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Building an Oecumene of Historians. Documents on the History of the Comité International des Sciences Historiques 1926–2026, vol. 29, doc. 22
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| Archive | Publication |
| Archival classification | Pub Comitato Internationale di Scienze Storiche pp. 851–872 |
| Dossier title | Atti del X Congresso internazionale, Roma, 4–11 septembre 1955, a cura delle Guinta Centrale Per Gli Studi Storici, Rome, 1955. (1957–1957) |
dodis.ch/75256
Discorsi del presidente del Congresso di Roma, Ferrabino, dei professori Momigliano, Renouard, Ritter e Renouvin, del presidente del CISH, Chabod, e del portavoce dei membri del Congresso, Harsin, durante la seduta di chiusura del X Congresso Internazionale di Scienze Storiche a Roma1
Seduta plenaria di chiusura
A. Ferrabino, presidente:
Signore, Signori! Ho l’onore e la gioia di poter leggere al Congresso il messaggio che questa mattina il presidente della Repubblica Italiana, Giovanni Gronchi, mi ha inviato affinché io lo presentassi a questa adunanza. Il testo del messaggio suona così:
«Professor Aldo Ferrabino, Presidente Giunta Centrale per gli Studi Storici, Roma.
Roma e l’Italia, per la dovizia delle loro fonti storiche, alle quali il mondo degli studi ha perennemente attinto, sono state liete di ospitare il X Congresso Internazionale di Scienze Storiche. Io ho seguito con il più vivo interesse i lavori del Convegno e desidero far pervenire agli illustri partecipanti di ogni paese, insieme con quello della Nazione, il mio saluto personale al quale si associa l’augurio che il Congresso, anche attraverso le molteplici manifestazioni collaterali, porti il suo prezioso contributo alla sempre più intima conoscenza tra i popoli, sicuro fondamento per il reciproco rispetto e per la pacifica convivenza, nel progresso morale e politico della vita democratica. Giovanni Gronchi» (applausi).
Darò ora la parola ai quattro relatori designati i quali debbono riferire a complemento delle relazioni già edite intorno al ramo di studi di cui sono referenti. Essi saranno: A. Momigliano per la storia antica;2 Y. Renouard per la storia medioevale;3 G. Ritter per la storia moderna;4 P. Renouvin per la storia contemporanea.5
Signori, io debbo prima di tacere, assolvere un obbligo. Esprimo la gratitudine della Giunta Centrale per gli Studi Storici e mia personale, a tutti gli illustri storici che hanno voluto partecipare a questo Congresso. Con la gratitudine esprimo la ammirazione, perché i lavori si sono svolti veramente in un elevato spirito di scienza, di raccoglimento, di libertà. Le controversie sono state molte, aperte e nobili. E di questo l’animo mio è veramente lieto e riconoscente, e tutti possiamo essere lieti.
Ritengo che possa anche formularsi con parole esplicite quello che probabilmente è il segreto testimonio della coscienza di tutti noi. Per merito di tutti e di ciascuno, questo X Congresso Internazionale di Scienze Storiche è stato un grande, un memorabile Congresso, per la storia e per la civiltà! Dò la parola ad A. Momigliano.
A. Momigliano: C’è stato un tempo – non molto lontano da noi – in cui pareva che lo studio della storia antica si fosse esaurito. Poche settimane fa, in una riunione ad Oxford, G. Murray, con quella sua inimitabile grazia, ricordava come intorno al 1895, il suo amico Herbert Fisher, il futuro autore della History of Europe,6 gli comunicasse la decisione di lasciare gli studi classici e dedicarsi al mondo moderno perché non c’era più nulla da scoprire nel mondo antico. Come G. Murray osservava, raccontando l’aneddoto, proprio allora, all’altro angolo di Oxford, Arthur Evans stava provando, con la scoperta della civiltà minoica, che qualche cosa rimaneva da fare per gli storici dell’antichità.
Oggi uno storico dell’antichità di tutto può lamentarsi eccetto che di non aver più nulla da fare. Questa ricchezza nuova di problemi e di compiti, ha origini molteplici. Anzitutto, naturalmente, essa è dovuta all’accumularsi di scoperte archeologiche ed epigrafiche e di testi letterari. Alcune di esse implicano il ritrovamento di nuove civiltà; altre, come quelle dei manoscritti del Mar Morto e dei testi gnostici di Egitto, implicano un rinnovamento profondo nella storia di momenti cruciali come le origini cristiane.
Nei pochi mesi che sono trascorsi dalla redazione del mio rapporto a questo congresso,7 già una serie nuova di scoperte è stata annunciata. Non è qui il luogo di farne un elenco, ma forse posso ricordare che il Parrot è riuscito, per la prima volta, a far luce sul periodo accadico di Mari, che lo Schaeffer ha scoperto ulteriori documenti di fondamentale importanza per la storia dell’Asia anteriore e dell’Egitto tra il 1500 ed il 1200 a. C. e che a Nimrud il mio collega londinese Mallowan ha scoperto un trattato, del 672 a. C., tra Essarrhadon re di Assiria ed un re dei Medi che promette di informarci un po’ meglio sul periodo arcaico della storia della Media. Da Tepe Sultan il Gurney ha comunicato la scoperta di testi cuneiformi letterari e religiosi.
Un semplice graffito di un vaso di Ischia del tardo VIII secolo a. C., pubblicato poche settimane fa nei «Rendiconti dell’Accademia dei Lincei», basta a provare a mio giudizio che il libro XI della Iliade era così noto ai coloni greci d’Italia dell’VIII secolo, da suggerire un epigramma umoristico.
Accanto alle scoperte di testi nuovi, c’è il deciframento di scritture ignote. Attendendo che il deciframento dell’ittito geroglifico si perfezioni, possiamo ormai parlare del deciframento della scrittura lineare «B» che implica una rivoluzione nelle nostre conoscenze delle origini della civiltà greca.
In terzo luogo c’è il rompersi di tutte le barriere tradizionali tra storia e preistoria, tra civiltà classiche e civiltà orientali, tra culture nomadiche ed il mondo greco e romano. La storia antica si espande nel tempo e nello spazio a ritmo rapidissimo, distruggendo tutti i compartimenti stagno. E questa espansione dipende dal moltiplicarsi di nuovi problemi, di nuovi metodi di ricerca che si vengono via via ponendo con l’aiuto della psicologia, della sociologia, della economia, della fenomenologia religiosa, etc.
Centocinquant’anni or sono, la storia antica provvide il metodo critico alla storia medievale e moderna. Oggi è la volta degli storici antichi di farsi allievi degli storici moderni ed imparare da loro a formulare nuovi metodi e nuovi problemi di ricerca nel campo delle istituzioni ed idee politiche, della religione e, soprattutto, della struttura sociale. Oggi, ogni giovane storico dell’antichità sogna di poter scrivere nel suo campo, un libro paragonabile per minuzia di analisi e maestria di sintesi, a quelli di Sir Lewis Namier, Schramm, Braudel, Labrousse, Chabod, Venturi. Ma l’adozione dei problemi e dei metodi della storia moderna ha i suoi svantaggi. Non esiste per la storia del Mediterraneo nel V secolo a. C. o nel VI secolo d. C. l’abbondanza di documenti di cui il Braudel ha potuto servirsi per il XVI secolo d. C. A un giovane amico che insisteva sulla necessità di adottare, per il VI secolo d. C., i metodi di storia tripartita del Braudel, io che pure del Braudel sono ammiratore, mi sono permesso di consigliare – come più sicuro – lo studio della storia tripartita di Cassiodoro, di cui abbiamo, finalmente, una edizione critica.
Fuori di scherzo, l’adozione di metodi e problemi della storia moderna, crea delle difficoltà metodiche di primo ordine di cui non sempre gli storici dell’antichità si rendono conto. Non basta far delle domande intelligenti per essere uno storico intelligente: occorre scoprire documenti, dare risposte. Chi ha provato a scrivere una biografia di un uomo antico, senza ricorrere a «misteri», sa che cosa significhi l’assenza di documentazione.
Queste premesse hanno una certa importanza per il mio compito di stasera. È, il mio, il compito di porre a riscontro le tendenze che ho creduto di registrare nel mio rapporto con le tendenze che ho potuto osservare nelle sedute del Congresso.8
Ora, se è vero in generale, che quanto si può discutere in un congresso non è mai interamente rappresentativo di quanto stia avvenendo in un campo di studi, ciò è particolarmente vero per la storia antica. Il terreno è fluido, i metodi sono incerti. Ciò che si è cristallizzato in un preciso problema, rischia di essere già invecchiato ed inattuale. Non era quindi facile scegliere dei temi di discussione che fossero, allo stesso tempo, precisi ed attuali. Poiché io non ho avuto alcuna parte nella scelta di questi temi, posso ben dire che, alla prova dei fatti, la scelta si è rivelata felice.
I sei temi di discussione si sono dimostrati rappresentativi ed hanno suscitato utili e vive discussioni. Questi temi, come è noto, erano le origini italiche, la struttura di Roma primitiva, la cronologia del secondo millennio avanti Cristo, il problema della nazionalità greca, il latifondo di Roma durante la repubblica, Costantino il Grande.
Non è caso che manchi un tema di storia sociale, nel senso più stretto della parola. Quella materia è particolarmente fluida ed ancora attende di trovare la sistemazione in problemi precisi. Nel mio rapporto io non mi son sentito di indicare, negli studi di storia sociale, alcun nome rappresentativo dopo quello di Michele Rostovtzeff, alla cui memoria va il nostro reverente pensiero.
Il successore di Rostovtzeff probabilmente già esiste: forse è, anche, tra i miei ascoltatori di oggi. Ma il suo nome è ancora segreto.
Come ci si doveva aspettare, la discussione delle ricerche archeologiche ha avuto la sua parte in questo congresso.
Se qualcuno sperava – o temeva – che il nuovo metodo di datazione col radio carbone, scoperto dal Libby potesse ormai decidere tra i varii sistemi di cronologia, le sue speranze, per quanto riguarda il secondo millennio, o i suoi timori, si sono rivelati prematuri. I fautori delle varie cronologie, hanno ancora qualche mese – o qualche anno – per opporre argomento ad argomento, prima che gli esperimenti di laboratorio dicano la parola decisiva. Per intanto, è da notare che i competenti di questo congresso, si sono dichiarati unanimemente in favore delle cosiddette cronologie «più corte» ma non delle cortissime.
In materia strettamente archeologica, gli apporti più importanti si sono avuti nelle due comunicazioni di B. B. Piotrovsky e di C. Daicoviciu. Gli scavi di Karmir-Blur nell’antico regno di Urartu hanno, tra l’altro, prodotto degli esatti riscontri con oggetti italici di stile orientalizzante. Gli scavi in Dacia, hanno rivelato straordinarie fortezze di tipo ellenistico-romano fatte, evidentemente, da ingegneri romani, per il re Decebalo, l’avversario di Traiano.
Le nuove scoperte archeologiche, inevitabilmente, richiedono una revisione della nostra tradizione letteraria rispetto alle origini greche e romane. In un momento drammatico che non dimenticheremo, due punti di vista, due generazioni si sono scontrate in profondo, reciproco rispetto e comprensione su questo problema. Da un lato M. Pallottino e J. Bérard, pronti ad attribuire molto valore alla tradizione letteraria sull’età eroica e dall’altro lato L. Pareti che ha riaffermato, da par suo, il suo atteggiamento più scettico.
Quando si passò alla discussione del problema della nazionalità greca, emerse l’altra fondamentale questione: come determinare la origine e la esatta configurazione del sentimento nazionale, data la documentazione che noi possediamo? Qui si pose, in forma acuta, il problema del come scrivere la storia di uno stato d’animo. Non fa meraviglia che almeno quattro punti di vista si siano affermati. C’è chi lega il sentimento panellenico al trionfo delle aristocrazie. Altri vede nelle guerre persiane il punto di cristallizzazione del sentimento nazionale. Altri ancora riconosce il fondamento della unità greca o nei rapporti economici o nella struttura sociale; ed infine, H. Stier ha riaffermato il suo sostanziale scetticismo rispetto alla esistenza della nazionalità greca, nel senso corrente della parola.
Nel rapporto sulla monarchia ellenistica, A. Aymard ha dato un perfetto esempio di analisi strutturale senza rigidezze. Era inevitabile che il suo rapporto9 – fondato sulla distinzione tra monarchia nazionale e monarchia personale – provocasse una replica da parte marxista e suscitasse altre riserve tra cui, importanti, quelle del collega V. Ehrenberg, sulla difficoltà di isolare i diversi elementi della monarchia ellenistica.
Della discussione sul rapporto di G. Tibiletti, sul latifondo in Italia, tre punti meritano di essere sottolineati. Si è affermata la necessità di estendere all’Italia antica quegli studi di sopravvivenze tecnologiche che si sono così utilmente applicati agli studi dell’agricoltura medievale. Si è discussa la questione se gli schiavi ed i proletarii si siano alleati contro le classi alte alla fine della repubblica; e si è infine posta la questione se la stabilità del governo augusteo fosse dovuta al fatto che esso placò la fame di terra che aveva sino ad allora agitato la società italica.
Con la questione costantiniana siamo infine passati ai problemi della ricostruzione biografica. Si tratta di combinare fonti di natura diversa, di decidere sull’autenticità di certi testi e sulla possibilità di aggiunte e soppressioni tendenziose; ma si tratta, soprattutto, di passare dai testi alla realtà di un imperatore che ha fatto tanto e scritto tanto poco. Come Fr. Vittinghoff ci mostrò in un intervento notevole, la conversione di Costantino non è, in ogni caso, una conversione tipica al cristianesimo: l’elemento miracolistico prevale sulla illuminazione interiore. La mia impressione generale è che la questione costantiniana ha ormai superato la fase acuta e sta risolvendosi pacificamente in un compromesso.
Seguendo le discussioni di questo Congresso, mi si è confermato un fatto fondamentale e, forse, consolante. Quando si riesce a superare il disagio provocato dal troppo rapido accumularsi di documenti nuovi e di ricerche, si deve riconoscere che lo studio della storia antica, preso nel suo insieme, non è più uno studio periferico di ricerca riservato a specialisti. Oggi è vero ed è riconosciuto universalmente che la storia antica ha ripreso la posizione, che aveva mantenuto sino alla metà dell’800, di disciplina fondamentale per la comprensione della vita umana nelle sue origini e nei suoi valori.
Per usare la immagine di un pensoso libro recente di A. Ferrabino, che oggi vedo con piacere alla presidenza di questa riunione, le vie della storia sono molte, ma esse inevitabilmente passano attraverso le civiltà dell’Oriente, della Grecia e di Roma. C’è oggi negli storici della storia antica, una coscienza sempre più precisa di questa loro responsabilità di storici di momenti cruciali della storia umana. Se le barriere tra storia e storia delle civiltà classiche ed orientali sono crollate, la storia dell’Asia anteriore e dell’Europa, nei tre decisivi millenni prima di Cristo, comincia a presentarsi nitida non solo nei suoi lineamenti esterni ma nei centri di creazione.
Il breve rapporto che ho avuto l’onore di presentare a questo Congresso, ha, appunto, lo scopo di indicare le direttive fondamentali nel recente rinnovamento della storia antica. Fortunatamente nella storia antica non è necessario abbondare in particolari bibliografici. L’orientamento bibliografico è facilmente ottenibile. Ma è difficile la scelta di ciò che è, allo stesso tempo, nuovo ed importante. A questa scelta ho cercato di contribuire, ed ho cercato allo stesso tempo di indicare quali difficoltà metodiche la nuova situazione della storia antica comporti. La ricchezza di nuovi punti di vista e di responsabilità offre anche una abbondanza di tentazioni. Sono convinto che noi storici antichi dobbiamo adottare maggiore severità di metodo e di ricerca. Troppe ipotesi sono messe in circolazione; troppo lavoro verte ancora su problemi irrisolvibili per mancanza di documenti.
Anche a distanza di pochi mesi, avrei già molto da rivedere e da correggere nel mio rapporto. Ma non è di mio gusto far pubbliche confessioni di colpe. Io spero che con tutti i suoi difetti, il mio breve rapporto sarà accettato da voi, signor presidente, e da voi, signori colleghi, come un contributo per l’orientamento e non come un contributo per il disorientamento.
A. Ferrabino, presidente: Ringraziamo vivamente A. Momigliano per questa sua comunicazione che ci ha dato prospettive larghe, anche sull’avvenire della ricerca storica. Dò ora la parola al prof. Y. Renouard.
Y. Renouard: Monsieur F. Vercauteren, professeur à l’Université de Liège, ancien directeur de l’Institut Historique Belge de Rome, co-directeur de la revue «Le Moyen Age», a composé sur les travaux et les tendances de l’histoire médiévale au cours des cinq années qui se sont écoulées depuis le Congrès de Paris un rapport général10 dont vous avez pu apprécier la documentation complète, la clarté et la pénétration. F. Vercauteren devrait être aujourd’hui à cette place. Un deuil douloureux l’a rappelé en Belgique. En l’absence des historiens qui, normalement, auraient dû le remplacer. Monsieur le président du Comité International des Sciences Historiques11 et Monsieur le président de la délégation belge ont insisté hier soir auprès de moi pour que je tienne ici la place qu’il aurait dû tenir. Cette insistance s’expliquait parce que j’ai présenté il y a cinq ans au Congrès de Paris un rapport qui correspondait par certains aspects à la tendance du rapport de F. Vercauteren, et parce que, d’autre part, j’ai avec lui les liens d’amitié les plus vifs. Voilà pourquoi c’est à moi qu’il incombe ce soir de dégager impromptu les conclusions qui semblent ressortir des travaux du Congrès en ce qui concerne l’histoire du Moyen Âge.
Dans ces conditions, vous voudrez bien m’excuser de me borner à faire un exposé général en fonction du rapport de F. Vercauteren et des tendances qui m’ont paru se dégager en écoutant les discussions. F. Vercauteren aboutissait à six conclusions d’ensemble: en premier lieu, la diversité du champ d’action des médiévistes mais néanmoins l’esprit commun avec lequel ils mènent leurs travaux; en second lieu, la tendance à la disparition de l’histoire dite historisante ou événementielle; en troisième lieu, le développement des méthodes statistiques et archéologiques dans l’histoire du moyen-âge; en quatrième lieu, l’accent mis sur les éléments spirituels et idéologiques; en cinquième lieu, la vision extranationale des historiens d’aujourd’hui, leur ambition d’atteindre à une compréhension de plus en plus universelle des sociétés humaines; enfin la tendance à composer une histoire totale. Ces six conclusions m’ont paru parfaitement confirmées par tout ce que j’ai entendu des discussions du Congrès.
Nous avons pris matériellement conscience de l’importance, de l’essor et de l’autorité des études médiévales qui vont s’affirmant depuis une trentaine d’années en constatant que l’administration du Congrès leur avait réservé la plus grande salle du Palais des Congrès que notre foule a toujours d’ailleurs garni largement. Cette vitalité s’est marquée aussi par le nombre et la qualité des rapports consacrés aux divers aspects de l’histoire médiévale: qu’ils fussent conçus comme des exposés parallèles d’auteurs différents ou, ce qui était mieux, repris en une synthèse organisée par l’un d’entre-eux, ils ont tous suscité, par leur valeur, de fructueuses discussions et certains d’entre-eux vont devenir la base de nos travaux pendant les cinq années qui nous séparent de notre prochain Congrès.
Dans cette Aula magna des médiévistes l’influence de Rome toute proche s’est fait sentir constamment. Elle a donné la tonalité du Congrès. Nous en avons reçu l’impulsion d’une façon latente, nous en avons reçu directement aussi la leçon à deux reprises au moins: en premier lieu au Palais des Conservateurs où nous nous sommes trouvés dès l’abord dans l’atmosphère de la Rome communale, capitale de l’Empire que lui rappelaient les ruines antiques, en second lieu au cours de la séance que nous avons tenue au Palais du Vatican, dans la Rome des Papes. Cette influence de Rome s’est marquée par la large place faite aux institutions, par l’étude approfondie et comparée de l’influence et des survivances du droit romain dans les institutions de tout l’Occident médiéval. Elle était au centre de la discussion qui a ouvert nos travaux sur les rapports entre l’Orient et l’Occident puisque Rome, située à la charnière des deux mondes, a la mission naturelle de leur servir d’intermédiaire.
Mais le principal memento de ces pierres antiques réemployées au Moyen Age et de ces riches archives des papes et de la ville, c’est que ce sont les monuments et les textes qui sont la base de nos études. Si je pouvais, il y a cinq ans, m’inquiéter de voir diminuer le nombre des publications de textes, cette tendance semble aujourd’hui absolument renversée. La séance que nous avons tenue au Vatican auprès d’une exceptionnelle exposition de pièces d’archives rarissimes avait pour but principal de définir les conditions non pas de la publication intégrale des textes conservés aux Archives du Vatican, mais au moins d’un répertoire de ces documents qui permettrait aux érudits du monde entier de les utiliser en recourant aux microfilms. Incontestablement ce procédé peut être considéré comme regrettable et probablement comme dispendieux sur le plan universel. Mail il est évident que l’on ne peut agir autrement pour les époques postérieures au XIV siècle où les documents deviennent très nombreux. Nous sommes donc assurés que, grâce aux développements de la paléographie, de l’épigraphie et de la diplomatique dont de brillantes communications nous ont montré qu’il était temps de les libérer du titre péjoratif de sciences auxiliaires de l’histoire, la masse de notre documentation aisément consultable va s’accroître en quantité comme en qualité.
La critique, l’interprétation et l’exploitation des documents posent le problème essentiel des méthodes de l’histoire. Les médiévistes, peu attirés par les sommets d’où les philosophes de plus en plus passionnément attentifs à l’histoire contemplent et jugent leur action, sont restés sur le terrain solide de la réalité quotidienne, des documents et des archives. À la méthode diplomatique qui est notre méthode classique, à la méthode archéologique utilisée sans cesse davantage, à la méthode comparative à laquelle ce Congrès comme tous les congrès internationaux aura donné un nouvel essor, s’est adjoint une nouvelle méthode: la méthode cartographique à laquelle ce Congrès, grâce à l’exposé qui lui a été consacré, aura donné ses lettres de noblesse. Elle peut se résumer dans cette formule, que tous les faits historiques peuvent être rendus concrets et présents par une représentation cartographique appropriée qui en facilite l’étude et la comparaison; elle présente l’avantage subsidiaire de marquer le lien qui unit l’histoire à la géographie. Mais celle qui nous a le plus préoccupés, c’est la méthode statistique.
La méthode statistique a été surtout utilisée jusqu’ici par l’histoire économique et sociale des temps modernes. Le problème de sa valeur pour l’histoire du Moyen Age a été posé et débattu à ce Congrès. Les uns tiennent pour l’usage d’une méthode où les appréciations qualitatives aient la plus grande part et se défient des statistiques et des courbes. D’autres soutiennent la nécessité des statistiques dont certains contestent qu’elles puissent jamais être complètes et exactes pour le Moyen Age. Cette discussion de méthode est certainement la plus importante que nous ayons eue: elle est revenue à diverses séances et en particulier à propos de la valeur des comptes de douane pour l’appréciation de la vie économique et du commerce du Moyen Age. Cette discussion n’a pas pu avoir d’autre conclusion que celle qui semble la plus sage, à savoir qu’il n’y a pas de règle générale: pour les hautes périodes les documents sont si peu nombreux que tout effort statistique est inopérant; pour les basses époques du Moyen Âge, les documents demeurent assez dispersés et particuliers pour que chaque série mérite d’être analysée et critiquée pour elle-même; et si certains donnent des renseignements numériques valables il n’y a rien d’étonnant à ce que l’on ne puisse pas faire fond sur d’autres. L’esprit de finesse demeure une des principales armes de l’historien.
L’histoire économique médiévale a d’ailleurs, en ce qui concerne ses méthodes, un certain nombre de bases fondamentales à établir avant même d’édifier des statistiques. Ce que souhaite la section qui s’est réunie hier dans cette salle c’est que tous les historiens collaborent à l’établissement de monographies scientifiques sur les poids, les mesures et les monnaies de chaque pays. Il est bien évident que tant que nous n’en connaissons pas la valeur et les équivalences exactes, tout ce que nous pouvons affirmer en matière de quantités risque de n’être qu’hypothèses ruineuses.
L’histoire religieuse a repris à Rome, comme il était naturel, sa grande place dans les réunions des historiens. Je ne sache pas cependant qu’aucune des communications ou des interventions ait été faite dans ce souple latin médiéval dont les humanistes nous ont privés pour la plus grande incompréhension mutuelle des hommes. Mais le fait symptomatique est que l’histoire religieuse s’est manifestée sous la forme de l’histoire des idées, de l’histoire des mentalités, de l’histoire des mouvements spirituels. L’accent a été mis sur les attitudes intellectuelles et morales, sur leur environnement social. Il n’y a pas eu, aussi bien au cours des séances consacrées aux hérésies médiévales que pendant celles où étaient étudiées les Croisades, de description, de récit ou d’analyse des faits et des événements. Il n’y a pas eu davantage de portraits de personnages.
À lire le titre des communications on pourrait croire, par conséquent, que l’histoire des faits est déjà achevée. Je m’étais hasardé il y a cinq ans, à suggérer que cette histoire des faits serait probablement, puisqu’elle avait été la première entreprise, la première achevée, mais je ne pouvais penser que, cinq ans plus tard, elle serait déjà absente du Congrès. Or il serait dangereux d’aller trop vite dans cette voie. Il nous faut prendre conscience des lacunes de notre documentation et commencer par les combler: il est indispensable qu’au moins une monographie scientifique soit consacrée à chacun des règnes des rois des divers pays; or nous sommes encore loin de compte. Avant d’aller de l’avant dans cette voie où nous attirent les formes nouvelles de l’histoire dont nous discutons si passionnément la méthode, il nous faut d’abord assurer nos bases, publier les textes et composer les grandes monographies approfondies qui mettent en place les personnages et les événements dans leur cadre chronologique.
Les tendances générales qui semblent le plus s’être affirmées au cours du présent Congrès sont le sens de la continuité et l’attention portée à la mentalité des hommes. De la continuité l’histoire de Rome offre le plus grand exemple: les congressistes ont marqué à maintes reprises la continuité de l’antiquité au Moyen Age et la continuité du Moyen Age à la Renaissance, au point que nos assises n’ont sans doute pas plus que les précédentes réussi à définir nettement les limites de la période de l’histoire qui nous attache. Ils ont manifesté que cette continuité existait aussi dans l’histoire économique: ils se sont refusés à conserver l’idée que les périodes catastrophiques alternent avec les périodes de prospérité générale alors que l’évolution n’est pas la même pour toutes les régions et qu’il y a toujours des exceptions notables aux phénomènes qui semblent les plus généraux. L’attention portée à la mentalité des hommes a eu aussi pour conséquence de souligner la continuité des modes de pensée qui demeurent malgré des bouleversements matériels ou se reproduisent analogues à des périodes différentes. Les médiévistes semblent donc renoncer aux classifications brutales et simplistes des pédagogues et des dogmatiques: elles leur paraissent de peu de valeur dans l’histoire de la pensée comme dans celle de l’économie. Aussi bien les contradictions constantes dans l’attitude de chaque homme le disparate de chaque civilisation à tout moment du temps conseillent-ils la prudence à l’historien.
Le sens du relatif, celui des nuances ont dominé dans les discussions des médiévistes: il est apparu qu’il n’était pas toujours aisé pour l’historien de distinguer un libre d’un non-libre, un hérétique d’un non-hérétique, une période de stagnation économique d’une période de déclin, que la contraction économique ou le servage n’entraînaient pas nécessairement la misère. L’historien ne doit pas prêter surtout attention aux idées et aux techniques nouvelles apportées par des novateurs peu nombreux; si elles sont génératrices d’avenir, peu d’hommes les adoptent dès leur apparition. Et les techniques, les mentalités anciennes voisinent avec elles pendant de longues durées. Ne s’attacher qu’à la tendance d’avenir dont nous prophétisons le succès après coup, c’est fausser le tableau d’une société. L’historien ne peut considérer la qualité sans la quantité ni la quantité sans la qualité.
Ces positions modérées résultent de l’ampleur des dépouillements actuels de documents. Alors que les premiers découvreurs de documents avaient tendance à souligner les traits nouveaux d’une société, à mettre en relief les exceptions et à généraliser, même inconsciemment, à partir du singulier, l’examen de masses sans cesse plus importantes de matériel historique et l’emploi de la méthode statistique amènent à des conclusions nuancées. Si la technique commerciale perfectionnée des hommes d’affaires italiens donne une unité apparente à la vie économique de l’Occident et de la Méditerranée au Moyen Âge, innombrables sont les centres commerciaux, même importants, qui ne la pratiquent pas; l’historien ne peut négliger ces marchands aux méthodes archaïques qui sont le nombre pour ne regarder que les Italiens qui sont l’élite. Cette attention portée de plus en plus à l’homme moyen, à sa situation juridique, à ses croyances, à son activité, à ses besoins suppose la connaissance de son humble culture: l’étude des manuels de piété, des sermons, la diffusion de l’écriture, de la lecture et du calcul, voilà les sujets qui semblent devoir retenir de plus en plus l’intérêt des historiens. Ils suscitent à la fois l’étude qualitative d’une culture, d’un mode de vie, de leurs éléments divers souvent peu homogènes ou contradictoires et l’étude quantitative de l’importance numérique de ceux-ci et de leur extension dans l’espace qui peuvent se traduire par des courbes et par des cartes.
Un champ immense, tout proche du réel et de sa complexité tente désormais les historiens. L’histoire, comme le souligne F. Vercauteren, devient une science de plus en plus difficile; mais ses victoires n’en sont que plus éclatantes. Nul doute qu’à Stockholm ne soient nombreux ceux qui étudieront dans leur totalité les diverses sociétés médiévales. Souhaitons qu’à côté de ceux qui s’attachent aux sociétés occidentales et slaves un certain nombre consacrent leurs recherches aux sociétés d’Afrique et d’Asie un peu négligées par le présent Congrès.
G. Ritter: Es ist mir die Frage gestellt worden, ob meine Eindrücke von den Verhandlungen dieses Weltkongresses übereinstimmen mit dem grossen Bericht, den ich über Leitungen, Probleme und Aufgaben der internationalen Geschichtsschreibung zur neueren Geschichte erstattet habe. Diese Frage ist aus verschiedenen Gründen im Rahmen eines kurzen Referates schwer zu beantworten:
1) weil ein so grosser Kongress dem einzelnen Teilnehmer nicht mehr als fragmentarische Eindrücke zu sammeln gestattet,
2) weil es gerade im Bereich der neueren Geschichte schlechthin allgemeine, überall gleich wirksame Grundtendenzen der internationalen Geschichtswissenschaft kaum gibt,
3) weil die Auswahl und Zusammenstellung der auf diesem Kongress behandelten Themen nicht einfach die gegenwärtigen Strömungen historischer Wissenschaft in der Welt widerspiegelt, sondern durch den Vorstand des CISH nach einem bestimmten Plan erfolgt ist: einem Plan, bei dessen Aufstellung die verschiedenartigsten Rücksichten zu nehmen waren.
Nur unter erheblichen Vorbehalten kann ich also meine Eindrücke vom Kongress mit meinem Bericht vergleichen. Wenn ich dabei mehrfach zu kritischen Bemerkungen Anlass finde, so bitte ich mir zu glauben, dass sie nicht aus Überheblichkeit entspringen, sondern ausschliesslich aus der Überzeugung, der Fortschritt wissenschaftlicher Arbeit könne nur durch kritische Selbstbesinnung gefördert werden.
Das Erste und Wichtigste, was die Wirklichkeit dieses Kongresses von den Darlegungen meines Generalberichtes unterscheidet, ist das Auftreten so zahlreicher Teilnehmer aus den sogenannten Ostblockstaaten und ihre äusserst aktive Beteiligung an den Kongressarbeiten. Davon konnte ich noch nichts ahnen, als ich meinen Bericht niederschrieb, und so wäre der Bericht über sowjetische Geschichtswissenschaft, den mein Kollege G. v. Rauch mir freundlicherweise zur Verfügung gestellt hat, heute, nach Vorlage von so viel neuem Schrifttum, gewiss in mancher Hinsicht zu ergänzen oder zu korrigieren. Zu berichtigen ist auch, was ich über polnische Geschichtswissenschaft gesagt habe. Der Bericht von B. Lesnodorski im VI Band der Kongressakten12 zeigt ja sehr handgreiflich, in welchem Umfang und mit welchen Methoden die Sowjetisierung und «planification» (Gleichschaltung) der polnischen Geschichtswissenschaft mindestens seit etwa 1950 fortgeschritten ist, und ein mir freundlichst überreichter Sammelband La Pologne au Xème Congrès International des Sciences Historiques 13 scheint es vollauf zu bestätigen. Dasselbe gilt von der rumänischen Historiographie, über deren neueste Entwicklung P. Constantinescu-Jasi in dem Sammelband Nouvelles Études d’Histoire, 1955,14 berichtet. Im Übrigen hat sich ja jeder Kongressbesucher in reichstem Masse von der weithin einheitlichen Ausrichtung und Grundauffassung aller dieser neu aufgetretenen Historiker aus der Einflusssphäre Sowjetrusslands selbst überzeugen können. Ich brauche nicht erst zu sagen, wie sehr die internationale Geschichtswissenschaft diese neue Verbindung zwischen West und Ost begrüssen muss; die dadurch möglich gewordene Verbesserung der gegenseitigen Kenntnis der wissenschaftlichen Arbeiten hier wie dort, aber auch die Möglichkeit menschlicher Berührung und fruchtbarer Zusammenarbeit auf bestimmten Gebieten. Praktische Ansätze zu solcher Zusammenarbeit haben sich, wenn ich richtig sehe, wohl hie und da auf dem Gebiet der alten und mittleren Geschichte schon gezeigt, aber bisher kaum – oder doch sehr viel weniger – auf dem der neueren Geschichte. Gelegentlich traten hier sogar Gegensätze der historischen Grundauffassung ziemlich schroff zutage, vor allem in der Diskussion mit Historikern der Emigration. Im ganzen, scheint mir, ist es bisher noch nicht zu einem wirklich befriedigenden Gespräch zwischen den Partnern aus West und Ost gekommen; zum Teil aus sachlichen Gründen, zum Teil deshalb nicht, weil die Technik des Diskutierens auf solchen Riesenkongressen noch sehr grosse Mängel hat. Es wird viel zu viel aus vorher vorbereiteten Manuskripten vorgelesen, viel zu viel proklamiert, zu wenig in freiem Wortgebrauch diskutiert. Hier scheint mir die wichtigste, aber auch schwierigste Reformaufgabe für die Gestaltung späterer Weltkongresse zu liegen, und sie wird umso dringlicher, je mehr die Masse der Kongressbesucher und die Vielfalt, um nicht zu sagen das Chaos der Meinungen ins Unübersehbare anwächst.
Übrigens gilt es nicht nur von dem Gespräch zwischen Ost und West, sondern von weiten Gebieten der neueren Geschichte ganz allgemein, dass die internationale Zusammenarbeit noch viel zu wünschen übrig lässt und dass weitaus die meiste Forschungsarbeit sich im beschränkten Rahmen und Horizont rein nationaler Geschichtsschreibung vollzieht. Es gibt glänzende Ausnahmen, so etwa auf dem Gebiet der vergleichenden Verfassungsgeschichte. Der grosse Bericht über die Probleme des fürstlichen Absolutismus – von R. Mousnier und F. Hartung – und die Rapports über Entwicklung des Ständewesens fanden ein ausserordentlich starkes Interesse, das sich manchmal sogar in allzu zahlreichen Wortmeldungen (bis zu 49 an einem Vormittag!) äusserte. Man sah, dass auf diesem Spezialgebiet schon jetzt eine ziemlich intensive internationale Zusammenarbeit besteht und dass Probleme der politischen Geschichte, wenn sie mit dem nötigen Tiefgang behandelt werden, auch heute noch grosses Interesse finden können. Auf internationale Vergleichung ist auch die moderne Kirchengeschichte beider Hauptkonfessionen des Westens angewiesen, deren Probleme indessen mehr im Rahmen der Kommission für vergleichende Kirchengeschichte (unter Leitung von L. Willaert) zur Sprache kamen, weniger auf dem allgemeinen Kongress, dessen kirchengeschichtliche Vorträge zum Teil schwach besucht waren. Allerdings haben sich die Mediaevisten diesmal mit besonderer Intensität und besonderem Erfolg mit kirchen- und religions-historischen Fragen befasst.
Auch die Geistesgeschichte der Renaissance und des Humanismus ist längst ein Gegenstand internationaler Forschung geworden, ohne freilich ein sonderlich starkes Echo auf diesem Kongress zu wecken. Auffallend war, dass ein so wichtiges Gebiet wie die Wirtschafts- und Sozialgeschichte der Neuzeit einstweilen, wie es scheint, noch weithin auf der Stufe nationalgeschichtlicher Untersuchungen verharrt. Jedenfalls hatten sowohl die Rapports über Agrargeschichte wie die über Industrie- und handelsgeschichtliche Probleme des XVIII. Jh. fast ausschliesslich von nationalgeschichtlichen Forschungen zu berichten, besonders über westeuropäische und russische, während die Verhältnisse Mitteleuropas stark zurücktraten. Dass in den kurzen Nachmittagsvorträgen die Themata mit national oder auch regional begrenztem Horizont noch stärker überwogen, ist nur natürlich. Erfreulicherweise hat es aber auch hier, in den Sektionen IV und V, nicht ganz an universalhistorischen Fragestellungen gefehlt. Es ist zu wünschen und zu hoffen, dass die internationale Gemeinsamkeit der Forschung durch die Unterkommissionen unseres Verbandes für ständegeschichtliche Fragen, für Sozial-, Wirtschafts- und Kirchengeschichte immer mehr in Fluss gebracht wird.
Eine weitere Beobachtung meines Berichtes, die der Verlauf des Kongresses bestätigt hat, geht dahin, dass in der Historikerschaft aller Länder die Neigung zum reinen Empirismus und Positivismus der Tatsachenforschung weit zu überwiegen scheint. Das, was man einen «philosophischen Kopf» nennt, ist in der Zunft der Historiker offenbar überall eine grosse Seltenheit. Für methodologische Fragen, die über das rein Technisch-Handwerkliche hinausgehen, vollends für geschichtsphilosophische Probleme zeigte sich das Interesse im Ganzen auffallend gering. Die Sektion I unseres Kongresses «Methodologie und Allgemeine Probleme» hat methodologische Fragen von grundsätzlicher Bedeutung überhaupt nicht besprochen und stattdessen eine Reihe sehr interessanter Referate über das Problem der Grenze gebracht, ausserdem einige Mitteilungen zur Geschichte der Historiographie verschiedener Länder. Nun gehört es ja unzweifelhaft zum Wesen der Historie im engeren Sinn, dass sie – wie es die neuere deutsche Geschichtsphilosophie, von Rickert und Windelband bis zu Meinecke, immer wieder dargelegt hat – im Gegensatz zu den Naturwissenschaften und systematischen Geisteswissenschaften die Erforschung der einmaligen, unwiederholbaren Lebenserscheinung, der Individualität, als ihre eigentliche, entscheidende Aufgabe betrachtet und daher misstrauisch ist gegen alle Verallgemeinerungen und abstrakten Allgemeinbegriffe der Philosophen oder auch der Soziologen. Aber dies entbindet sie doch nicht von der Pflicht ständiger Selbstbesinnung auf ihre methodologischen Grundlagen und engster Fühlungnahme mit den systematischen Geisteswissenschaften, deren Hilfe sie zur Bildung und Klärung ihrer wissenschaftlichen Begriffe braucht und damit zugleich zu präzisen und fruchtbaren Fragestellungen. Wo sie davor zurückscheut, wo sie im Positivismus einer blossen Faktensammlung erstarrt (Histoire historisante, Histoire des faits, sagt man heute in Frankreich) verarmt sie zu einem ziemlich öden Handwerk und gerät in eine methodologische Unsicherheit, die sich in den verschiedensten Richtungen verhängnisvoll auswirken kann.
In dieser Hinsicht war besonders lehrreich der Bericht von Th. C. Cochran über das Verhältnis der amerikanischen Geschichtswissenschaft zu den Sozialwissenschaften (social sciences). Wenn er beklagt, dass so viele amerikanische Historiker sich dagegen sträubten, von den theoretischen Sozialwissenschaften zu lernen und sich lieber auf den normalen common sense als Grundlage ihrer Forschungsarbeit verliessen, so wird man dieses Sträuben gewiss nicht nur in Amerika finden. Cochran spricht von der natürlichen Sorge des Historikers, durch die rein theoretisch erarbeiteten Begriffe der Soziologen und Nationalökonomen dazu verleitet zu werden, dass er nicht unbefangen, sondern mit Vorurteilen an seinen Quellenstoff herantritt. Diese Gefahr besteht natürlich immer und überall. Aber wer keine begrifflich präzisen Fragen an die Vergangenheit zu stellen hat, wird auch keine präzisen Antworten erhalten. Da die Historie kein Photographieren einer irgendwie fertigen Wirklichkeit darstellt, sondern schöpferisches Gestalten eines an sich gestaltlosen Stoffes, kann sie als reine Empirie, als blosse Anhäufung quellenmässig bezeugter Fakten niemals zum Ziele kommen. Ich darf hierfür auf den zweiten, theoretischen Teil meines Generalberichts verweisen.
Es war mir sehr interessant, in den Berichten, Vorträgen und Debatten des Kongresses zu beobachten, wie die Unzulänglichkeiten des reinen Empirismus, der blossen Tatsachenforschung, in allen Zweigen historischer Wissenschaft mehr und mehr empfunden werden. Englische und französische Agrarhistoriker stellten fest, dass die Erforschung der Agrargeschichte einseitig und unzulänglich wird ohne die Verwertung technischer Sachkenntnisse, wie sie der Agronom besitzt. Der Bericht Th. S. Ashton’s bemerkte, dass die moderne Wirtschaftsgeschichte in England sich mehr und mehr spezialisiert, aber auch immer mehr in die Hände theoretisch geschulter Nationalökonomen gerät; die Folge davon sei aber auch wieder eine Ausweitung des historischen Horizonts: nur der theoretisch geschulte Wirtschaftshistoriker vermag Zusammenhänge zwischen den verschiedenen Sphären der Wirtschaft zu erkennen, die dem ungeschulten Historiker des blossen common sense verborgen bleiben. Ähnliches gilt von allen Zweigen historischer Forschung. Reformationsgeschichte ohne theologische Vorkenntnisse zu treiben ist heutzutage aussichtslos geworden: so aussichtslos, dass sie praktisch – zu meinem lebhaften Bedauern! – immer ausschliesslicher den Theologen anheimfällt. Verfassungsgeschichte lässt sich fruchtbar nur durch einen juristisch und staatswissenschaftlich geschulten Historiker behandeln, neuere politische Geschichte ganz allgemein nicht ohne nationalökonomische und sozialwissenschaftliche Vorkenntnisse, Kriegsgeschichte nicht ohne ein Mindestmass militärischen Sachverstands. Kurzum: der neueren Geschichte können fast alle Geistes- und Sozialwissenschaften zu «Hilfswissenschaften» werden, und bei der Ausbildung neuzeitlicher Historiker sollte ihr Studium mindestens dieselbe Rolle spielen wie sie bei der Ausbildung des Mediaevisten jenen hochgesteigerten Künsten philologischer Technik zufällt, die man gemeinhin als «Hilfswissenschaften» bezeichnet.
Je mehr die Geschichtswissenschaft so in enge Fühlung mit anderen Geisteswissenschaften (oder Sozialwissenschaften) tritt, je mehr sie sich also zu einer Art von Zentraldisziplin der Wissenschaft von Menschen erweitert, um so mehr verliert der Unterschied zwischen der sogen. politischen und der sogen. Kulturgeschichte an Bedeutung. Dass diese Grenzlinie heute schon stark verwischt ist und vor allem, dass die politische Geschichte im engeren Sinn hinter anderen Forschungszweigen immer mehr zurücktritt, ist eine Beobachtung aller vier Generalberichte und wird auch durch diesen Kongress wieder bestätigt. Bekanntlich ist es vor allem die französische Geschichtswissenschaft, in der sich am deutlichsten eine Abwendung vom Staate und seinen Problemen vollzieht. Es ist deshalb wohl kein Zufall, dass gerade auf dem Pariser Kongress 1950 nur eine von sieben Sektionen der Histoire des faits politiques gewidmet war. Diesmal ist die Sektionseinteilung eine andere gewesen, und die politische Geschichte war vergleichsweise stärker vertreten, vor allem in der Sektion V: die Geschichte des 19. und 20. Jahrhunderts. In der Sektion IV (neuere Geschichte) dagegen waren von 6 Forschungsberichten und 26 Vorträgen nur ein Bericht und 4 Vorträge Gegenständen gewidmet, die man in irgendeinem Sinn zur politischen Geschichte rechnen kann. Die starke Verschiebung des Interesses gegenüber früheren Generationen ist also auch diesmal ganz deutlich. Ich habe mich damit schon in meinem Generalbericht auseinandergesetzt, möchte aber auch hier darauf aufmerksam machen, dass diese Entwicklung der heutigen Geschichtswissenschaft nicht einfach als Fortschritt gewertet werden kann, sondern neben bestimmten Vorzügen auch sehr ernst zu nehmende Gefahren in sich birgt.
Zu begrüssen ist zweifellos die Abwendung von einer isolierten Betrachtung politischer Ereignisse und Persönlichkeiten als wesentlicher Gegenstand der Historie. Politische Geschichte ist nur dann wirklich zu verstehen – und auch nur dann wirklich interessant – wenn sowohl ihre Voraussetzungen in der Entwicklung des wirtschaftlich-sozialen Lebens und in der Geschichte der geistigen Bewegungen ergründet werden wie auch die Rückwirkungen des politischen Geschehens auf Gesellschaft und Kultur. In der Erforschung dieser wechselseitigen Beziehungen möchte ich die höchste und eigentliche Aufgabe des Historikers von heute erblicken. Da es sich aber hier um eine sehr umfassende und deshalb schwierige Aufgabe handelt, besteht die Gefahr, dass die verschiedenen Forschungszweige auseinanderfallen und dass jeder einzelne sich als Selbstzweck betrachtet. Es gibt nicht nur eine Verödung und Verarmung des historischen Wissenschaftsbetriebes durch isolierte Betrachtung des politischen Lebens, sondern genau ebenso durch isolierte Betrachtung der wirtschaftlichen Entwicklung, der Sozialstrukturen oder auch der Geistes- oder Ideengeschichte. (Davon ist auch in den Kongressdebatten mehrfach die Rede gewesen). Mehr noch: ich behaupte, dass der allgemeine Historiker weniger Chancen hat, auf allen diesen Sondergebieten der Kulturgeschichte wahrhaft schöpferische, wahrhaft originelle Leistungen zu vollbringen als der Spezialist der Sozialwissenschaften, der Nationalökonomie, der Philosophie, der Kunst – und der Literaturwissenschaft – sofern nämlich der Historiker sein Studium im Wettkampf mit diesen Spezialisten isoliert. Seine besondere Aufgabe wird, meine ich, nur dann erfüllt und seine besondere Leistung kommt nur dann zur Geltung, wenn er von der exakt beobachteten Einzelerscheinung her den Gesamtzusammenhang des geschichtlichen Lebens erfasst. Der jüngst verstorbene Henri Berr hat dafür den etwas verschwommenen Begriff der synthèse historique geprägt. Aber die Aufgabe der historischen Synthese wird missverstanden, wenn man damit ein Zusammenleimen disparater Elemente – oft nur flüchtig aufgefasster Einzelheiten – zu irgendeinem Ganzen versteht. Auch die grossen, aus vielen Einzelbeiträgen zusammengestückelten Darstellungen der Universalgeschichte, in denen die sogen. Kulturgeschichte eine mehr oder weniger grosse Rolle neben der Staatengeschichte spielt, sind nicht die letzte und entscheidende Aufgabe des Historikers, sondern reine Notbehelfe. Sein synthetisches Vermögen bewährt sich normalerweise nicht in den grossen Übersichten über die Vergangenheit sondern in der Monographie, der Einzeluntersuchung und der Darstellung geschlossener Einzelthemen, aber nur dann, wenn er es versteht, den Gesamtzusammenhang geschichtlichen Lebens in jeder Einzelfrage gleichsam mit aufleuchten oder durchscheinen zu lassen.
Die Selbstisolierung des immer komplizierter werdenden Studiums einzelner Kulturgebiete ist aber nicht die einzige Gefahr, die unsere Wissenschaft in der Gegenwart bedroht. Eine weitere sehe ich darin, dass die geschichtliche Forschung im Drang zum Studium bestimmter Kulturzustände (wirtschaftlicher, sozialer und geistiger) in lauter Analysen, lauter Querschnitte auseinanderfällt und dass darüber die Dynamik, das Dramatische des Geschichtsablaufs nicht mehr recht sichtbar wird. Es wäre nicht schwer, Beispiele so einseitiger Analysenarbeit auch in den Verhandlungen dieses Kongresses nachzuweisen. Man analysiert etwa bestimmte soziale Strukturverhältnisse – sagen wir die Struktur des sogenannten Bürgertums (dessen Bestimmbarkeit als geschlossene «Klasse» mir übrigens keineswegs erwiesen scheint) und übersieht dabei allzu leicht die ungeheure Bedeutung, die politische Ereignisse, ja sogar das Auftreten bestimmter Persönlichkeiten für seine Strukturwandlungen, seine materielle Lage und vollends für seine politische Mentalität haben können. Das Studium wirtschaftlicher oder sozialer Voraussetzungen des politischen Lebens hat weithin zu einer grossen Unsicherheit über das Verhältnis von Individuum und Masse, von Willensfreiheit der historischen Persönlichkeit und ihrer Gebundenheit an wirtschaftliche und soziale Gegebenheiten geführt. Man sieht die Menschen vielfach nur noch durch die Brille soziologischer Typenbegriffe, nicht mehr in der Vielfalt und Fülle ihrer Individualität. Die marxistische Doktrin ist uns hier immer wieder, besonders ausführlich in den Berichten von A. L. Sidorov und B. Lesnodorski, vorgelegt worden, nach der die sogenannten Klassenkämpfe der interessanteste Gegenstand historischer Forschung sind, die proletarische Masse als der eigentliche Träger alles geschichtlichen Fortschritts erscheint. Wer nun mit dieser Doktrin nicht einverstanden ist, muss sich darüber klar sein, welche Rolle er selbst dem freien Willensentschluss und den ganz persönlichen Charaktereigenschaften der grossen schöpferischen Individuen, aber auch der politischen Aktivisten und Machtmenschen zusprechen will, welche Bedeutung er rein politischen Motiven zuerkennt, besonders dem Ehrgeiz und Machtdrang der Einzelnen und der Nationen, vor allem der politischen Aktivität kleiner Gruppen im Verhältnis zur Passivität der Massen. Ich persönlich bin der Meinung, dass die Erfahrungen unserer Zeit uns gelehrt haben sollten, diese Rolle ausserordentlich hoch, ja noch höher als frühere Generationen einzuschätzen. Aber ich vermisse beim Überblick über die historischen Forschungen der westlichen Welt im Laufe des letzten Jahrzehnts weithin die praktische Auswirkung solcher Erfahrungen auf die zünftige Geschichtswissenschaft, vermisse vor allem Klarheit über die eben genannten Probleme in vielen unserer Debatten. Nicht selten hat man den Eindruck, dass die Neigung zu soziologischer Erklärung aller historischen Erscheinungen – bis hin zur Religion – die Augen blind macht für den wahren Reichtum und die wahre Vielfalt des geschichtlichen Lebens.
Historia vitae magistra: jeder von uns weiss, dass dieses Schlagwort, wie alle Schlagworte, nur eine Halbwahrheit enthält. Nichts liegt mir ferner, als das reine Erkenntnisstreben der Geschichtswissenschaft durch falsche Pragmatisierung verfälschen zu wollen. Aber wer von uns würde glauben, dass es zum Heil der Welt wäre, wenn die Historiker, und gerade auch ihre jüngere Generation, anfingen, sich von den Problemen des staatlichen Lebens abzuwenden? A. Momigliano hat in seinem Forschungsbericht15 sehr mit Recht davon gesprochen, dass nach den bösen Erfahrungen, die unsere Zeit mit Grossmachtpolitik gemacht hat, die sogen. Heroischen Epochen der Geschichte aufgehört haben, Gegenstand des Neides der Nachlebenden zu sein. Sehr wahr! Aber es wäre verhängnisvoll, wenn die Abneigung gegen falschen Heroismus zur Abneigung gegen den Staat und das politische Leben überhaupt führen sollte. Wer die ungeheure Verwirrung der politischen Begriffe unserer Zeit vor Augen hat und die ungeheuren Spannungen, die fortdauernd von der Politik her den Frieden der Welt bedrohen, der kann nicht anders als den dringenden Wunsch aussprechen, dass die Geschichtswissenschaft fortfahren möchte, das ihre zur Klärung politischer Probleme und zur nüchternen Erkenntnis des historischen Standortes unserer Zeit beizutragen.
Es ist mir, so betrachtet, eine tröstliche Erfahrung gewesen, dass dieser römische Kongress wenigstens in manchen seiner Berichte und Vorträge sich den grossen politischen und sozialen Problemen unserer eigenen Zeit genähert hat – mehr als der von 1950 – und dass seine Debatten so vielfach erfüllt waren von dem Bewusstsein unserer Mitverantwortung für die Meisterung der politischen und geistigen Nöte der Gegenwart.
P. Renouvin: Bien que l’étude du XIXe et du XXe siècles se présente dans des conditions particulières, à cause de l’amas d’une documentation accablante, à cause aussi de la difficulté que nous éprouvons à éliminer les partis pris nationaux ou politiques, les travaux d’histoire contemporaine obéissent aux mêmes préoccupations générales que celles dont il a été question dans les rapports précédents. Je ne reviendrai donc pas sur les constatations déjà indiquées et je me bornerai, dans le cadre des recommandations faites par le président R. Fawtier à la séance inaugurale du Congrès, à jeter un regard d’ensemble, un regard critique, sur nos travaux.
Cette critique, je voudrais l’appliquer d’abord à certains traits de l’organisation de nos séances. Le Congrès de Paris de 1950 avait été animé, parfois désordonné. Les organisateurs du Congrès de Rome ont voulu, très légitimement, mettre un peu plus d’ordre dans les discussions: ils y ont peut-être introduit un excès de rigidité. Obliger quiconque veut intervenir à propos d’un rapport, ou même d’une communication, à annoncer d’avance son intervention, c’est, en fait, entraver tout débat: nous avons vu trop souvent des orateurs qui se bornaient à lire un papier, rédigé bien avant la séance; certes, ils connaissaient le rapport mis en discussion; mais, sauf de rares exceptions, ils ne tenaient aucun compte des interventions qui avaient précédé la leur. En outre, lorsque certains d’entre nous auraient eu le désir de discuter une remarque faite au cours d’une de ces interventions, ils ne le pouvaient pas, puisque la parole était donnée seulement à ceux qui avaient été inscrits auparavant. Il faudra, je crois, remédier à cet inconvénient lors du Congrès de Stockholm. Je souhaite que nous arrivions à échanger des idées directement, et non pas à échanger seulement des monologues.
D’autre part j’ai constaté que la plupart du temps aucun effort n’était fait pour donner au débat une conclusion. Il serait souhaitable que le président de séance résume chaque débat, essaie d’en dégager les idées générales, et soumette ce résumé à l’approbation des participants.
Voilà les réserves préliminaires que je voulais présenter, mais nul plus que moi n’est convaincu des difficultés que rencontre l’organisation de nos Congrès. Bien que les diverses solutions possibles aient été étudiées et mises à l’essai, nous n’avons fait, depuis trente ans, qu’osciller entre des écueils. Le moment n’est-il pas venu de dégager enfin les leçons de ces expériences?
C’est maintenant le caractère de nos travaux que je voudrais examiner, en les confrontant avec les indications générales que j’avais crû pouvoir donner, avant le Congrès, dans le «rapport d’orientation».
Je ne m’attarderai pas à exprimer des regrets, à constater, par exemple, que l’histoire de l’industrie et celle de l’agriculture, l’histoire démographique et les études de sociologie électorale ont tenu une place trop faible dans nos séances de travail, et je limiterai mes observations aux domaines de recherche qui, dans la section d’histoire contemporaine, ont effectivement retenu l’attention au cours de cette semaine.
L’histoire sociale (structures sociales et mouvements de protestation) a été la triomphatrice. Les méthodes de recherches pour l’étude des structures ont donné lieu à des remarques fort intéressantes, mais l’idée centrale qui a dominé ces débats, c’est l’importance que l’historien doit attacher à la «prise de conscience» sociale. Notre collègue E. Labrousse a brillamment montré comment la recherche d’histoire sociale, qui a nécessairement ses bases dans la recherche d’histoire économique, devait mener à l’étude de la psychologie sociale, de la mentalité collective des groupes sociaux. Mais ne faut-il pas aller au-delà? Suffit-il de déterminer le comportement moyen d’un groupe social pour en déduire l’attitude politique de ses membres? Tous les auteurs qui se sont occupés de sociologie électorale ont constaté, dans tous les pays, que le vote ne coïncide pas nécessairement avec des intérêts économiques ou avec des situations sociales déterminées. La «prise de conscience» n’a donc pas toujours la portée pratique que l’on pourrait être tenté de lui attribuer.
L’histoire des mouvements d’idées a été le second centre d’intérêt de nos séances. Elle a été étudiée à trois points de vue: l’influence des idées scientifiques et techniques de l’Occident sur la Chine et le Japon; le nationalisme, sous la forme particulière qu’il a prise dans les pays arabes; enfin le libéralisme du XIX siècle, dans le domaine politique et dans le domaine religieux. Sur tous ces sujets, les rapporteurs ont montré combien il était nécessaire pour étudier le mouvement des idées, d’examiner d’une part le milieu social et les circonstances économiques, d’autre part l’influence des individus.
Enfin l’histoire des relations internationales a tenu une place importante dans nos préoccupations. Au-delà de l’étude des sources qui, bien entendu, nous a longuement retenus, la question fondamentale qui a reparu au cours de toutes les discussions a été celle de l’orientation à donner aux recherches. Faut-il mettre l’accent sur l’étude de l’action diplomatique ou sur le rôle des forces profondes: intérêts économiques, influences sociales, tendances de la psychologie collective, qui ont orienté la politique extérieure des états? Les échanges de vues relatifs à ces problèmes ont été particulièrement animés.
Il est donc permis de constater une certaine unité dans nos délibérations: le désir d’élargir l’horizon des études historiques. Nous sommes en droit de nous en réjouir.
Pourtant, dans ces débats, j’ai relevé deux points faibles que je voudrais indiquer brièvement:
Premier point faible: la crainte des définitions. Dans une séance consacrée à l’histoire sociale, le rapporteur a déclaré: «Je ne donne pas dès maintenant une définition de la bourgeoisie, ce serait prématuré; je la donnerai seulement après la fin de mon enquête». Les auteurs du rapport sur le «catholicisme libéral», peut-être parce qu’ils n’étaient pas entièrement d’accord sur ce qu’il fallait entendre par ce terme, ont eux aussi ajourné leur réponse. Et lorsqu’à propos de la discussion du rapport sur l’histoire de l’Atlantique, s’est posée la question de savoir dans quelle mesure on pouvait parler d’une «civilisation atlantique», les rapporteurs ont reconnu qu’ils n’étaient pas en état de donner une définition. Ne serait-il pas possible pourtant de donner, à titre d’hypothèse de travail, une définition provisoire, quitte à la reprendre et à la retoucher par la suite? Nos travaux y gagneraient sans doute en efficacité.
Second point faible: la tendance qui consiste à chercher dans le passé des arguments historiques propres à consolider des thèses politiques actuelles. Quelle que soit la forme que peut prendre cette pénétration de la politique actuelle dans l’histoire, elle ne peut aboutir qu’à fausser les recherches et à faire perdre à l’historien son indépendance spirituelle. C’est un danger grave contre lequel nous devons réagir.
A la fin du rapport d’orientation, j’insistai sur la divergence qui se manifeste dans l’interprétation historique entre les partisans des explications économiques et sociales et les partisans des explications que l’on peut appeler «spirituelles».
Le spectacle de ces journées de Congrès, qui ont été actives et intéressantes, a permis de constater à chaque instant cette divergence. Je ne crois pas, pour ma part, qu’une recherche historique dirigée par une hypothèse exclusive ou dominante puisse satisfaire l’esprit. Certes les explications économiques et sociales sont souvent exactes; mais elles ne le sont pas toujours. L’historien se trouve en face d’une gamme d’hypothèses possibles, parmi lesquelles se trouvent les hypothèses économiques et sociales. Mais il doit renoncer lorsqu’il n’en trouve pas confirmation solide dans les documents. Or, trop d’entre nous savent d’avance le résultat auquel ils veulent aboutir. Dans ce cas, il n’y a plus à proprement parler de recherche historique. Ce qui fait l’intérêt de cette recherche, c’est la variété des hypothèses. Donner d’emblée la préférence à l’une d’elles, c’est renoncer au meilleur de notre effort: en pareil cas, il ne s’agit plus de recherche historique, mais seulement d’une recherche d’arguments à l’appui d’une thèse préconçue. Or toute explication unilatérale mène à une simplification arbitraire, car, en fait, dans la vie des sociétés humaines, l’influence des conditions économiques et financières, celle des courants de la psychologie collective, celle enfin des initiatives individuelles se complètent et se pénètrent. Rappelons-nous donc que, selon le mot de Werner Sombart, nous ne devons jamais perdre de vue «l’innombrable variété de mobiles dont l’action se manifeste dans l’histoire».
A. Ferrabino porge il saluto affettuoso dei congressisti a R. Fawtier, presidente uscente del CISH, e al nuovo presidente di esso, F. Chabod; ringrazia il segretario generale della Giunta Centrale per gli Studi Storici, G. Vitucci, e il segretario generale del CISH, M. François, per l’appassionata dedizione alla buona riuscita del Congresso.
F. Chabod, nell’assumere la presidenza del CISH, saluta gli storici di tutto il mondo convenuti in Roma augurando un successo non inferiore a quello del presente congresso all’XI Congresso del CISH che si terrà a Stoccolma nel 1960. Indi dà la parola a P. Harsin che parla a nome di tutte le delegazioni presenti al congresso.
P. Harsin: Au terme de cette journée et de ce Congrès, le redoutable honneur qui m’échoit de m’exprimer en votre nom à tous, Mesdames, Messieurs, me touche profondément. Je veux y voir, non pas simplement une aimable attention à l’égard du pays que je représente, mais surtout, un hommage ému à la mémoire de celui qui, il y a près d’un demi-siècle, était à l’origine du Comité International des Sciences Historiques, et qui, depuis vingt ans a cessé d’animer de sa prodigieuse personnalité nos réunions et dont le nom n’a cessé de grandir dans l’estime universelle, je veux dire Henri Pirenne, le maître de toute la génération actuelle d’historiens belges, même de ceux qui, comme moi, n’ont pas été directement ses élèves.
Venus de tous les coins du monde, de 29 pays différents, les 1600 historiens réunis à Rome pendant cette inoubliable semaine veulent exprimer leur gratitude à tous ceux qui se sont dépensés sans compter pour assurer le succès d’une réunion internationale qui, par son importance numérique, risquait fort de sombrer dans le chaos et dans la confusion. Or toute l’organisation matérielle des séances de travail, tout le programme lentement élaboré et surtout la publication de ces impressionnants volumes de rapports ont été une parfaite réussite. Menacé d’étouffement par sa richesse même, l’ordre du jour de nos séances a été rempli, et la variété autant que le sérieux des discussions ont permis la confrontation de toutes les opinions sans exception. On ne sait donc à qui adresser le plus chaleureux remerciement: au président A. Ferrabino, à son dévoué secrétaire général G. Vitucci, au professeur F. Bartoloni, omniprésent, qui ont préparé de longue date cette organisation, au président F. Chabod qui a présidé la publication des rapports, en les suivant pendant cinq ans, à leur foule de collaborateurs: secrétaires, interprètes aimables préposées à la réception dont la bonne grâce et le dévouement n’ont jamais été en défaut. Et ne convient-il pas de rappeler aussi les deux moments inoubliables qu’a vécus ce Congrès: cette féerie nocturne, dimanche dernier, dans les jardins du Capitole, où le Maire de Rome nous a reçus avec une somptuosité vraiment romaine; et cette émouvante réception de mercredi dernier dans le Palais du Vatican où S. Sainteté Pie XII a tenu à nous accueillir lui-même malgré ses charges multiples avec une souriante majesté. Vous voudrez bien M. le président exprimer à M. le Maire de Rome la reconnaissance des congressistes pour la généreuse et fastueuse réception qu’il leur a offerte, exprimer à Sa Sainteté le Souverain Pontife l’hommage respectueux de ceux qui ont écouté ses paroles avec une profonde émotion. Ouvert sous le signe de la détente internationale, ce Congrès s’est déroulé sous celui de la compréhension et de l’aide mutuelles. Puisse-t-il être, à l’aube d’une ère nouvelle, la manifestation pour les historiens du rapprochement et de la confrontation loyale des thèses les plus opposées. Et maintenant voici le moment de la séparation; pour nous tous, en regagnant nos patries respectives, nos valises bourrées à craquer des publications les plus intéressantes, nous emporterons de l’atmosphère cordiale de ces assises internationales le souvenir le plus profond; de la ville éternelle l’image la plus vivante et de nos amis italiens la sympathie la plus chaleureuse. Que tous ceux qui ont bien voulu contribuer à l’agrément de notre séjour et au profit que nos travaux retireront de cette rencontre sans précédent, veuillent trouver ici l’expression la plus cordiale de notre gratitude.
F. Chabod: Ringraziando P. Harsin, ed augurando a tutti un felice ritorno alle rispettive sedi, dichiaro chiuso il X Congresso Internazionale di Scienze Storiche.
- 1
- Atti del X Congresso internazionale, Roma, 4–11 septembre 1955, a cura della Giunta Centrale per gli Studi Storici, Roma, 1955, pp. 851–872. La seduta di chiusura è dedicata agli interventi del Presidente del Congresso Aldo Ferrabino, che legge un messaggio del Presidente della Repubblica Italiana Giovanni Gronchi al Congresso; degli autori della relazione generale sulla storia antica, medievale, moderna e contemporanea: Arnaldo Momigliano, Yves Renouard (in rappresentanza di Fernand Vercauteren), Gerhard Ritter e Pierre Renouvin; al neoeletto Presidente del CISH, Federico Chabod; e a Paul Harsin, portavoce dei membri del Congresso.↩
- 2
- Cf. dodis.ch/75802.↩
- 3
- Cf. dodis.ch/75806.↩
- 4
- Cf. dodis.ch/75804.↩
- 5
- Cf. dodis.ch/75803.↩
- 6
- Herbert Fischer, A History of Europe, London, Eyre & Spottiswoode, 1935.↩
- 7
- Cf. dodis.ch/75802.↩
- 8
- Cf. dodis.ch/75802.↩
- 9
- Cf. A. Aymard, «L’institution monarchique» in Atti del X Congresso Internazionale di Scienze Storiche, Roma, 4–11 settembre 1955, Relazioni Volume II Storia dell’Antichità, pp. 215–234.↩
- 10
- Cf. dodis.ch/75806.↩
- 11
- Robert Fawtier, cf. dodis.ch/P80884.↩
- 12
- Cf. dodis.ch/76616.↩
- 13
- Cf. La Pologne au Xème Congrès International des Sciences Historiques à Rome, Warszawa, Drukarnia im., 1955.↩
- 14
- Cf. Nouvelles études d’histoire, vol. 1, Éditions de l’Académie de la République Populaire Roumaine, 1955.↩
- 15
- Cf. dodis.ch/75802.↩


