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Hyoscyamus niger

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Giusquiamo nero
Hyoscyamus niger
Classificazione APG IV
DominioEukaryota
RegnoPlantae
(clade)Angiosperme
(clade)Mesangiosperme
(clade)Eudicotiledoni
(clade)Eudicotiledoni centrali
(clade)Superasteridi
(clade)Asteridi
(clade)Euasteridi
(clade)Lamiidi
OrdineSolanales
FamigliaSolanaceae
SottofamigliaSolanoideae
TribùHyoscyameae
GenereHyoscyamus
SpecieH. niger
Classificazione Cronquist
DominioEukaryota
RegnoPlantae
DivisioneMagnoliophyta
ClasseMagnoliopsida
OrdineSolanales
FamigliaSolanaceae
GenereHyoscyamus
SpecieH. niger
Nomenclatura binomiale
Hyoscyamus niger
L.

Il giusquiamo nero (Hyoscyamus niger L., 1753) è una pianta erbacea velenosa, annua o bienne, della famiglia delle Solanacee[1].

La pianta in passato è stata usata per i suoi effetti farmacologici. Nell'antichità e nel Medioevo aveva fama di erba magica ed era usato come narcotico o per favorire la pioggia.[2]

La pianta è alta da 40 a 60 cm, presenta radici lunghe e fusiformi, fusto eretto, semplice o più spesso ramificato, rivestito di lunghi peli molli vischiosi che sono presenti anche nelle altre parti verdi della pianta; tali parti sono maleodoranti se stropicciate.

Le foglie sono ovato-oblunghe, acutamente lobate di color verde-grigiastro opaco; quelle superiori sono amplessicauli, le inferiori sono picciolate.

Frutti e semi

I fiori sono solitari o in gruppi poco numerosi, eretti o portati un po' obliquamente, all'ascella delle foglie nella parte superiore della pianta e poiché non sbocciano simultaneamente, alla fine della fioritura risultano densamente raggruppati all'apice dei fusti e dei rami, in diverse fasi di fioritura. I fiori posseggono calice persistente a guisa di orciulo con 5 denti; la corolla è gamopetala, tubuloso–imbutiforme, un po' irregolare a lembo espanso in 5 lobi petaliformi arrotondati: è di color giallo pallido con reticolo di venature e interno del tubo di color violetto-vinoso scuro.

Il frutto è una capsula a pisside racchiusa nel calice, che si apre superiormente per permettere la disseminazione dei numerosi piccoli semi che vi sono contenuti.

Distribuzione e habitat

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La specie ha un ampio areale eurasiaco e nordafricano[1].

Si trova presso le case di campagna, dove sono frequenti le condizioni di terreno smosso ed alquanto ricco, presso concimaie o presso ruderi, oppure lungo le strade campestri.

Principi attivi

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Le parti in passato impiegate in terapia erano le foglie e i semi. Hanno proprietà sedative, spasmolitiche, analgesiche e narcotiche; danno luogo a midriasi, che è pericolosa in condizioni operative anche a bassi dosaggi, perché compromette, con la sedazione, la percezione visiva, ed i tempi di riflesso nervoso.[senza fonte]

Il giusquiamo bianco (Hyoscyamus albus), con fiori più piccoli, anche questi anulati di violetto, ha le medesime proprietà.

Data la notevolissima tossicità, l'uso farmacologico per autodosaggio di parti della pianta è assai pericoloso, e lo stesso uso con dosaggi farmaceutici più rigorosi è comunque rischioso. La valutazione del contenuto in sostanze attive è difficile, dato che le condizioni di crescita della pianta le fanno variare in maniera molto ampia, con grave rischio di sovradosaggi.

Per estrazione, dalla pianta si ricava la scopolamina.

Uso omeopatico

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Oggi è ancora ampiamente utilizzato in omeopatia per il riequilibrio del sistema nervoso, in particolare per trattare stati di ansia, insonnia, paure immotivate e agitazione.[3]

Storia del suo utilizzo

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Storicamente, il giusquiamo era noto per le sue proprietà anestetiche e psicoattive, e usato come ingrediente di pozioni magiche, spesso in combinazione con altre piante dai poteri medicamentosi, come la mandragora, la belladonna e la datura, capaci di provocare allucinazioni visive e una sensazione di volo.[4]

Viene menzionato come rimedio terapeutico nel papiro di Ossirinco, datato I secolo d.C. Allo stesso periodo sembra risalire una sorta di portapillole, un osso cavo col tappo in resina di betulla e pieno di semi di giusquiamo nero, ritrovato nei pressi di Utrecht nel 2024.[5]

In Grecia veniva usato dalle sacerdotesse di Apollo per ottenere oracoli.[6] L'uso del giusquiamo da parte degli antichi Romani, che la chiamavano Herba Apollinaris, è documentato da Plinio il Vecchio, che lo definì «della natura del vino e quindi offensivo per l'intelletto», oltre che da Dioscoride, che lo raccomandava come sedativo e analgesico.[7]

Nel Medioevo, Alberto Magno riferì nella sua opera De Vegetalibus (1250) che i negromanti usavano il giusquiamo per invocare i demoni o le anime dei morti.[8] Venne poi progressivamente demonizzato, quando divenne inseparabilmente associato alla stregoneria e alle pratiche malefiche.

Nei processi alle streghe si riscontra l'utilizzo del giusquiamo nero da parte di donne a scopi afrodisiaci, oppure come veleno con intenti omicidi. Alcuni ritrovamenti archeologici testimoniano come l'Hyoscyamus niger fosse conosciuto dai Vichinghi, suggerendo come costoro potessero servirsene per indurre lo stato di furia che assumevano in guerra.[9]

Nel XVII secolo, il botanico John Gerard documentò come l'uso eccessivo portasse a un sonno profondo simile alla morte o alla follia transitoria.[7] Prima della diffusione del luppolo, il giusquiamo veniva usato anche in Germania per aromatizzare la birra e aumentarne gli effetti inebrianti, pratica poi vietata dal decreto sulla purezza della birra (Reinheitsgebot).[10]

Nella cultura di massa

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In letteratura, molti studiosi identificano il giusquiamo con l'"hebenon", il veleno usato nell'Amleto di William Shakespeare dal protagonista per uccidere il padre, versandoglielo nell'orecchio durante il sonno.[11]

Nel romanzo Salammbô, al cap. XIII, Gustave Flaubert si riferisce ai «bevitori di giusquiamo» come i più feroci difensori della città di Cartagine, assediata dai suoi ex-mercenari: inaffidabili, però – perché, «quando erano assaliti da una crisi, si credevano bestie feroci e balzavano sui passanti, sbranandoli».[senza fonte]

Nel romanzo su Nostradamus scritto da Valerio Evangelisti: bevendo un infuso a base di giusquiamo miscelato alla Pilosella, Michel de Nostre-Dame riusciva ad accedere all'Ottavo Cielo, l'Abrasax, fonte meravigliosa ed altrettanto terribile delle sue funeste profezie.[senza fonte]

Nel romanzo Paziente 64 del danese Jussi Adler-Olsen, è usato in varie occasioni come veleno.[senza fonte]

Nella serie tv Spartacus viene utilizzata dal medico per ristorare i gladiatori feriti.[senza fonte] Nel film La papessa viene somministrato, insieme al colchico, dalla protagonista al papa affetto da gotta.[senza fonte] Nella serie tv Merlin viene usato dalla regina Ginevra, incantata dalla sacerdotessa Morgana Pendragon, per avvelenare il re dopo avergli somministrato della valeriana, pianta che fa perdere i sensi.[senza fonte]

Nel libro War Day di W. Streiber e J. Kunetka viene usato come veleno per l'eutanasia dei colpiti da radiazioni.[senza fonte] Nel III volume del Grande Vangelo di Giovanni di Jakob Lorber, «fino ad un paio di gocce aggiunte a succo d'aloe, ogni due giorni, come rimedio d'aggiunta per far rinsavire gli stupratori».[senza fonte] Nel suo romanzo Biografia della fame la scrittrice belga Amélie Nothomb cita il giusquiamo come "il simbolo che infiora il blasone" degli abitanti del mai, i "maiani" condannati all'esilio dal luogo del cuore, nello specifico, per l'autrice, il Giappone.

  1. 1 2 (EN) Hyoscyamus niger, su Plants of the World Online, Royal Botanic Gardens, Kew.
  2. Gian Luigi Beccaria, I nomi del mondo - Santi, demoni, folletti e le parole perdute, Einaudi, 2000, p. 73, ISBN 88-06-15480-X.
  3. Giovanni Nuti, La terapia iridologica. Fitoterapia, oligoterapia, omeopatia e materia medica iridologica, Tecniche Nuove, 2009, p. 163.
  4. (EN) Richard Evans Schultes, Hallucinogenic plants, illustrazioni di Elmer W. Smith, Golden Press, 1976, pp. 48-50.
  5. (EN) Maaike Groot, Martijn van Haasteren e Laura I. Kooistra, Evidence of the intentional use of black henbane (Hyoscyamus niger) in the Roman Netherlands, in Antiquity, vol. 98, n. 398, 2024-04, pp. 470–485, DOI:10.15184/aqy.2024.5.
  6. (EN) Michael Wink, § 3.18 "Hysocyamus niger, H. albus, H. muticus (Family Solanaeae)", in Margaret F. Roberts, Michael Wink (a cura di), "A Short History of Alkaloi", Alkaloids: biochemistry, ecology, and medicinal applications, Springer, 1998, pp. 31–32, DOI:10.1007/978-1-4757-2905-4_2, ISBN 978-0-306-45465-3.
  7. 1 2 (EN) Maud Grieve, A Modern Herbal: The Medicinal, Culinary, Cosmetic and Economic Properties, Cultivation and Folk-lore of Herbs, Grasses, Fungi, Shrubs, & Trees with All Their Modern Scientific Uses, vol. 1, 1971.
  8. (EN) C. Rätsch, The encyclopedia of psychoactive plants: ethnopharmacology and its applications, Park Street Press, 2005, pp. 277–282.
  9. (EN) Karsten Fatur, Sagas of the Solanaceae: Speculative ethnobotanical perspectives on the Norse berserkers, in Journal of Ethnopharmacology, S2CID 199548329, vol. 244, n. 112151, DOI:10.1016/j.jep.2019.112151, ISSN 0378-8741 (WC · ACNP), PMID 31404578.
  10. (EN) Dan Rabin, Carl Forget, "Preface", in The Dictionary of Beer and Brewing, Taylor & Francis, p. XII, ISBN 978-1-57958-078-0.
    «In approximately 768, Germans had first added hops to brew kettles.»
  11. (EN) Anthony John Carter, Myths and mandrakes, in Journal of the Royal Society of Medicine, vol. 96, n. 3, marzo 2003, pp. 144–147, DOI:10.1177/014107680309600312, PMC 539425, PMID 12612119.

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