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Appunti - di Stefano Feltri · Aug 17, 2026

Le frontiere sono questione di età

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Da ragazzi volevamo tenere il mondo fuori dalla stanza, ma la solitudine non basta (e puzza). Pensieri sull’Europa che si sente sotto assedio

Per quanto la nostra stanza possa sembrarci grande e bella, alla fine, a forza di tenerla chiusa al mondo, resterà solo la puzza di calzini sporchi, di qualcosa che invecchia e marcisce

Fabrizio Tesseri

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In questi giorni assurdi di emergenze vere o inventate, di quaranta gradi all’ombra da due mesi e marocchini che in una notte si teletrasportano da Marrakech al centro di Brisighella, mi è venuta in mente un’immagine tipica di certi film americani: una porta bianca con appeso il cartello “Keep Out”.

Sì, perché mi sembra tutto un po’ come quando da adolescenti, da ragazzini non ancora adulti, mettevamo un cartello di divieto fuori dalla porta della nostra cameretta. Volevamo la nostra privacy, era il nostro spazio e in quello spazio ci sentivamo sicuri, forti, grandi.

Leggevamo quello che volevamo, da Sartre all’Intrepido, da Tex alle pagine sportive del quotidiano di casa.

Studiavamo, spesso le pagine della biancheria intima del Postalmarket. Era il nostro mondo: “voialtri adulti statene fuori!”

Solo che dopo un po’ quella stanza, quel nostro mondo, iniziava a puzzare! I calzini sporchi, le mutande, tutto il resto abbandonato dove capitava, in quello spazio ristretto e precluso, indumenti impregnati dall’afrore dell’adolescenza e il nostro stesso odore, di vita che cerca dove andare, di noia e sentimenti incompresi.

Poi però, a un certo punto, sopraffatti dalla necessità, abbiamo capito che chiusi lì dentro saremmo soffocati nella nostra biancheria e nella nostra inutile solitudine.

Serviva come minimo nostra madre per lavare, stirare, rassettare, in cambio di un minimo di rispetto e amore e impegno nei nostri piccoli doveri: buoni voti e meno guai possibile dentro e fuori scuola.

Le frontiere credo abbiano a che fare con l’età. Quella della Storia, misurata in decenni e secoli, e quella psicologica, che conta gli anni degli individui e delle società.

Nasciamo indifesi e avventurosi, abbiamo bisogno di esplorare il mondo con tutto di noi per impararlo, ogni senso proteso alla conoscenza, nessuna inibizione, nessun fossato con l’altro e l’altrove, solamente due bodyguard a segnare i confini, genitori guardie di frontiera, sempre all’erta in nostra vece.

Crescendo, di volta in volta ci recludiamo in gruppi, clan, territori: i parenti stretti, i compagni di classe o di sport, la scuola e la comitiva.

Io da ragazzino giocavo a pallone in campetti improvvisati, canne a fare da pali delle porte, ginocchia sbucciate, le squadre, di numero variabile di giocatori, avevano i nomi dei quartieri del posto dove sono cresciuto: L’Annunziata (casa mia); Middei; Shangai; Mariotti e altri ancora.

C’era appartenenza e rivalità, chiusura e presunzione di superiorità.

Più avanti, l’alleanza e la commistione di tutti quei quartieri diventava avversione verso le zone di campagna o periferia e i loro abitanti: quelli della Cento (zona ex 167); i Castellani (i più denigrati di tutti, da tutti), quelli di Olmobello, Cerciabella e così via. I confini si allargavano ma le barriere tra noi diventavano quasi razziste.

Senza senso, come tutti i razzismi.

Allo stesso tempo, le divisioni diventavano sociali, la frontiera poteva essere il limite di una piazza, la marca e il tipo di giubbotto che si indossava, la musica che si ascoltava, dove si lasciava che il tempo passasse: le cabine, i taxi, le ringhiere, happy days, che era una pizzeria, e ancora altri. Insomma, un susseguirsi di cerchi sempre più larghi, insiemi distinti che a un certo punto prima si intersecano e poi si uniscono, fino a dissolversi del tutto, come le gocce d’olio nel piatto d’acqua dove mia madre mi “segnava il malocchio”.

Perché così si cresce, spostando sempre più in là i nostri confini individuali e collettivi ed è, credo, la stessa cosa che succede alle società, ai Paesi, alle nazioni (lettera minuscola).

Perché altrimenti, per quanto la nostra stanza possa sembrarci grande e bella, alla fine, a forza di tenerla chiusa al mondo, resterà solo la puzza di calzini sporchi, di qualcosa che invecchia e marcisce.

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