best of Appunti - La politica dell’Odissea

·

Aug 16

Il senso politico del film è semplice e potentissimo. Violare il diritto internazionale è la fine della nostra civiltà, ed è colpa nostra. Gaza, l’Iran, l’Ucraina, l’Afghanistan, il Vietnam, il nostro Mediterraneo… il film racconta la potenza vincitrice come i tremendi spaventosi popoli del Mare, come la forza che viene dall’acqua e disfa le città. Ecco…

Appunti di Geopolitica

Cosa c’è dietro la crisi politica in Ucraina

Jul 28

Il rimpasto suggerisce che, una volta diventata più sicura la posizione finanziaria e militare dell’Ucraina sul piano internazionale, Zelensky abbia spostato la propria priorità dalla condivisione del potere imposta dalle riforme al ripristino di un controllo politico centralizzato sulle istituzioni che determineranno la conduzione di una guerra più lunga.

Grazie di essere arrivati fin qui e spero che entrerete nel gruppo delle abbonate e degli abbonati o, se un abbonamento lo avete già, ne regalerete un altro a qualcuno a cui tenete.

Stefano Feltri

PS: alcuni mi stanno scrivendo con le più diverse richieste relative alla gestione degli abbonamenti. A breve rispondo a tutte e tutti. Ma vi prego, quando vi abbonate non sbagliate a scrivere il vostro indirizzo mail perché poi io non posso correggerlo (devo cancellare tutto l’abbonamento e voi dovete rifare la procedura da capo).

Lascia un commento

Lo trovi qui a 4,99 euro

La vera eredità di Michela Murgia

·

Aug 10

Questo credo sia stato uno dei maggiori errori strategici di Murgia e di chi l’ha seguita e di chi l’ha ispirata: concentrarsi su un aspetto probabilmente esteriore e che è razionalmente legittimo criticare (la forma linguistica) per affrontare un problema reale e importante: le categorie sociali. Dico che è stato un errore strategico perché, com’è prev…

Appunti di Geopolitica: il nuovo numero della rivista

·

Aug 8

L’approccio geopolitico considera le variabili fisiche, geografiche ed economiche che determinano il margine d’azione dei soggetti attivi a livello internazionale e le interpreta alla luce della storia, dei rapporti di forza relativi, della struttura del sistema politico

Altro che Ceuta, il rischio è la Libia

·

Aug 7

Se Ceuta ci insegna che i flussi possono essere usati come arma contro uno Stato membro, la Libia ricorda all’Italia che questa arma può essere ancora più efficace quando si combina con frammentazione istituzionale, rendite energetiche contese, sponsor esterni aggressivi e leadership disposte a usare ogni leva disponibil

Lo scudo spaziale contro il fisco

·

Aug 7

Il Consiglio dei ministri del 4 agosto ha deciso di tagliare di due anni (di fatto, da cinque a tre) i termini per gli accertamenti nei confronti dei contribuenti che abbiano rinnovato l’adesione al concordato. Il risultato sarà un riparo assoluto, considerato che nel periodo relativo al biennio concordato, a meno di casi

El-Sayed, la svolta socialista

Aug 6

I democratici stanno attraversando alcuni degli stessi cambiamenti già vissuti dal Partito repubblicano. Nel 2016 Donald Trump rappresentò una rottura rispetto al vecchio approccio corporativista dei Bush. I democratici, invece, non ripensarono il proprio modello

La guerra immaginaria di Conte

·

Aug 3

Chi non si riconosce nella visione - pericolosamente ingenua prima che moralmente discutibile - del mondo di Conte (non così diversa da quella di Schlein), deve forse auspicare che rivinca le elezioni Giorgia Meloni? E’ tempo di iniziare a farsi questa domanda

Come (non) finirà la guerra russa in Ucraina

Jul 2

Putin governa la Russia come il cortile di una prigione. Per sopravvivere nel cortile di una prigione devi essere l’uomo più brutale, più spaventoso, più pericoloso di tutti. Nel momento in cui mostri debolezza, qualcuno più forte prende il tuo posto. Putin sa che, se questo dovesse accadergli, finirebbe in una cella o in una bara.

Read the original on appunti.substack.com

Comments

Nothing yet. Say the first thing.

    Sign in to join the conversation.